Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate

(Inferno, Canto III, vv. 1-9)

“Se me vòi inserì nella società, insegname un mestiere”

Un detenuto di Rebibbia

1700 detenuti, anche se ne potrebbe contenere al massimo 1000. Sovraffollamento, ma non dei peggiori. Rebibbia è un carcere di lusso, di serie A, 5 stelle. Un carcere dotato di campo da calcio, biblioteca, call center, visitato da “vip” come Max Gazzè, Piero Pelù, Paola Turci e altri in occasione del progetto Rock in Rebibbia di MTV. Inoltre il carcere è un via vai di volontari, insegnanti, e altre figure professionali che affiancano il personale del carcere e i detenuti.

Insomma, quella di Rebibbia è una situazione “privilegiata”, rispetto ad altre carceri, come ad esempio quello di Viterbo, dove – voci di corridoio – “picchiano di brutto”.

Rebibbia come la città di Dite. Noi, un gruppo di ragazze e ragazzi curiosi di incontrare gli uomini e le donne che la abitano, ci facciamo condurre da un “Virgilio” insolito, il direttore Carmelo Cantone, che insieme al prof. Palma, presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, ci illustrano la città dei “dannati” moderni.

Quali Farinata degli Uberti incontreremo? Detenuti che sulla scia di Paolo e Francesca hanno commesso omicidi passionali?

 I detenuti.

“Qui da noi vi sono detenuti provenienti da svariati circuiti penitenziari. Le situazioni criminologiche sono, talvolta, assai differenti. Ci sono i detenuti comuni, i sex offenders, c’è il 41 bis…” il direttore del carcere, basettoni anni ’70 fino al mento, ci illustra, prima di entrare, le caratteriste dei detenuti che abitano a Rebibbia.

“Il carcere ospita una tipologia umana differenziata, proveniente da tutta Italia. Dall’ergastolano a chi è di passaggio…”

A Rebibbia c’è una bassa percentuale di stranieri, circa un 35%. Si tratta soprattutto di rumeni, magrebini, latino americani. Le percentuali salgono in altre carceri, come a Regina Coeli, dove i non italiani sono oltre il 60%.

Un terzo dei detenuti sono in attesa di giudizio. “Nel resto d’Italia la media è più alta” fa notare il direttore “è del 48%”.

Entrando nel carcere, dopo aver lasciato cellulare, documento, oggetti personali all’ingresso, si respira un’aria surreale. Luogo silenzioso solo in apparenza. In realtà è un pullulare di vite, che tra queste quattro mura hanno ritagliato, ridimensionato e ricostituito un nuovo mondo. Compresso, ma non necessariamente, in termini interiori, ristretto. Di certo, ciò che lì fuori continua a girare perde consistenza, si sfilaccia in sogni tenui, ma non per questo meno pungenti.

Sergio Renci.

Come il luogo, anche le storie che ascoltiamo sanno di irrealtà. Il direttore ci racconta di Sergio Renci, l’architetto che progettò il carcere. Le Brigate Rosse gli spararono un colpo di pistola alla nuca. Erano gli anni ’80. E lui visse fino al 2001, per 21 anni, con un proiettile conficcato nella scatola cranica.

“Tecnico dell’antiguerriglia urbana”, era questa l’accusa che gli avevano mosso le BR. Per il modo in cui aveva concepito e fatto costruire il carcere. Non un casermone svettante verso l’alto, una piccionaia asfissiante che, come tutte le altre strutture detentive presenti all’epoca in Italia, avrebbe favorito nei detenuti un “potenziale rivoluzionario”. Ma una struttura tutta in orizzontale, a misura d’uomo, con edifici di un piano, massimo due. Erano gli anni ’70, quarant’anni fa. Un’altra Italia.

Il carcere è composto da tanti padiglioni, uniti da lunghi camminamenti. Ognuno di questi costituisce un reparto autonomo, a cui vengono decentrati poteri, per efficienza organizzativa e sicurezza.

Grazie a questa disposizione “stellare”, i detenuti vedono dalle loro finestre, oltre le sbarre di ferro, spazi aperti, e non i mattoni dei muri degli altri edifici. Un orizzonte allargato rende la detenzione, forse, più leggera, meno claustrofobica.

Questo non accade nella cella d’isolamento. Lì lo spazio fisico e mentale si restringe. I detenuti restano isolati dal mondo e da sé stessi.

ROMANAE ANTIQUITATES.

È la scritta romana che capeggia il primo corridoio che incontriamo, una volta varcata la soglia proibita del carcere. Ciascuno di noi ha un cartellino numerato, con scritto “visitatore”, da attaccare alla giacca, in bella vista, per non confonderci con i detenuti, non si sa mai.

Il lungo corridoio ha un sapore delicato e kitsch allo stesso tempo. Murales romani stile pompeiano si alternano a teche contenenti anfore e altri ruderi rinvenuti lungo la via Tiburtina. Un piccolo corridoio-museo con tanto di pannelli descrittivi, che forniscono dettagliate spiegazioni sui resti.

“Queste tavole le hanno scritte i detenuti”, ci spiega con un moto d’orgoglio il direttore.

Area verde.

Il corridoio classicheggiante conduce in un atrio da cui dipartono altri corridoi e si accede ad una area verde. Questo è uno spazio all’aperto destinato ai colloqui con i familiari. Ne usufruisce soprattutto chi ha figli minori o una condizione di salute particolare. Al centro vi è un gazebo e la presenza di alberi regala zone d’ombra.

“Il massimo momento d’intimità è, per i detenuti, nell’area verde”, ci spiega una guardia penitenziaria che si affianca a noi nel corso dell’atipico “tour turistico”.

“Ma non è sessuale in senso stretto”, spiega con un certo imbarazzo. Non essendo diffusa in Italia, a differenza che nella maggior parte delle carceri d’Europa, una stanza destinata all’ “affettività” – intimità sessuale del detenuto con il proprio partner -, molti detenuti sono stati braccati in posizioni sconvenienti nell’area verde.

Telefono.

Il telefono ha un valore fondamentale in carcere. È il contatto col mondo, il filo affettivo con i cari. Il direttore ci spiega che ogni carcerato ha una card con del credito, in cui sono inseriti i propri dati. Ha a disposizione 6 ore di colloquio telefonico al mese. Le telefonate possono durare massimo 10 minuti.

“Questa card è una novità di Rebibbia” afferma Carmelo Cantone. Prima di questo procedimento automatizzato, bisognava avvisare ogni volta il centralino. Grazie a questo vi è stato un “abbattimento del colesterolo burocratico”.

Guardie penitenziarie.

A Rebibbia lavorano 650 poliziotti, organizzati su 3 turni. Lavorano 5 giorni a settimana. 200 sono stati distaccati in altre sedi, soprattutto ai Ministeri. “I raccomandati” afferma con sorriso ironico il direttore.

Le guardie penitenziarie hanno volti loschi, pasoliniani. Affermazione di cui la sottoscritta si assume la responsabilità. Molti di loro, se non fosse per la divisa, potrebbero essere scambiati per detenuti. Colpevole forse una certa filmografia, o, più precisamente “fictiongrafia” tutta all’italiana, siamo abituati ad associare il poliziotto alla faccia pulita, al tipo ben pettinato e in gran forma fisica e con la dizione impeccabile, invece il carcerato ha, solitamente, il volto butterato, lo sguardo torvo, il gergo di borgata, la pancia ridondante. Tutti stereotipi sfatati in un battibaleno, durante il viaggio all’interno di Rebibbia.

Di un viaggio si tratta e non di una semplice visita. Viaggio nelle storie delle persone che sono qui, nei luoghi abitati da loro, che sin nei dettagli, raccontano di realtà altre. La testa diventa pesante di domande a Rebibbia. Perché il male, perché il bene, perché l’uomo e la donna chiusi in una gabbia. Perché.

“Tutte taglie forti qui, eh?” commenta con sarcasmo il direttore di fronte alle pance abbondanti delle guardie penitenziarie dell’infermeria.

“Eh…perché lei non è di Roma, diretto’…” risponde una di loro, con accento partenopeo. “E perché lei non è napoletano?” ribatte il direttore. “Sì, ma sto qui da tanto…”

Orti.

Proseguendo lungo i camminamenti tra un reparto e l’altro del carcere, compaiono, oltre i vetri, piccoli orti, coltivati dai detenuti. Danno sulle finestre delle celle, dove, lungo le inferriate sono stesi vestiti colorati.

“Da quando ci sono gli orti, i detenuti non lanciano più oggetti dalle finestre”.

Autonomia dei detenuti.

Ogni detenuto ha una tessera personale con codice “a sbarre” (battuta del direttore!): in questo modo possono muoversi, seguendo un percorso obbligato, all’interno dei reparti senza la necessità di essere accompagnati da una guardia. Si evitano così le lunghe registrazioni cartacee. Lungo i corridoi vi sono pannelli colorati che indicano le varie direzioni.

“Da quando esiste questo codice a barre, il 26 aprile 2010, non vi sono mai state infrazioni disciplinari” afferma il direttore.

Rappresentanze.

Alcuni detenuti, che, per motivi di anzianità o perché fanno parte di associazioni o altro, si prendono la briga e la responsabilità di far circolare le comunicazioni e le idee agli altri detenuti, facendo spesso da intermediari con il personale del carcere: sono le rappresentanze.

Le celle.

Le celle hanno doppie porte, oltre alla classica, quella blindata, vi è anche una porta cancello. In questo modo, d’estate soprattutto, aprendo quella blindata di notte e lasciando il cancello chiuso, passa l’aria. Invece d’inverno la porta blindata è chiusa dalle 22.00 alle 9.00 di mattina.

Le ore d’aria sono, solitamente, dalle 8.30 alle 10.30 e dalle 13.00 alle 14.30. Nell’ora di pranzo, per favorire la socialità è permesso al detenuto di pranzare anche nelle altre celle. Dalle 16.00 alle 18.00 “se sei stato bravo puoi camminare fuori, altrimenti no”.

Un detenuto ci racconta che tempo fa c’è stata una rissa in un reparto, e hanno punito tutti per un periodo. “Capita che se litigano in due, resta chiusa la sezione intera”.

Le stanze sono, come negli hotel, di vario tipo. Singole, doppie, triple, ma anche quadruple dove ci stanno in sei. Qualcuno ha il fornello in camera.

La stanza da sei.

La capienza attuale di ogni cella è di 4 detenuti per stanza. In quella in cui entriamo, ci abitano in sei. Sei uomini. È tappezzata da poster di donne, bellissime e mezze nude. La Bellucci capeggia vicino l’entrata. Sono uomini di mezza età. Uno di loro è molto giovane, un bel ragazzo sbarbato. Tiene la testa bassa, evita i nostri sguardi. Uno ha la carnagione scura, un fisico asciutto. Un altro sorride, mostrando una dentatura sgangherata.

Di che cosa parlano sei uomini in una stanza di pochi metri quadri? Di donne, di famiglia, di quello che hanno fatto in passato o di quello che faranno una volta fuori di qui? I dialoghi tra loro sono quelli visti nei film? I loro gesti, quelli intimi, di quando stanno tra loro fuori da sguardi indiscreti, non possiamo saperli. Né cosa sentono davvero.

“Gli errori si pagano” fa spallucce uno di loro. Hanno facce d’angelo alcuni. Ma cosa avranno fatto mai? Furti, rapine, spaccio di droga, insomma crimini non considerati gravi… è il reparto dei “reati comuni”. E quanto tempo staranno qui? Chi può dirlo.

Abitare in camerate come questa comporta una fisicità obbligata che può diventare insopportabile. Il gruppo è fatto di equilibri, di tensioni, di capri espiatori, di capetti che dettano regole e esigono riverenza. Chi ha più carisma ha potere. Mi chiedo se tra loro ci sia solidarietà. La solitudine diventa un bene prezioso, quando si è costretti in sei in una stanza di pochi metri quadri.

 Cella d’isolamento.

Vi sono dei casi in cui i detenuti vengono messi dentro una cella d’isolamento. Le ragioni per cui questo accade sono :

-ragioni mediche

-ragioni di sicurezza, come nel caso di persone agitate che danno di matto divenendo pericolose per gli altri detenuti. Nei casi più gravi è previsto il “letto di contenzione”, in cui il detenuto è stretto al letto con delle fasce finché non si è calmato.

-isolamento disciplinare

-isolamento protettivo; questo è il caso specialmente dei sex offenders, come i pedofili, gli stupratori, che sono considerati infami dagli altri detenuti. C’è il rischio che vengano picchiati, scherniti, presi di mira per questioni di “dignità”, “onore”, termini che assumono spessore in carcere, seppure secondo parametri differenti dall’uso corrente.

In questa particolare cella i detenuti non possono stare a lungo. Il periodo massimo è di 15 giorni. Tuttavia, spesso, attraverso l’espediente del 15 giorni di isolamento, poi uno di cella comune, in seguito ancora 15 di isolamento e ancora 1 di cella comune, e via dicendo, si fanno restare parecchi giorni i detenuti in queste anguste stanze.

I dettagli.

Nella cella d’isolamento i dettagli raccontano molto:

Un paio di pacchetti di sigaretta a terra.

I mobiletti vuoti.

Fogli di quotidiani sparsi.

Una confezione con dentro due fette biscottate, quelle che danno a colazione negli alberghi o nei b&b.

Un water di piccole dimensioni vicino l’entrata della cella.

Un lavandino. Il portasapone che vide tempi migliori.

Due pesche sul davanzale. Fanno pensare che qui dentro fino a poco tempo fa ci abitava qualcuno.

Dalla finestrella della cella, di cielo se ne vede appena un pezzetto. Il resto del paesaggio è un muro d’edificio, con filo spinato a cornice.

Spazio stretto, strettissimo. Il materasso è tirato su. Chiazze giallastre sulle lenzuola.

Una foto ritagliata da una rivista con la faccia di papa Giovanni Paolo II. Con raccomandazioni scritte a penna da una calligrafia incerta, tremolante: proteggimi, dammi la forza…

Sul legno del mobile, intagliata una frase netta: DI RIMORSI NESSUNO.

E poi scritte d’amore, o quasi. Nomi di donne…

 Occhio nero.

Un ragazzo sui venticinque anni, massiccio, profilo mediterraneo, ci segue con lo sguardo mentre a fianco del direttore facciamo il tour nel suo reparto. Si avvicina di tanto in tanto, come per voler attirare la nostra attenzione. Ha, attorno all’occhio sinistro, un livido nero. Il direttore gli chiede spiegazioni.

“Mi sono piegato per raccogliere le sigarette e ho sbattuto all’angolo della finestra” dice senza troppo convincimento. “Eh” risponde il direttore con ironia “la finestra stava nel posto sbagliato?”.

“Un tipo particolare”

Alcuni detenuti possono tenere la porta della cella aperta, gli è permesso di uscire ed entrare. Altri no, a seconda dei casi. Un uomo sulla quarantina, magrolino, accigliato, chiama con aria di sfida il direttore quando passiamo davanti la sua cella. Fa vedere attraverso le sbarre una ferita sulla mano, una spellatura da niente. Dice con tono perentorio che deve andare subito in infermeria. “Vomito da giorni… vomito sangue e nessuno che mi ascolta e mi fa andare in infermeria”.

Il direttore cerca di tenergli testa. Gli risponde con fermezza. “Ora ho un impegno con i colleghi, le mando qualcuno che…”

Il detenuto lo interrompe. “Non mi interessa niente di chi è lei, né di chi sono i suoi colleghi. Mi importa solo di andare in infermeria”.

Mentre lui parla, i detenuti che sono in cella con lui ridono. Forse sono abituati a questa sceneggiata.

“È un tipo particolare”, ci confida successivamente il direttore, “per questo è preferibile che non stia solo in cella. Se sta con gli altri, si controllano a vicenda”.

 Reparti.

“Nel reparto di infermieristica ci sono tante brache specializzate”, ci illustra il direttore “oculistica, cardiologia…”.

Al primo piano c’è il reparto di malattie infettive, con i malati di HIV. Al secondo piano, medicina generale. Di media, c’è un medico ogni 40 detenuti. Nell’istituto psichiatrico penitenziario, ci vanno i detenuti con problemi mentali.

Cucina.

I cuochi sono dei detenuti che cucinano per gli altri detenuti, guidati da tecnici che supervisionano e li aiutano. La cucina è immensa, piena di fornelli e pentoloni giganti. Si respira un clima allegro. I detenuti indossano un camice bianco, qualcuno ha il cappello da cuoco. Quando ci affacciamo ci salutano.

Uno di loro, sulla cinquantina, canticchia il ritornello di una canzone di Vasco:

“E sono ancora qua, eh già… e sono ancora qua, eh già…” Alza le braccia allo stesso modo del cantante, con la stessa espressione furbetta.

Ci saluta di nuovo.

 I detenuti lavoratori.

Nel reparto G8 i detenuti lavorano. Qualcuno è iscritto all’università, segue i corsi nel carcere, con i professori che vengono a far lezione. La palestra è fuori uso, ma lo sport è ugualmente praticato. C’è un campo da calcio. Qualche detenuto gioca a tennis. Sotto il solleone delle ore 13.00 di luglio inoltrato, qualcuno è steso in costume sull’asciugamano a prendere il sole.

E poi c’è il call center Telecom Italia 1254. Esiste a Rebibbia dal 2006. Il 1254 è un servizio che fa da info agli abbonati telecom, fornendo numeri telefonici e indirizzi richiesti. La motivazione dei detenuti che lavorano lì è altissima. A vicenda fanno i supervisori dei compagni. Restiamo ad ascoltarli mentre lavorano. Rispondono con cortesia e professionalità.

E pensare che fuori di qui, lavorare in un call center è per la maggior parte dei giovani un incubo, sinonimo di sfruttamento.

 Bilanci e pagamenti.

Il professor Palma ha da ridire sulle spese detentive nel bilancio statale. “Le spese per l’investimento sul personale e sulle strutture del carcere non sono cresciute, nonostante l’aumento esponenziale dei detenuti”.

Si stimano un 40% di risorse in meno, nonostante i detenuti siano triplicati dagli anni ’90 ad oggi: da 33.000 a 90.000.

I detenuti che lavorano nel carcere hanno un conto corrente, dove vengono pagati. Un quinto del loro stipendio viene accantonato: un “risparmio coattivo” che gli rimane per quando escono. Ma con i tagli anche i loro stipendi sono stati ridotti.

 Reparto dei transessuali.

Quello dei transessuali è una sezione “a parte”. “Sono stati separati dagli altri, per opportunità” afferma la guardia che ci fa da accompagnatore.

“Perché alcuni detenuti si potrebbero innamorare di loro, se nascono amori poi fanno a botte per gelosia. Si alza la tensione”.

La guardia ci racconta che a volte i detenuti transessuali si innamorano tra loro.“In ogni caso la tensione è meno alta, che se si trovano insieme agli altri detenuti normali”.

 Suicidi.

Il tema dei suicidi apre un capitolo fondamentale, relativo alla “tutela della vita” nel carcere. Il numero medio dei suicidi a Rebibbia è di 1 all’anno. Più basso che nel resto dei carceri, fa notare il direttore.

“Il picco dei suicidi si è registrato dopo la legge per l’indulto del 2006: 5 suicidi in 6 mesi”.

 Il tempo.

Il tempo in carcere passa a fatica. È come un cerchio oppure è lineare? Ogni giorno somiglia all’altro, oppure i detenuti fanno il conto alla rovescia dei giorni mancanti per uscire?

Qualcuno segna sui muri delle celle un calendario, dei giorni che restano.

 Antigone.

Nel primo pomeriggio, ci congediamo dal direttore, e andiamo a pranzare nella mensa della polizia penitenziaria (non nego che avrei preferito mangiare insieme ai detenuti, magari un piatto preparato dal cuoco che canticchiava Vasco).

Attorno alle 16.00 ci ritroviamo nella Biblioteca del carcere di Rebibbia, che fa parte del circuito Biblioteche comunali di Roma. Il caldo afoso non aiuta nella concentrazione, né tantomeno le zanzare che non danno tregua.

Oltre al gruppo dell’associazione Antigone, che si occupa di diritti e garanzie nel sistema penale, siedono in cerchio anche alcuni detenuti. Il gruppo si incontra una volta a settimana. I volontari di Antigone, di cui fanno parte avvocati, insegnanti, magistrati e anche un medico, si recano nei reparti a piccoli gruppi, fanno colloqui con i detenuti. Valutano se sia il caso di prendere contatto con i legali. Finora hanno esaminato 400 casi, fatto 700 colloqui, un terzo di questi per problemi di salute del detenuto.

Il professor Palma, oltre ad essere il presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, è presidente onorario dell’associazione Antigone. Ha viaggiato molto nelle carceri europee specialmente dell’est Europa, spingendosi oltre i Balcani, il Caucaso, nelle regioni più remote e dimenticate.

È un indubbio intenditore in materia, e quindi ci spiega brevemente quelle che sono le criticità del sistema carcerario, e nel particolare di Rebibbia.

Territorialità della pena.

Un problema cruciale per il detenuto è quello della sua destinazione. “Secondo la legge non potrebbe stare in un carcere lontano più di 200 km da dove risiede la famiglia” ci spiega Palma “Ma questa legge non è quasi mai rispettata”.

Le regole penitenziarie europee risalgono al 2006. Sono state approvate dai governi, anche da quello italiano. “Non sono vincolanti, ma se il governo italiano le ha approvate, dovrebbe rispettarle…” commenta ironicamente Palma.

 I punti di criticità della struttura.

-sovraffollamento

-non applicazione delle regole penitenziarie (ad esempio far restare il detenuto nella cella d’isolamento per più di 15 giorni, con l’espediente di 15+1+15+1…)

-mancanza degli “appartamenti di affettività”

 Il carcere visto da chi ci vive.

I detenuti presenti a riunione prendono parola, mostrando una Rebibbia meno patinata di quella descritta dal direttore. Un detenuto, sulla quarantina, robusto e dalla marcata cadenza romana, interviene nella conversazione, con uno slancio vigoroso, nel momento in cui Palma parla della questione della formazione degli psicologi. “Se posso di’ la mia, gli psicologi so’ meteore”.

Una critica spicciola, ma essenziale quella del detenuto, le sue parole stonano con quelle forbite di Antigone.

“Vorremo solo la sintesi, poi se uno fa lo psicologo o un fruttarolo, tanto è uguale”. Ride.

“Se me vòi inserì nella società, insegname un mestiere”. Spiega del fatto che se un detenuto sta 10 anni in cella senza fare niente, “buttato a letto giorno e notte”, quando esce dal carcere di certo non gli vien voglia di mettersi a lavorare.

Poco dopo, lo stesso detenuto si alza, e afferma compìto: “Scusate, si è fatto tardi, devo attaccare a lavorare”.

Guerra fra poveri.

Un altro ragazzo ci spiega che spesso si scatenano guerre tra poveri. “Se non c’è denaro, se non c’è nessun familiare che viene in carcere a trovarci, se finisce il materiale di prima necessità, quello di igiene personale…”. Ci spiega che il magazzino centrale è vuoto. “Ci viene dato un rotolo di carta igienica a testa ogni 3 mesi”.

“Ma almeno sono i Rotoloni Regina?” commenta con ironia il professor Palma.

“Non è fornito lo spazzolino” continua il detenuto. “Il kit di prima necessità un tempo era previsto, ma ora non più. A volte lo fornisce la Caritas…”.

Il medico di Antigone.

Il medico di Antigone è un anziano ottantenne, con gli occhi azzurri sporgenti, e gli occhialetti calati sul naso. Da un anno circa collabora con l’associazione.

“Il sistema è irrecuperabile” afferma con tono dimesso “se non si ripensa l’organizzazione dell’intera legalità penitenziaria, è destinato a collassare”.

Il vecchio dottore afferma che il sistema è incoerente con le finalità di inserimento del detenuto nella società. Il risultato finale attuale non è il recupero, ma piuttosto la criminalizzazione. “Il sistema trascura i diritti non solo dei carcerati, ma di tutti i cittadini”.

I diritti negati.

Secondo il medico di Antigone, il carcere è il regno dell’arbitrio totale.

“La vita del detenuto è determinata dall’arbitrio di chi lo governa. Se è una brava persona bene, altrimenti…” Antigone come associazione per i diritti dei carcerati non può far altro che “mettere qualche toppa”.

“Il diritto alla salute è negato in carcere.

Il diritto alla scelta del medico è negato in carcere.

Il diritto alla difesa è negato in carcere: soprattutto per i non abbienti, gli extracomunitari, totalmente abbandonati o affidati a difensori d’ufficio che non si sono mai visti.

In carcere si è discriminati per censo: chi non ha un avvocato non si può difendere.

Il diritto al lavoro e la tutela di chi lavora in carcere sono negati.

I diritti sono negati soprattutto a coloro che non avendo residenza, come gli extracomunitari, sono costretti a rimanere in carcere, in quanto manca la casa d’accoglienza per i detenuti”.

Le accuse del vecchio dottore fanno calare sui presenti una cappa di silenzio.

Il professor Palma, con il suo fare spigliato e l’innata ironia cerca di ridare uno spiraglio di speranza, soprattutto ai detenuti che ammutoliti si guardano attorno. Palma parla dei miglioramenti che comunque ci sono stati negli ultimi tempi, e degli obiettivi futuri.

 I mass media.

Il ruolo dei mass media è determinante per il destino delle carceri. “I mass media hanno avuto spesso un ruolo pessimo” commenta Palma. Giornalisti spesso incompetenti in materia, hanno diffuso immagini del carcere distorte, fomentando le paure della gente.

“I mass media hanno fatto da scatola di amplificazione” commenta uno dei detenuti presenti a riunione, un giovane sui vent’anni, dal sorriso bonario, la barbetta nera curata.

“Anche i politici… i politici prendono i voti mandando in galera la gente” commenta con astio, un ragazzo di mezza età, biondino.

 Il mondo fuori.

Finisce la riunione. Si è fatto tardi, siamo tutti stanchi, l’afa, la pesantezza della fase digestiva, e queste fottute zanzare che non si stancano mai di succhiare sangue.

Il professor Palma, guardando l’orologio, ha un moto di stupore. “Sono le 16.00 passate… dobbiamo andare”.

Qualcuno tra i volontari di Antigone si alza in piedi “Sì, anche noi andiamo”.

Un detenuto presente, con tono ironico, alzandosi ugualmente: “Noi, invece restiamo!”.

Ridono tutti. Ci si stringe la mano.

“Arrivederci”.

“Speriamo non qui” tra me e me.

Di fuori c’è il mondo colorato, caotico, la ristrettezza della cella esplode in infiniti rivoli di possibilità. Dal filo d’erba, al traffico, al cielo, agli spazi che incutono quasi paura.

Come ci si sente una volta usciti di qui?

Cambia totalmente la percezione del mondo, dopo 10 anni chiusi in una cella?

Il carcere è un micro mondo. Di relazioni, di vicinanza forzata, promiscuità, di corporeità.

Chissà se capita di sentire, una volta fuori, la mancanza del carcere. Di una mamma-carcere, che, punitiva, infantilizza i suoi “piccoli”.

Sotto il sole caldo di luglio, camminando sulla via Tiburtina, oltre i grandi cancelli di Rebibbia, mi chiedo se sia ancora questo il carcere italiano.

Foto di ciclocuoco