I referendum tenuti tra il 9 e il 15 gennaio 2011 hanno sancito la separazione tra Nord e Sud del Sudan, il più grande Paese africano. Nel 2005 il governo di Khartoum tramite il Comprehensive peace agreement, l’accordo di pace con l’Esercito di liberazione popolare del Sudan/Movimento (SPLA/M) mise fine alla guerra civile durata più di vent’anni. Il Presidente del Sudan, Omar Hasan Ahmad al-Bashir, già il 7 febbraio 2001 aveva ufficializzato i risultati del referendum proclamando così la nascita dello Stato del Sud Sudan, 54° stato dell’Africa, 193° del mondo.

La cerimonia di Juba, capitale del nuovo stato, per l’Independence day è stata il momento finale di una guerra cha ha visto le tribù arabe, bianche e musulmane del Nord combattere contro quelle africane, nere, cristiano-animiste del Sud. Ma nonostante le buone intenzioni e la parole di elogio pronunciate dal Presidente Bashir nel salutare “i fratelli del Sud Sudan” il nuovo stato si trova da subito a dover affrontare vecchi problemi.

Anzitutto l’irrisolta questione del distretto di Abey, un piccolo centro urbano nel cuore del Sudan diviso tra nord e sud. L’area sotto ammnistrazione a statuto speciale è vittima della continua lotta tra gruppi di diversa etnia. Le componenti principali sono i Nuer, filoarabi, e i Dinka, neri e cristiani. Il piccolo agglomerato fa gola a entrambi gli Stati in quanto è adagiato sul bacino petrolifero di Muglad, sfruttato già dagli anni ’90, che con il suo petrolio copre più di un quarto della produzione nazionale sudanese. L’estrazione congiunta dei tre campi, Heglig e Bamboo a Est, e Diffra a Nord di Abyei, arriva a 76.600 barili al giorno di petrolio grezzo.

Da Abyei transita anche l’unico oleodotto del Paese che, finanziato da Austria, Canada, Francia, Malesia, Qatar, Svezia e Cina, dal 1999 arriva a Port Sudan sul Mar Rosso. Inoltre la città di Abyei oltre l’oro nero è fondamentale anche per l’oro blu. Infatti il fiume Bahr al-Arab, chiamato Kiir, che sfocia nel Nilo Bianco, rende Abyei un’area molto fertile pur in pieno deserto.

Una questione ancora aperta è la regione del Sud Kordofan, dove si trova pure Abyei, che nella guerra civile ha combattuto con il Sud e non vuole restare a Nord. Abitata dalle etnie Nuba, Shilluk e Dinka è da mesi sotto attacco delle milizie filogovernative. Il Sud inoltre deve affrontare le rivolte armate interne: tanti war’s lord hanno eserciti personali, retaggio della guerra civile, e nessuna intenzione di smantellare.

Il nuovo presdiente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, ha numerose sfide davanti a sé: la povertà endemica, la mancanza di scuole e ospedali, l’analfabestismo, la corruzione. Anche se la capitale Juba, un agglomerato di capanne e container, merita ancora il soprannome di“villaggio più grande del mondo” si producono gomma, teak, mogano, ebano. Nella zona vi sono miniere di oro, ferro, rame e diamanti. Tutte risorse immerse nel vortice dei conflitti tribali legati al furto di bestiame, unico bene per chi vive di pastorizia.

Nodo nevralgico, il nuovo Stato del Sud Sudan dovrà risolvere i problemi interni e saper fronteggiare l’evoluzione geopolitica dell’area africana; gli enormi interessi petroliferi dovrebbero in teoria agevolare una distensione dei conflitti e un inizio di pace per il nuovo Stato.