A quanto pare, da oggi in poi gli spettatori cinesi avranno poco di che svagarsi. Secondo una norma approvata dalla Sarft (State administration of radio, film and television) lo scorso ottobre ed entrata in vigore oggi, i programmi televisivi d’intrattenimento saranno ridotti drasticamente – più del 60%, da 126 a 38. Il loro posto sarà preso da programmi che favoriscono lo sviluppo culturale e morale del paese, promuovendo i valori del socialismo a scapito dell’influenza occidentale, verso la quale il Presidente Hu Jintao ha mostrato la sua preoccupazione.

Ciascuno dei 34 canali satellitari potrà trasmettere solo 2 programmi d’intrattenimento a settimana, ed un massimo di 90 minuti di contenuti d’intrattenimento al giorno, tra le 7:30 e le 22. Parallelamente,  gli enti televisivi dovranno mandare in onda almeno 2 ore di notiziari tra le 6 e le 24.

Anche se la norma non ha specificato esattamente cosa si intenda con “programma d’intrattenimento”, ai primi posti del mirino della censura troviamo i talent shows, i reality, e i famigerati talk shows – tutte produzioni che, con il loro “cattivo gusto” e i contenuti “volgari e scandalistici”, compromettono la qualità e la moralità della televisione cinese. Per ora si salvano (e viene da chiedersi il perché) le soap opera e alcuni “dating shows”, come “Li yuan chun” ed il popolare “If you are the one”, ancora in onda ma solo durante i weekend.

Certo, in un paese in cui il 95% della popolazione (la più alta percentuale al mondo) guarda regolarmente la tv, le critiche non potevano mancare: del resto, come affermato da Qiao Mu, ricercatore presso l’Università di studi esteri a Pechino, “Si può non mostrare il materialismo in televisione ma non limitarlo altrove”. Un problema che noi italiani, dato il recente ventennio di mal governo – e di mal costume – conosciamo bene. E forse anche nel bel Paese una maggiore tendenza alla morigeratezza sul piccolo schermo potrebbe dare i suoi frutti. Tuttavia, è evidente come i tagli operati dal governo cinese siano il sintomo di una minore libertà d’espressione, senza contare che l’obbligo di divulgare contenuti e valori “socialisti” mette in gioco l’annosa questione del rapporto tra politica e cultura. Ricordando che quest’ultima, per essere davvero tale, non può e non dovrebbe avere vincoli di alcun genere.