INTERVISTA. “Come l’hai visto in tv”: è questo il titolo dell’intervento che Marco Belpoliti terrà il prossimo 3 settembre al Festival della Mente di Sarzana, prima manifestazione in Europa interamente dedicata alla creatività e ai processi creativi. Scrittore, giornalista e critico letterario, Belpoliti insegna Sociologia della Letteratura all’Università di Bergamo. È collaboratore di diverse testate giornalistiche, tra cui La Stampa, il settimanale L’Espresso e l’inserto culturale del Manifesto “Alias”, e ha scritto numerosi romanzi e saggi (tra i quali ricordiamo l’incisiva analisi dell’immagine mediatica di Berlusconi, contenuta ne Il Corpo del capo, Guanda 2009). Facendo riferimento ad autori come McLuhan, Debray e ad alcune intuizioni di Fellini, Belpoliti ci propone un’interessante riflessione sugli aspetti sociologici, politici e culturali che caratterizzano attualmente il medium televisivo.

Quali saranno i punti salienti di cui tratterà nel suo intervento al Festival della Mente?

Come e perché la televisione è diventato il medium dominante nelle democrazie occidentali realizzando il dominio assoluto della pubblicità e del consumo, determinando nel contempo lo stesso destino della politica. Sono le prime ipotesi di un libro che pubblicherò il prossimo anno. Riparto da McLuhan, di cui cade quest’anno il centenario della nascita, per descrivere questo media freddo che implica un alto grado di partecipazione e di completamento da parte del pubblico, che funziona attraverso gli effetti e non il significato di quello che mostra; la tv, diceva il massmediologo canadese, è visivamente scarsa. Eppure funziona perfettamente nelle nostre teste. Un altro studioso, Régis Debray, ha scritto che la tv ci guarda senza vederci. Questo media corrisponde perfettamente alla frammentazione e al flusso che si è prodotto negli ultimi sessanta anni nelle società occidentali. Noi siamo il risultato della tv, di questo Golia, che McLuhan definiva non a caso «il gigante timido».

Qual è secondo lei il potere e la funzione sociale della tv italiana di oggi?

Ha avuto un grandissimo potere, ha trasformato la democrazia di Atene, di cui siamo figli, in quella di Cartagine. La videosfera realizzata dalla televisione si addice alla aristocrazia del denaro e non a quella del diploma, ha scritto Debray. Ha perfettamente ragione. Certo, la tv è un media più democratico della radio, che è il media dei totalitarismi novecenteschi, tuttavia ha desertificato gli spazi pubblici e reso possibile il populismo mediatico. Senza la televisione come modello e sistema, come manipolazione delle informazioni e delle immagini, l’ascesa di Berlusconi sarebbe stata impossibile.

Quali sono le principali differenze tra la televisione italiana e quella americana?

Nel corso degli ultimi trent’anni la tv italiana si è adeguata ai modelli americani: sit- com, talking show, reality show, news… Una colonizzazione dell’immaginario e dell’inconscio. Resiste un modo di fare televisione diverso, ma è residuale. Lo aveva capito benissimo Fellini: noi tutti siamo in questo scenario come Ginger e Fred, vecchi personaggi del passato che attendono il loro turno per entrare in scena chiamati dal presentatore di turno.

Le finalità pedagogico-educative della RAI degli albori sono ancora possibili nel contesto in cui si trova la tv oggi, o sono davvero esaurite come molti sostengono?

Non so rispondere a questa domanda. Sarei portato a dire: sono esaurite. Tuttavia, mai dire mai; forse si potrebbe provare a fare una televisione diversa, ma ora non c’è la possibilità; e forse è troppo tardi, oggi premono altri media, i nuovi media, il web, i social network; come diceva McLuhan il contenuto di un media è sempre un altro media, così in You Tube la tv risorge in altra forma, la tv torna nei nuovi media. Si tratta di sperimentare forme diverse, mescolando i media, ibridandoli.

Secondo lei la figura dell’intellettuale può fornire una maggiore consapevolezza allo spettatore-consumatore nel suo modo di rapportarsi ai media?

Gli intellettuali funzionano quando sanno dire di no, quando svolgono una funzione critica che oggi, nel conformismo culturale dominate, guidato dalla televisione, è quasi assente. Questo è anche il compito dell’arte: creare dei dubbi, produrre visioni spiazzanti, non omologanti. Sarebbe un discorso lungo, ma credo che il massmarketing abbia divorato gran parte della cultura attuale, che imita i procedimenti dello star system, con le dovute proporzioni, a diminuire, naturalmente. La comunicazione domina e rassicura il nostro paesaggio culturale. Per fortuna ci sono molte voci che si levano in modo critico contro tutto questo.

Lei ritiene che, in Italia, la tv contribuisca alla creazione vera e propria dell’identità del leader politico?

Produce il “dispotismo dell’espressività” nei dibattiti televisivi, nei talking show. La logica dello spettacolo ha dominato nel campo politico, con i suoi portati di finzione, manipolazione, bugie, menzogne. La televisione è stata una droga per tutti, da Silvio Berlusconi a Bersani, in forma e modi differenti, naturalmente. Ha convinto molti che la democrazia sia la legge della maggioranza e non, al contrario, il rispetto delle minoranze. La nostra società si fonda sulla visibilità che è il nuovo creatore di ordine; lo stesso denaro è prodotto da questo. Débray sottolinea come l’irruzione simultanea del denaro nell’immagine e dell’immagine nella persuasione collettiva sia stata la peste della seconda metà del XX secolo.

Qual è secondo lei il destino della tv oggi, di fronte alla recente crescita dei new media?

È in ritirata; meno credibile. Il David di Twitter è in grado di assestare dei buoni colpi al Golia televisivo. Le prossime elezioni politiche si giocheranno in questo spazio. E non solo le lezioni. Siamo alla vigilia di un cambiamento radicale. L’attuale classe politica, di destra come di sinistra, non è in grado di reggere questo cambiamento. Le poche volte che guardo la televisione – non la possiedo più da quasi dieci anni – e appaiono i leader politici attuali, mi sembra di veder sfilare una galleria di mummie bresneviane: da Berlusconi a Di Pietro, da Casini a Bersani, somigliano ai leader sovietici prima della caduta del Muro.

Pubblicato su  Il Riformista, 26 agosto 2011