Nell’Africa sub-sahariana nuove avvisaglie di rivolta, dopo le numerose manifestazioni di piazza in Paesi come l’Uganda e Swaziland, il mal contento legato all’incremento del prezzo dei beni alimentari trova sfogo anche nel Malawi. E come da copione il potere governativo reagisce con durezza.

18 vittime, 41 feriti e 275 persone arrestate è il bilancio della repressione. Una decina di morti solo nelle città settentrionali di Karonga e Mzuzu dove, nella giornata di mercoledì, i manifestanti hanno saccheggiato gli uffici del Partito democratico progressista (Dpp) del Presidente Mutharika. Ieri il consiglio comunale di Mzuzu ha vietato la celebrazione dei funerali per evitare ulteriori disordini. Altri morti si contano nella capitale Lilongwe e nel polo commerciale del sud, Blantyre, dove l’esercito, con gas lacrimogeni e proiettili, ha cercato di contenere una folla di circa 2mila dimostranti antigovernativi che protestano da tre giorni contro Bingu wa Mutharika, al potere dal 2004.

Una coalizione di 80 gruppi accusa il regime della peggiore crisi economica in 47 anni di indipendenza, che ha fatto crescere inflazione e disoccupazione. Con tanto di impennata dei prezzi alimentari e del costo del carburante. Paese modello per il Fmi, il Malawi ha applicato in modo preciso la ricetta iperliberista prescritta. Pur registrando una crescita di circa il 7% negli ultimi cinque anni – con un picco del 9,7% nel 2008 – rimane uno dei Paesi più poveri dell’Africa: il 72% degli abitanti vive con meno di 2 dollari al giorno e, secondo le stime dell’Unaids, circa 920.000 persone sono affette da Hiv. Il governo aveva già aumentato l’Iva su sale, farina, olio, pane e latte, ma senza tagliare le spese di rappresentanza. Altra seria preoccupazione è il tasso di cambio sopravvalutato, che ha creato una carenza cronica di valuta estera, colpendo gravemente il settore privato.

La feroce repressione di questi giorni contro i manifestanti ha scatenato la rabbia dell’opinione pubblica. Il regime del presidente si mostra sempre più intollerante verso le voci di dissenso: secondo Amnesty International otto giornalisti sono stati picchiati durante le proteste. Ex economista della Banca Mondiale, il Presidente Mutharika guida un Paese di 12 milioni di abitanti, il 40% dei quali sopravvive solo grazie agli aiuti internazionali. Situazione già di per sé critica, che è diventata insostenibile da quando la Gran Bretagna, ex governatore coloniale del Malawi e suo più grande donatore, ha sospeso gli aiuti. La decisione di Londra è arrivata in un momento di crisi acuta nelle relazioni tra i due Paesi. Crisi cominciata ad aprile a causa di un cable dell’ambasciata inglese, in cui si definiva Mutharika «sempre più autocratico e intollerante alle critiche». In Malawi – proseguiva il dispaccio – «la situazione continua a peggiorare in termini di libertà dei media, libertà di parola e diritti delle minoranze». La reazione del presidente africano ha portato all’espulsione dell’ambasciatore di Londra. La risposta britannica, oltre alla cacciata del rappresentante del Malawi nel Regno, è stata la sospensione degli aiuti per un valore di 340 milioni di sterline nei prossimi quattro anni.

Bingu wa Mutharika nel frattempo si scaglia contro i manifestanti, prima accusando li di «operare per Satana» e poi invitandoli al dialogo. Il presidente ha affermato di non avere alcuna intenzione di lasciare il potere. «Resterò dove sono, il Malawi è ben governato», ha dichiarato. Il Paese modello, però, mostra per intero la sua fragilità.