C.S. Lewis diceva che <<leggiamo per sapere che non siamo soli>>. Parole che tornano in mente sfogliando il nuovo romanzo di R.J.Ellory, “Un semplice atto di violenza” (Giano, 2011 pp. 655). E che trovano conferma nella capacità dell’autore di proiettare il lettore nelle ambientazioni, nelle atmosfere, di avvicinarlo ai microcosmi psicologici di ciascun personaggio.

Definito da L’Express <<il nuovo maestro del thriller britannico>>, Ellory dà vita ad una storia che s’inserisce solo in parte nel filone del giallo, trasportando i classici elementi del serial killer e dell’indagine poliziesca in un contesto più ampio, in cui gli omicidi trovano una collocazione politica e acquistano nuovi significati.

Il prologo è geniale: assistiamo ad un omicidio mentre si compie. Ellory ci elegge a spettatori di un crimine in diretta, un crimine di cui la stessa vittima è consapevole poco prima di venire strangolata nella sua abitazione: <<Mi chiamo Catherine Sheridan, ho quarantanove anni, e questa volta ci siamo davvero (…) Sto per morire in casa mia>>. Nel salotto le immagini de “La vita è meravigliosa” di Frank Capra scorrono sullo schermo. Poche ore dopo, i detective Al Roth e Robert Miller si troveranno di fronte al cadavere di Catherine Sheridan: in ginocchio davanti al letto, la testa sul materasso, le braccia lungo i fianchi e un cartellino appeso al collo con un nastro bianco. Un forte profumo di lavanda avvolge il corpo della donna e pervade il suo appartamento. Tutti elementi che fanno pensare ad un legame tra la morte di Catherine e gli omicidi che, nei mesi precedenti, hanno spezzato le vite di Margaret Mosley, Ann Ryner e Barbara Lee. Tre donne brutalmente picchiate e uccise secondo un unico schema, che porta la firma del cosiddetto “killer del nastro”. Miller indaga sul passato della donna, e si rende subito conto che qualcosa non va: numero di previdenza sociale che non corrisponde, nessuna famiglia, nessun amico. L’identità di Catherine Sheridan sembra essere scomparsa insieme a lei – o meglio, non è mai esistita, e lo stesso vale per le vittime che l’hanno preceduta.

Finché non entra in scena Natasha Joyce, giovane di colore delle case popolari che riconosce l’ultima vittima dalle foto trasmesse in tv. Così Miller e Roth apprendono il collegamento tra Darryl King, il fidanzato di Natasha ucciso 5 anni prima, e Catherine Sheridan, che un giorno si era recata a casa della ragazza chiedendo di Darryl insieme ad uno sconosciuto. Lo stesso sconosciuto apparso nelle tre foto trovate sotto il materasso di Catherine insieme ad un articolo di giornale sul Nicaragua. Alla narrazione vera e propria, Ellory alterna pagine in cui un misterioso John Robey  si racconta in prima persona: l’addestramento alla CIA; gli omicidi commessi a sangue freddo nel nome di una <<democrazia>> che doveva essere difesa di fronte al <<pericolo comunista>>; le responsabilità del governo americano nel traffico di droga che dilagò durante gli anni 80. Un romanzo parallelo che pone il lettore in una condizione di superiorità gnoseologica rispetto ai protagonisti, senza però fargli perdere di vista i tasselli dell’infinito puzzle che Miller e Roth cercano di ricomporre. “Un semplice atto di violenza” è ricco di riferimenti all’America di Regan, di Bush, dei servizi segreti, delle cosiddette “guerre umanitarie”, e ci consegna dei veri e propri affreschi d’umanità. A partire dal detective Miller. Solitario, idealista, attaccato al lavoro in maniera ossessiva, Miller non si relaziona facilmente col prossimo, a meno che non si tratti del suo compagno di squadra Al. O di Harriet e Zelman, la simpatica coppia di vecchietti proprietari del negozio di dolciumi sotto il suo appartamento. La stessa cura la troviamo nel ritratto di Roth, del capo Lassiter, di Natasha – persino la barista Audrey, che compare solo alla fine, rimane impressa. E poi c’è lui, John Robey, il personaggio forse più complesso e affascinante, che impariamo a conoscere nella sua ironia, la sua intelligenza, la sua spietatezza: <<la prima volta che uccisi non fu un’esperienza significativa. L’impatto che ebbe su di me si rivelò decisamente inferiore alle mie aspettative>>.

Ma come ha detto lo stesso Ellory, nessuno dei suoi personaggi <<è completamente buono o completamente cattivo>>. Forse per questo è così credibile, e mentre leggiamo ci dà la sensazione che, in effetti, <<non siamo soli>>.

Pubblicato su Il Riformista, 1 ottobre 2011