L’Islanda è come tanti altri Paesi europei una nazione in crisi, ma dell’Islanda non si parla quasi mai. Sono ormai tre anni che nel Paese artico è in corso una rivoluzione che ha fatto scendere in piazza e lottare i cittadini islandesi. Una lotta senza spargimenti di sangue. Forse questo rende la rivoluzione poco interessante agli occhi dei media rispetto alle sanguinose manifestazioni libiche.

Fatto sta che in Islanda è successo di tutto: le banche sono fallite lasciando il Paese con un debito enorme finendo in bancarotta. L’Islanda è il primo ad aver avvertito la crisi finanziaria. Alla nazionalizzazione della Landsbanki (la principale banca islandese), hanno fatto seguito le altre due banche principali: la Kaupthing e la Glitnir. Il governo ha allora chiesto aiuto al FMI, Fondo Monetario Internazionale, che ha approvato un prestito. I cittadini sono scesi in piazza chiedendo le dimissioni del primo ministro e di tutto il governo: vengono anticipate le elezioni e al conservatore Haarden succede la socialdemocratica Jóhanna Sigurðardóttir.

Ma la situazione economica del Paese non migliora e nel 2009 viene stabilito, attraverso una legge, che le famiglie islandesi dovrebbero saldare il debito con una tassazione del 5,5% per i successivi quindici anni. I cittadini tornano così in piazza e chiedono un referendum che sancisce il 93% dei voti contrari al pagamento dei debiti. Arrivano i primi mandati di cattura e di arresto per i banchieri e top-manager responsabili della crisi.

L’Islanda è l’unico Paese che in questa situazione di crisi si è rifiutato di pagare i debiti delle sue banche e di socializzare le perdite, arrivando a denunciare e perseguire penalmente i banchieri responsabili ed eleggendo un’assemblea costituente per preparare una nuova costituzione decretando il potere popolare. Il successo di questa assemblea è riscontrabile nel fenomeno sempre più diffuso del “crowdsourcing”, ovvero l’affidamento di un compito a un gruppo non definito di persone, attraverso internet.

Lo scorso febbraio l’assemblea ha avviato i lavori e, attraverso le riunioni delle varie assemblee, ha in programma un progetto costituzionale che dovrà essere approvato dal parlamento attuale e successivo. Inoltre, il paese sta lavorando a un progetto chiamato “Icelandic Modern Media Initiative”, in vista della libertà di informazione e di espressione.

Tutto questo è anomalo, ma è la manifestazione di una forza di espressione e di democrazia di 320 mila cittadini che vogliono cambiare il Paese non pagando gli errori altrui, ma facendo giustizia per un mondo migliore.