Di film così da noi non se ne vedono molti – a dire il vero, non se ne vedono proprio. Irriverente e agrodolce commedia proiettata sabato al Festival del Cinema di Roma, “Jesus Henry Christ” ritrae una stramba famiglia composta dalla femminista e battagliera Patricia (la sempre brava Toni Collette di “In her shoes” e “Little Miss Sunshine”), e da un formidabile Jason Spevack nei panni di Henry James Herman, enfant prodige che immagazzina e memorizza alla perfezione, <<come una videocamera>>, tutto ciò che vede.

Dotato di un IQ superiore alla media e in grado di parlare dall’età di 9 mesi, Henry è ciò che la gente comune chiama “freak”, letteralmente “un mostro”. Anche se, nei sottotitoli italiani del film prodotto da Julia Roberts e diretto dal quasi esordiente Dennis Lee (è del 2008 il “Un segreto tra noi”), si è preferito il termine “anomalo” (forse perché più politically correct). Un flashback iniziale ci svela il retroscena famigliare di Patricia, come la madre e 3 dei suoi fratelli muoiono in circostanze tragicomiche, lasciando la ragazzina sola col padre dopo che anche l’ultimo se ne va di casa. L’abbraccio sul divano tra la donna e il figlio ci riporta al presente, ad un bambino che nonostante il suo essere <<a special boy>> (o forse proprio per questo), è insoddisfatto. L’eccezionalità di Henry, che dopo l’esplusione dalla scuola cattolica per il suo “Manifesto sulla natura della verità” entra a 10 anni in una prestigiosa Università privata (con borsa di studio annessa), lo spinge a desiderare cose “normali” – come conoscere l’identità del padre. Il nonno Stan, un ottimo Frank Moore, gli rivela che è stato concepito col seme di un donatore anonimo. Scoprirà di essere il figlio biologico del Dr. O’Hara (Charie Sheen), padre single di Audrey, 12enne dai capelli rosso carota condannata ad essere lo zimbello della scuola dopo che il genitore ne ha fatto l’oggetto del suo best-seller “Born gay or made that way?” L’incontro tra le due eccentriche famiglie sconvolgerà la loro esistenza, facendone crollare certezze e portando ognuno a mettersi in discussione. Il rapporto che s’instaura tra Henry e Audrey dopo l’incidente di un bacio alla francese e l’iniziale ritrosia della ragazzina, è seguito in maniera attenta e mai banale attraverso la messa a fuoco di due figure che, in modi diversi, rimangono ai margini del microcosmo adolescenziale cui sono costretti a relazionarsi (una condizione che pesa più su Audrey, soprannominata dai coetanei “la lesbica”).

Dennis Lee trasforma il cortometraggio girato nel 2003, vincitore all’epoca di uno Student Academy Award, in questa pellicola indipendente che spicca per la sua incisività – nel messaggio che vuole trasmettere (essere “diversi” è una ricchezza, non una condanna) come nei ritratti umani proposti. In particolare la teenager pallida dallo sguardo severo, interpretata magistralmente da una Samantha Weinstein che non sorride quasi mai, è irresistibile nel giudizio cinico e disincantato che dà di sé: <<La mia vita fa schifo ok? È un inferno quotidiano, un giorno cambierà, ma non oggi>>. Anche la Collette non si smentisce in un ruolo che sembra esserle cucito addosso, del resto già affrontato in “About a boy”: quello della madre single, simpatica ma un po’ svitata, che cresce il figlio in maniera “alternativa”. “Jesus Henry Christ” – il titolo è un divertente connubio tra l’esclamazione di Patricia durante il parto e il nome del prodigioso bambino – è stato presentato lo scorso maggio al Tribeca Film Festival, da noi riproposto in concorso nella sezione “Alice nella città”. Intelligente mix di comicità, dramma e critica sociale, è difficile trovare qualcosa di simile nel cinema italiano. Certo, i temi scelti da Lee (omosessualità, famiglie non convenzionali) vengono affrontati anche dai nostri registi; ma lo si fa quasi sempre tenendosi a debita distanza da argomenti considerati scomodi. Mai in maniera così netta ed esplicita, mai con quella leggerezza di fondo che caratterizza il film di Lee. Forse, se osassimo un po’ di più, commedie pungenti come quella che pochi giorni fa ha riempito la Sala Sinopoli potrebbero recare il marchio del made in Italy.

Pubblicato su Il Riformista, 1 novembre 2011