Per la prima volta una donna alla guida della Thailandia. Ma la vittoria di Yingluck Shinawatra, sorella dell’ex premier in esilio Thaksin Shinawatra, non è un’elezione pacifica e avrà conseguenze sul delicato equilibrio interno al Paese, nonostante le rassicuranti dichiarazioni del nuovo capo di governo.

Thaksin Shinawatra è stato l’uomo chiave della politica Thailandese per dieci anni. Premier per cinque anni, viene estromesso dal potere nel 2006 con un colpo di stato e si ritira in “esilio volontario” a Dubai. Quanto questo esilio sia davvero volontario non è dato saperlo: sulla sua testa pendono accuse di terrorismo, frode ed evasione fiscale.

Ma come spesso succede, i carichi giudiziari non rendono la complessità di un uomo politico come Thaksin Shinawatra. Dall’appalto di terreni agricoli, la famiglia Shinawatra ha esteso in pochi decenni la sua influenza ad ogni campo: finanziario, edilizio, immobiliare. Thaksin imprenditore partito dalla telefonia mobile, è stato per anni l’uomo più ricco del Paese, ma è conosciuto in particolare per l’acquisto del Manchester City, nel 2008.

Il conflitto d’interesse che ha pesato per dieci anni sul Paese ha valso a Thaksin il nomignolo, abbastanza scontato, di “Berlusconi thailandese”. La politica populista del suo partito, il Pheu Thai, ha largo consenso nel nord est, grazie al sostegno alle fasce più povere e a una politica massiccia di spesa pubblica. Il movimento che lo sostiene, le “camicie rosse”, ha adottato una strategia d’opposizione di piazza appena dopo il golpe, culminata nei violenti scontri con i militari del 2010. Il governo dei Democrats ha risposto con un’accusa di terrorismo per Thaksin e un duro inasprimento delle libertà personali, radicalizzando sempre di più l’opposizione fra fasce deboli ed élite.

Adesso, le elezioni tanto volute dai manifestanti hanno premiato l’ex premier, eleggendo la sorella 43enne, un’imprenditrice sconosciuta al mondo della politica fino a pochi mesi fa. Si parla di riconciliazione, dall’una e dall’altra parte, mentre il Pheu Thai prepara già il rientro di Thaksin. Il premier uscente, Abhisit Vejjajiva, ha accettato subito la sconfitta ma il vero nodo rimane la capacità di mediazione dei militari, che devono trovare un accordo con le camicie rosse. La neo premier ha rassicurato gli animi ed ha annunciato i punti principali della sua azione: lotta alla povertà, ripesa economica, trasparenza e legalità, probabilmente cercando di rimarcare la distanza dal passato.

Per la Thailandia sia apre così un nuovo periodo d’incertezza. Le incognite che pesano sul nuovo corso sono due. Nonostante il repentino riconoscimento del risultato delle urne, non è ancora scongiurata la possibilità di un nuovo intervento dei militari che, come nel 2006, vogliono evitare la deriva populista. In secondo luogo, deve essere testata l’autonomia del nuovo premier, sui cui già pesano le accuse di essere l’ombra del fratello. In gran parte queste due incognite dipenderanno dalla linea del governo, ma anche dal movimento delle camicie rosse che non conta più solo sostenitori di Thaksin, ma si è allargato ad ampie fasce della popolazione.