La ristrutturazione del debito ellenico appare inevitabile. Questo sembrano sostenere le autorità internazionali monetarie e i governi dell’Euro zona nel chiedere il sostegno delle lobby private (come l’Istituto della Finanza Internazionale) per aiutare la Grecia. Il governo di Papandreu ha già approvato le misure di austerità richieste dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale.

Il provvedimento (tasse, tagli, specialmente nel settore pubblico e privatizzazioni) è stato la conditio sine qua non per ricevere 12 bilioni di euro, parte di una somma più ampia destinata ad aiutare la Grecia a tamponare il suo debito entro il 2014. Aiuti stabiliti a maggio dall’Ue e dal Fmi per un totale di 110 bilioni di euro. A giugno il taglio sul rating del debito ellenico fatto dall’agenzia americana Standard & Poor’s aveva dato forma alla paura di sprofondare rapidamente dal livello ‘CCC’ al temuto livello ‘D’.

In questa situazione le banche greche (e le banche/imprese ad esse collegate) restano fortemente a rischio mentre i titoli del debito pubblico ellenico, già considerati ‘junk bond’ (titoli spazzatura), sarebbero ancora più dipendenti da fattori esterni e imprevedibili pena il ‘default’ in qualche forma. Infatti una delle possibili soluzioni della crisi ventilata all’ombra di Berlino e della BCE sarebbe proprio quella di un ‘default di fatto’, che porterebbe a una sorta di bancarotta controllata, per quanto si possa gestire dall’alto un tale fenomeno. In merito Christian Noyer, governatore della Banca di Francia ed esponente della Bce, si era espresso chiaramente sull’erroneità di “dilazionare”il debito greco per non imporre onerosi sacrifici alla popolazione. L’operazione alla fine condurrebbe a maggiori sforzi per risanare il bilancio, creando seri dubbi sulla fondamentale capacità del Paese di gestire il proprio deficit.

Rassicurazioni, intanto, sono giunte dall’Ocse in merito al contenimento della crisi entro Grecia, Portogallo e Irlanda. Ma i mercati nell’incertezza preferiscono tenere in stato di preallarme la Spagna, l’Italia e il Belgio. Che la crisi greca non sia solo “affar loro” e assolutamente sotto gli occhi di tutti, non solo dei preoccupati cittadini dei Piigs. Dopo che il Parlamento greco a fine giugno ha approvato il piano di austerità del Governo si sono avute reazioni positive anche da parte di Piazza Affari e da tutti i listini continentali.

Frattanto, ai primi di luglio, Juncker (in un intervista al magazine tedesco Focus) non ha speso parole eccessivamente incoraggianti sulla situazione Greca. Se da una parte il presidente dell’Eurogruppo scongiura momentaneamente la crisi per Spagna, Italia e Belgio e prevede per Irlanda e Portogallo un rientro a buon regime nei mercati europei e internazionali ci sarebbero ancora problemi per Atene. Gli aiuti europei avrebbero delegittimato la sovranità della Grecia, fortemente condizionata dalle scelte del Governo dell’eurozona. Comunque, secondo Junker la fine della crisi sarebbe vicina non solo per merito delle tranche di aiuti europei, ma anche grazie al pacchetto di misure di austerità approvate da poco.

Intanto lo sforzo per uscire dalla crisi sembra mobilitare tutte le forze sociali. Le manifestazioni e gli scontri di piazza che si sono spinti fin sotto al Parlamento non sono la sola testimonianza del malcontento popolare per i sanguinosi tagli. Anche la chiesa ortodossa si è detta disposta, per bocca dell’arcivescovo Ieronymos II a collaborare con il Governo per aiutare concretamente i più bisognosi. Tra le misure discusse tra la massima autorità spirituale della nazione e il Ministro dell’Economia Evangelos Venizelos si sarebbe addirittura parlato di cessione di una parte del patrimonio ecclesiastico per appoggiare il Paese nel grave momento. Un santo in paradiso sembra fare comodo soprattutto quando sulla terra non rimane che pregare…