All’indomani delle elezioni turche del 12 giugno, il Premier Recep Tayyip Erdoğan non è riuscito ancora a portare i partiti di opposizione a giurare in Parlamento.

In questi giorni Cemil Cicek, fra i membri più influenti dell’AKP, il partito islamico conservatore della Giustizia e dello Sviluppo. è stato eletto nuovo presidente del Parlamento turco con i 322 voti del suo partito, al governo per il terzo mandato di fila. Assenti dall’aula i 35 deputati del Bdp, il partito filocurdo, e i 135 del Chp, l’opposzione laicista, che non hanno giurato nella cerimonia di insediamento per protesta contro la mancata scarcerazione dei loro eletti, tuttora in prigione.

La ragione del boicottaggio dei due partiti è dovuta all’impossibilità di insediarsi per alcuni dei loro parlamentari a causa di una passata condanna per “sospetta appartenenza a gruppi terroristici”, così come decretato dalla Commissione Elettorale turca all’indomani delle elezioni del 12 giugno scorso.

Il Premier Erdoğan dichiara di voler proseguire con i lavori del Governo anche se di fatto la 24ma legislatura turca inizia fra le polemiche e gli attacchi incrociati, senza contare i drammatici scontri, costati 6 morti e decine di feriti, che hanno caratterizzato le elezioni amministrative in prossimità dei seggi elettorali a Diyarbakir e a Sanli Urfa, entrambe nell’Est del Paese e cuore della minoranza curda.

Nessuno infatti, nemmeno Erdoğan, avrebbe previsto la vittoria dei 36 Indipendenti, il Blok Vekilleri, una lista mista di sinistra che racchiude minoranze arabe e curde, fra cui molti candidati del Partito della Pace e della Democrazia (Bdp). E’ la prima volta dalla creazione della Repubblica di Ataturk che un partito pro-curdo guadagna 36 seggi in Parlamento, nonostante la difficoltà iniziale di aggirare l’altissima soglia di sbarramento del 10% imposta dalla legge elettorale. Anche il principale partito di opposizione, Chp, il partito secolare turco fondato da Kemal Ataturk, con il suo nuovo leader, il curdo Kemal Kilicdaroglu, ha fatto aumentare i consensi dal 20,9 ai 25,9% attuali, con seggi in aumento da 112 a 135.

A sottrarre seggi al Premier – che conquista quindi lo scranno, 326 seggi sui 550 della Grande Assemblea Nazionale (TBMM), il parlamento monocamerale turco, senza però arrivare alla maggioranza dei due terzi con la quale Erdoğan avrebbe voluto compiere riforme costituzionali in direzione di una repubblica presidenziale evitando anche la consultazione referendaria – è stata anche la formazione dei nazionalisti dell’ Mhp: sebbene colpiti da scandali a sfondo sessuale, hanno guadagnato il 13,1% dei voti e 54 seggi.

Recep Tayyip Erdoğan è comunque il primo leader turco a vincere per tre volte le elezioni. Gli elettori hanno confermato di apprezzare la crescita economica (+8,9% il Pil 2010 e quest’anno in flessione, ma pur sempre sopra il 6%), gli sforzi per entrare nell’Unione Europea (ad es. la concessione di alcuni diritti alle minoranze curde ritenuti dalla UE non ancora sufficienti) e il ruolo di mediatore che il Paese sta via via conquistando nel Mediterraneo.

Lo Stato islamico democratico per eccellenza è preso a modello da molti leader arabi e assume sempre più importanza nella mediazione fra ONU e Libia. Come dichiarato più volte apertamente, la questione dell’adesione alla Comunità Europea è ormai per il Premier Erdogan di tutta convenienza del vecchio continente: la Turchia intende dimostrare all’Europa che può, a tutti gli effetti, condizionare le politiche di Bruxelles.