Il 6 maggio Boris Tadić si gioca tutto. Le doppie elezioni serbe, presidenziali e parlamentari, cadranno nel giorno di San Giorgio, uno dei santi più venerati nella tradizione serbo-ortodossa, e sono destinate a incidere sul futuro dei rapporti fra Serbia e Unione Europea ma, soprattutto, sul destino dell’attuale presidente e del suo schieramento, Ds- Demokratska Stranka, il Partito democratico.

Si vota, infatti, sia per rinnovare i consigli comunali e provinciali, che per eleggere i nuovi 250 membri della Narodna, l’Assemblea legislativa di Belgrado. La Serbia è un Paese dalla forma di governo ufficialmente parlamentare, ma di fatto semi-presidenziale, in cui le elezioni si svolgono generalmente in due turni. Per poter essere proclamato eletto al primo turno, infatti, a ciascun candidato serve della metà più uno dei voti espressi. A causa delle dimissioni del presidente filo-europeista Boris Tadić, dunque, i serbi saranno chiamati, il 6 maggio, a esprimere due voti.

Tadic, già due volte presidente, il 5 aprile scorso ha lasciato in anticipo lo scranno, proprio con l’obiettivo di aumentare il consenso intorno al suo schieramento. In questo momento, l’agenzia Faktor Plus, lo da al 28,3%, decisamente al di sotto della soglia del 33,5% a cui si attesta il suo principale avversario, Toma Nikolić, del SNS – Srpska Napredna Stranka, il Partito progressista serbo. Sintetizzando, banalmente, si potrebbe definire un duello” fra la Serbia che avanza e la Serbia che si arrocca sulle vecchie posizioni. Perché, se Tadic ha recentemente aperto il dialogo su varie questioni spinose come quella dell’indipendenza kosovara, per superarle in vista di un ingresso in Europa, allo stesso tempo Nikolić, già sfidante di Tadic nel 2008, parte da posizioni nazionaliste e di intransigenza sulla questione dell’integrità territoriale serba.

Certo, i due non sono gli unici pretendenti”: segue nei sondaggi, con notevole distacco, la coalizione guidata dal socialista Ivica Dačić (SPS – Socijalistička Parija Srbije), erede di Milosević e attuale ministro dell’Interno nel governo di coalizione DS-SPS, che unisce al Partito Socialista di Serbia, i minoritari del Partito dei Pensionati Uniti Serbi (PUPS – Partija Ujedinjenih Penzionera Srbije) e Serbia Unica (JS – Jedinstvena Srbija), all’11,8%. A superare la soglia di sbarramento del 5% sarebbe anche la coalizione Preokret (Capovolgimento, al 6,2%), che unisce il Partito liberal democratico di Čedomir Jovanović (LDP – Liberalno Demokratska Stranka) ed il Movimento Serbo di Rinnovamento di Vuk Drašković (SPO – Srpski Pokret Obnove) che, attualmente, detiene ancora solo quattro seggi parlamentari dei complessivi 250.

Il Partito Democratico di Serbia dell’ex presidente Vojislav Koštunica (DSS – Demokratska Stranka Srbije), al 5,7%, ed il Partito radicale serbo (SRS – Srpska Radikalna Stranka) di Vojislav Šešelj, oggi in custodia presso il tribunale internazionale dell’Aja, secondo i dati di Faktor Plus, si fermerà intorno al 5,5%. Le Regioni Unite di Serbia (URS – Ujedinjeni Regioni Srbije), dell’economista Mlađan Dinkić, già governatore della Banca Nazionale Serba dal 2000 al 2003, e successivamente ministro delle Finanze prima (2004-2006), dell’Economia e dello Sviluppo regionale poi (2007-2011),  non dovrebbe superare lo sbarramento, attestandosi al 3,3%. Infine, i ‘clerofascisti’ di Dveri, che a febbraio 2011 avevano annunciato la propria partecipazione indipendente alle elezioni, trasformando il proprio movimento in partito, puntano all’1%.

Per quanto riguarda le presidenziali, il quadro cambia, sebbene non di molto: il testa a testa tra Boris Tadić (DS) e Toma Nikolić (SNS) è all’ultimo voto (rispettivamente 35,7% contro il 36,1%), un 11,3% per Ivica Dačić (SPS), 5,7% per Čedomir Jovanović (LDP), 4,5% per Vojislav Koštunica (DSS) e sotto il 3% l’unica candidata donna, la radicale Jadranka Šešelj (SRS).

La campagna a Belgrado è molto tesa ed i motivi sono molti. Naturalmente spicca, fra questi, la decisione, ancora non definitiva, di evitare le elezioni locali in Kosovo e Metohija. Nelle regioni sarà possibile, infatti, votare solo per il candidato premier e per i rappresentanti parlamentari, secondo quanto dichiarato a ‘Politika’ da Goran Bogdanović, ministro serbo per il Kosovo e Metohija. Tutto ciò per evitare di mettere in pericolo i serbi kosovari, ma anche per evitare di andare contro la risoluzione Onu 1244. Bogdanović si è affrettato a spiegare che “non significa che le istituzioni serbe lasceranno il Kosovo. E’ come successe durante il periodo 1999-2008, nel quale le elezioni locali non vennero organizzate, ma le istituzioni serbe rimasero nella provincia”. Lo stesso Bogdanović ha poi aggiunto che, sempre in accordo con la risoluzione 1244, dopo le elezioni, si siederà ad un tavolo con il nuovo governo e con i rappresentanti Unmik, United Nations Interim Administration Mission in Kosovo, ovvero l’amministrazione provvisoria Onu nella regione kosovara, per cercare di affidar loro l’organizzazione delle elezioni locali in Kosovo. Con la presa di posizione di Bogdanović non sono però d’accordo né i serbi kosovari del nord né quelli del centro che credono che questa decisione “evidenzi una politica anti-statale e che non sia legalmente in accordo con la Costituzione e le leggi serbe”. Goran Bogdanović ha contro anche i rappresentati comunali del Nord chiamati in causa dal ministro Zvečan, i Zubni Potok, che si dichiarano invece pronti per le elezioni e sostengono che tutto sarà organizzato in accordo con la Costituzione e la legge serba e “non ci sarà pericolo per i serbi a sud del fiume Ibar”.

Voto o non voto, non sarà certo il Kosovo a modificare le sorti della consultazione. Né i democratici di Tadic né i progressisti di Nikolic riscuotono il consenso della minoranza serba del Kosovo, che si sente tradita dall’europeismo di entrambe le formazioni e preferisce piuttosto i partiti più piccoli e radicali come il Dps di Kostunica. Queste formazioni minori non hanno chances di vincere a Belgrado, ma possono influenzare le scelte dei partiti maggiori.

Vignetta satirica sulle elezioni come “illusione serba”: che si scelga il Partito Democratico o il Partito Progressista, l’esito è lo stesso, il “macello”…

C’è una sostanziale mancanza programmatica che accomuna la maggior parte dei partiti, rendendo difficile stabilire delle rilevanti differenze d’intenti, almeno tra i candidati principali. Il candidato che necessita di un distacco ‘più marcato’ dai due favoriti è il socialista Dačić, che punta anche a creare una sorta di ‘verginità rinnovata’, nel tentativo di oscurare il suo crudele passato. Ma anche Nikolić ha qualcosa da nascondere, dal momento che fu vice primo ministro del governo di coalizione formato con il Partito Socialista di Slobodan Milosevic, quand’era presidente serbo. E Tadic non è da meno, malgrado la migliore posizione che occupa: tutti in Serbia vogliono far dimenticare gli orrori dei decenni scorsi e Tadic lo fa per una ragione precisa, l’Europa.

 Il problema dunque non sarebbero i voti dei serbi kosovari, ma le violenze che potrebbero scatenarsi per le elezioni. Infatti, dettaglio non di poco conto, il giorno prima del voto a Belgrado si terrà uno scontro altrettanto aspro, quello tra Partizan e Stella Rossa, il derby più sentito della Serbia. Ed arrestare dei tifosi nazionalisti alla vigilia delle elezioni, potrebbe diventare un problema serio per le istituzioni serbe.

Nelle settimane scorse sono finiti in manette il sindaco di Kosovska Vitina e due impiegati comunali accusati di distribuire materiale elettorale serbo. Pristina vieta categoricamente ai suoi cittadini di partecipare al voto di Belgrado ma gli abitanti delle province a maggioranza serba stanno rafforzando le barricate stradali, per impedire l’intervento delle autorità nel loro territorio e depositare la loro scheda nelle urne.

Nel frattempo, la Nato, per garantire la sicurezza e far fronte a eventuali incidenti e situazioni di emergenza in particolare nel nord del Kosovo a maggioranza serba, ha deciso il rafforzamento della Kfor, l’interforze di stanza in Kosovo, con 700 soldati supplementari, 550 tedeschi e 150 austriaci, che si aggiungono ai 250 militari della Bundeswehr, giunti a Pristina nei giorni scorsi.