Proprio nel giorno in cui verrà consegnato un riconoscimento alla memoria di Syed Saleem Shahzad, al Premio Internazionale di Giornalismo a Ischia, il mistero della sua morte trova una chiave di lettura sempre più accreditata.

In seguito alle informazioni pubblicate nei giorni scorsi dal New York Times, secondo le quali il governo del Pakistan avrebbe addirittura “approvato” la morte del giornalista Shahzad, ieri a Washington il massimo esponente militare americano, l’ammiraglio Mike Mullen, capo degli Stati maggiori unificati degli Stati Uniti ha confermato le indiscrezioni, dicendo di non aver visto nulla “che smentisca l’informazione secondo la quale il governo sapeva”; Mullen tuttavia ha precisato di non poter dimostrare un diretto coinvolgimento dei servizi segreti pachistani. Il caso Shahzad rischia, quindi, di minare ancor di più la fragilissima credibilità dell’intelligence pakistana.

Il giornalista ucciso, capo dell’ufficio locale di Asia Times, corrispondente per Adnkronos e collaboratore de La Stampa, scomparve a fine maggio, in circostanze da subito sospette. Il corpo venne ritrovato dopo qualche giorno con le costole rotte e ferite sulle gambe e su un fianco, segni di un mortale pestaggio. Il suo ultimo servizio riguardava l’attacco del 22 maggio dei talebani pakistani alla base aeronavale di Mehran, a Karachi, e intepretava questo episodio come il fallimento di una trattativa segreta tra al Qaida e i servizi segreti pakistani. Temendo per la sua vita il reporter, prima di essere rapito aveva consegnato una lettera a Human Rights Watch in cui accusava in maniera chiara l’Isi, il potente servizio di intelligence.

Le tesi sostenute da Shahzad circa le infiltrazioni di militanti di al-Qaeda, legati ai talebani afgani, all’interno delle Forze armate pakistane gli sono state fatali; la sua morte e le parole di Mullen non fanno che confermare i suoi sospetti. Mullen è il primo ufficiale americano a incolpare pubblicamente il Pakistan con un esplicito atto di accusa. Secondo il ministero dell’Informazione pakistano, dichiarazioni come quelle rilasciate dall’alto ufficiale americano rischiano di turbare il lavoro degli investigatori. Islamabad ha istituito già lo scorso mese una commissione incaricata di indagare sulle circostanze della morte del giornalista.

Dopo la condanna del parlamento pakistano del blitz in cui fu ucciso Bin Laden, dopo le proteste per i ripetuti attacchi dei droni Usa nel proprio territorio, nonostante la distensiva visita del segretario di stato Hillary Clinton, i rapporti tra Washington e Islamabad continuano, tra collaborazione e diffidenza, a essere tesi.