Tanti i nomi che designano un popolo che da secoli vive sul territorio europeo, zingari, rom, sinti, gitani o, semplicemente, come li chiamava Fabrizio De Andrè, “anime salve”; un popolo degno di ricevere il premio nobel per la pace per “il solo fatto di girare per il mondo senza armi da oltre 2000 anni”.

Il Governo sloveno ha proposto un sostegno finanziario per le donne che si sottoporranno alla sterilizzazione chirurgica gratuita. La proposta sarebbe nata per tentare di risolvere le numerose nascite tra le fasce più povere della popolazione, che non hanno i mezzi per sfamare le numerose bocche. Ma se si fa attenzione ai criteri di scelta dei beneficiari di questa proposta, cioè comunità povere e isolate, ci si accorgerà, sostiene la sociologa Elena Kriglerova Gallova, che un’alta percentuale di questi poveri è di etnia rom. Già a marzo, infatti, la Slovacchia ha assistiti a diverse manifestazioni organizzate dal partito dell’Unione Rom (SRU) per protestare contro la disoccupazione, la povertà, la sottoalimentazione ed il crescente costo della vita.

Una manovra che riesuma gli anni bui delle dittature comuniste e naziste che attuavano la sterilizzazione forzata di tutte le donne di etnia romanì al fine di sterminarla definitivamente. Tuttavia la storia odierna non risulta essere più morbida. In un rapporto di Amnesty del 2010 si legge che lo Stato ha continuato a praticare la sterilizzazione sulle donne rom anche dopo la caduta del regime comunista. La Corte europea dei diritti umani ha condannato la Slovacchia per aver violato “diritto alla vita privata e familiare e il diritto di accesso alla giustizia”, nella parte orientale del paese, dove delle donne rom avrebbero attribuito la loro sterilità a una sterilizzazione chirurgica attuata durante i parti cesari; successivamente, inoltre, non avrebbero potuto accedere ai documenti medici specifici sull’operazione. La situazione corre sul filo del rasoio; c’è differenza tra distribuire contraccettivi e proporre la sterilizzazione chirurgica: una è momentanea e si può sospendere in qualsivoglia momento mentre l’altra è irreversibile. Non si può parlare, quindi, di piena libertà quando manca la reale libertà decisionale data dalla mancanza di mezzi materiali ed economici.

Tuttavia la questione è più complessa. Il problema dell’accesso a un buon servizio sanitario e a un’ottimale alfabetizzazione sanitaria è alla base delle numerose nascite tra i ceti più poveri. Tanto che l’Ocse ha tra i suoi obbiettivi più prossimi quello di “offrire la possibilità, a tutti gli individui in età di procreare, di accedere a un sistema di controllo della procreazione nell’ambito dell’assistenza sanitaria primaria, il più rapidamente possibile, entro e non oltre il 2015″.

La mancanza di un potere decisionale della donna, in alcuni contesti sociali, ne determina la discriminazione e la successiva segregazione ed esclusione sociale. Un rapporto stilato da Save The Children, Piccole Mamme, che descrive la situazione delle mamme adolescenti in Italia, racconta come le gravidanze spesso sono l’effetto di una mancata educazione sessuale oppure dell’assenza di strutture di supporto; una gravidanza in età scolare in più a volte crea difficoltà nella vita di queste ragazze, come la perdita di amicizie, difficoltà a trovare lavoro ecc.