Lampedusa è una piccola conchiglia nel sud del Mediterraneo. Terra di venti che arrivano dall’Africa, libeccio libico e scirocco siriano.
Landa di passaggio, di arrivi e partenze: tutti, o quasi, i migranti sono passati di qui: Lampedusa è sud del sud, nonitalia, terra dimenticata ma al centro del mondo. Superficie terrestre dai confini marini, dove il tempo e lo spazio girano in tondo, il nord e il sud s’invertono, si confondono.
Il piccolo aereo ATR sembra atterrare sul mare, l’aeroporto è propaggine di scoglio.

Con Amal arriviamo di mattina presto, col primo volo. Tira un vento fresco, i colori sono pastello caldo. Case basse, paesaggio magrebino, strade polverose di un asfalto consunto, tutto buche. C’è qualcosa che non mi ricorda l’Italia. Camminiamo lentamente al centro della strada vuota. Il silenzio attorno è fatto di mare e canti di gabbiani.
I lampedusani non usano il casco in motorino. Sa di ridicolo. Circolano modelli antichi di automobili, qualcuna è buttata in un angolo della carreggiata, con le ruote a terra. Ci viene da pensare che costi di più a farle portar via dal carrattrezzi piuttosto che tenerle lì.
-Esisterà uno sfasciacarrozze nell’isola? D’altronde non c’è neppure un cinema, né tantomeno un teatro…
-Ma perché dovrebbe esserci un cinema?- mi domanda Amal – credi sia necessario che ci sia?
-Forse no… – ci penso qualche istante – non è affatto necessario… – concludo, pensando ai miei parametri troppo cittadini.

I primi ad accoglierci nell’isola sono un branco di cagnolini. Bastardini che scodinzolando ci ronzano incontro, seguendoci fedelmente passo passo.
- Sembra come se stavano aspettando proprio me e te, Amal… come se non attendevano altro che il nostro ritorno…
Se entriamo in un bar ci aspettano fuori, sulla soglia, senza entrare.
L’isola sembra disabitata, non c’è quasi nessuno per le strade. È l’aria torrida della  mezza.

Il nostro punto di riferimento, il “contatto” che Amal si era procurata da Roma, è l’associazione Askavusa, che in dialetto siciliano sta a significare ‘a piedi scalzi’. A piedi scalzi come quelli dei migranti che arrivano giornalmente nell’isola, se c’è bonaccia.
I volontari hanno allestito un piccolo museo dell’immigrazione, all’interno dell’associazione dedicata a Peppino Impastato, vittima della mafia.
Scarpe attaccate a delle corde penzolano dal soffitto, nel piccolo museo sono esposti abiti e oggetti che i migranti hanno trasportato lungo la traversata della “speranza”. Ilaria, Gianluca, Pierre, Daniela e tanti altri, fanno di tutto per accogliere gli uomini, le donne e i bambini quando sbarcano dopo l’estenuante viaggio. Portano loro vestiti, coperte, del cibo. Talvolta li hanno anche fatti dormire nelle sale dell’associazione. Attualmente non possono fare molto. I migranti, infatti, non appena sbarcati, vengono subito intercettati e trasportati nei due centri di accoglienza. Della gestione dei pullman se ne occupa la cooperativa “Lampedusa Accoglienza”.
Nessuno può entrare nei centri di Imbriacola o della Loran, ex base Nato caduta da anni in disuso. Può farlo solo chi è in possesso dell’autorizzazione del prefetto di Agrigento o ha conoscenze in alto, molto in alto.
Ciò non ha impedito a me ed Amal di tentare il tutto e per tutto al fine di riuscirvi.

***

Assistere ad uno sbarco non ha nulla a che vedere col sorbirsi lo “tsunami emotivo” propinatoci quotidianamente dai vari TG. Durante gli sbarchi c’è silenzio, come durante gli scarichi delle merci dalle navi. I migranti tengono gli occhi bassi, come se si vergognassero, mentre vengono contati… 2, 3, 4…
-Chissà cosa stanno pensano in questo momento?
Immagino gli occhi neri di Amal farsi lucidi dietro le lenti scure.

Abbiamo assistito ad uno sbarco poco dopo essere arrivate nell’isola. 500 migranti mettono piede a Lampedusa. 200 ne erano sbarcati già la notte prima. Molti sub sahariani, indiani, bangladesi, forse pakistani, magrebini, lavoratori in fuga dalla Libia in guerra. Appena prima erano sbarcate le donne con i bambini piccoli.
La polizia ha chiuso le strade, militarizzato “Porto nuovo”. Fotografi più o meno ufficiali aspettano il momento propizio del clic. Anche noi siamo qui per testimoniare, per capire.

I migranti vengono trasportati a piccoli gruppi nel porto dalle navi della Guardia di Finanza. La loro imbarcazione è in avaria, al largo. Si è parlato di un principio di incendio, e della conseguente decisione di lasciar affondare la barca in alto mare.
-E se fosse tutta una messa in scena per non far entrare la nave nel porto?
Mi guardo attorno. Ci sono una miriade di imbarcazioni abbandonate, le “carrette del mare” con le quali i migranti sono arrivati fin qui, sfidando il mare. Alcune sono affondate per metà. Pitturate di colori vivaci, ricoperte di lettere arabe, ognuna ha un numero di catalogazione scritto in grande con vernice bianca.
Molte di queste carrette del mare stanziano nel “cimitero delle barche”, lungo la strada che costeggia il porto. Fanno da palo dei militari a fianco di una camionetta. A nessuno è permesso avvicinarsi.
-Cosa c’è di tanto divertente da fotografare, volete spiegarmelo?- ci fa uno di loro.
-Niente, vogliamo solo testimoniare…-rispondo io infastidita dal tono strafottente del mio coetaneo in divisa.

***

Con Amal le tentiamo tutte pur di riuscire ad entrare nei centri di accoglienza, pur essendo prive della famosa firma del prefetto. Nei pressi dell’ex base Nato ci capitiamo per caso. Mentre percorriamo, a bordo del nostro scooter elettrico affittato presso l’econolleggio dell’isola, la strada panoramica, quella che dal faro procede in direzione ovest. Un rincorrersi di calette che dalla strada s’intravedono appena. Un susseguirsi di muretti a secco, case in pietra, una discarica abusiva posta sotto sequestro dal comune.
-Mi ricorda la Cisgiordania… – commenta Amal.
-A me tanti posti diversi, la Sardegna, l’Aspromonte, Campo Imperatore…
È una terra aspra, dove anche i fiori sono coriacei ed hanno le spine.
Il centro abitato dista kilometri.
-Se si ferma il motorino qui, dove troviamo una dannata presa elettrica a 220 watt per ricaricarlo?
Detto fatto, la carica si esaurisce prima del dovuto.
-E per fortuna che doveva reggere per 40 km… ne avremmo percorsi sì e no una quindicina…- sbuffa Amal, rallentando per evitare di consumare ulteriore energia.
-E ora che si fa? – domando io preoccupata.
Guardo la cartina senza riuscire a capire dove siamo collocate.
-A guardare ‘sta mappa le distanze sembrano interminabili… ma credo che in realtà abbiamo fatto più strada del previsto… l’isola è piccola.
Lampedusa ha una larghezza di appena 17 kilometri.
-Dove siamo? – domandiamo a due operai dai volti scavati dal sole.
-Nei pressi dell’isola dei Conigli. Se proseguite per giù arrivate in paese…
-E dall’altra parte dove si va?
-Dall’altra parte non c’è nulla. C’è il centro dei “clandestini”, non andate… non c’è un nulla di interessante, scendete al mare…
Clandestini. Una parola che si sente spesso in giro quando si parla di migranti. Ma non significa un bel niente. Si potrebbe dire rifugiati, richiedenti asilo, irregolari… ma clandestino è un calderone troppo generico dove vengono buttati indistintamente tutti gli immigrati.
Salutiamo i due operai che insistono affinché andiamo a vedere l’isola dei Conigli, il top delle bellezze dell’isola. Con uno sguardo io e Amal ci intendiamo e tiriamo dritto verso il centro, nonostante il contachilometri del motorino segni un countdown preoccupante. 10… 9… e dopo pochi metri 8… 7…
-Tra poco saremo a piedi, Amal…
-Già…- dalla sua voce traspare la mia stessa preoccupazione. – ma in qualche modo ce la caveremo. L’obiettivo è quello di arrivare fino al centro di accoglienza nell’ex base Nato. Vedere, testimoniare, capire…
Ora che ci è capitato sotto mano non possiamo tirarci indietro.

Lo scooter ecologico segna 0. Non c’è più niente da fare, sta per cedere proprio davanti l’entrata della caserma dell’aeronautica.
-Chiediamo aiuto ai militari?
-Dici, Amal? – domando scettica.
-Sì, dai…- suona il campanello della caserma.
La voce di un uomo domanda chi è.
- Ci si è fermato il motorino, potreste venirci in soccorso?

Poco dopo vediamo avvicinarsi un ragazzo sulla trentina in divisa. Ha i modi cortesi, ci trasporta il motorino all’interno del cancello. Lo mette in carica. Pensiamo che a Roma una cosa del genere non potrebbe mai accadere. Tira un’aria di surrealtà in quest’isola.
-Vorremmo entrare nel centro di accoglienza dell’ex base Nato… – Amal la butta là, con nonchalance.
-È più avanti, ma non fanno entrare nessuno. – afferma perentorio.
-Voi non potreste metterci una buona parola? – insistiamo, abbozzando un sorriso.
-Noi non abbiamo competenze per farlo, l’aeronautica si occupa d’altro…
-Non si può tentare?
Arrivano in quel momento due ragazzi in una panda rossa, due militari dell’aeronautica in borghese. Stanno rientrando in caserma. Il nostro soccorritore li chiama per nome.
-Accompagnate le ragazze alla Loran, vedete se riuscite a farle entrare.

Saliamo sulla panda rossa e durante il breve viaggio fino alla ex base Nato, con poche frasi che ci scambiamo, intessiamo un’insolita confidenza. I due militari vivono a Lampedusa da 4 anni e mezzo. D’inverno l’unico passatempo a loro disposizione è giocare a carte, qualche partita a pallone nei giorni in cui non tira troppo vento. In tutta l’isola c’è un solo pub.
-Lampedusa è considerata zona d’emergenza. Per questo siamo qui…- ci racconta il ragazzo che è al volante.
-Dopo tre anni trascorsi in una zona d’emergenza è permesso l’avvicinamento a casa… siamo in attesa di una risposta dai superiori, d’altronde di anni ne sono passati già quasi 5… Io sono di Lecce, e la Puglia è lontana…
‘La Puglia è lontana’ suona strano. È sempre sud, eppure da Lampedusa è un viaggio infinito: 3 voli aerei, Lampedusa –Palermo, Palermo –Roma, Roma- Lecce.
La panda rossa si arresta davanti l’entrata della Loran, al cenno di uno dei due carabinieri di guardia. I due militari parlano con scioltezza con i colleghi. Ci conosciamo da un quarto d’ora e già i due militari sono disposti a garantire per noi.
-Sono due operatrici sociali, vorrebbero fare un giro nel centro…
Niente da fare. Gli ordini dei superiori sono inviolabili.
-Sono proprio carabinieri! – commenta a bassa voce uno dei due.
Ci giriamo nel cortile del centro, per fare dietrofront.
Nel mentre la panda rossa fa manovra, abbiamo il tempo di scorgere nel cortile uomini e donne dietro una rete. Alcuni sono seduti a terra, altri passeggiano avanti e indietro, con la testa bassa.
-Animali in gabbia…- è la prima impressione mia e di Amal guardando i migranti del centro. Che sia stata la stessa sensazione lo scopriamo dopo, in una fugace confidenza.

***
Il centro di accoglienza di Imbriacola è invece vicino alle abitazioni dei lampedusani, nel mezzo di una vallata. Accedervi seguendo la strada principale è impossibile, si viene rispediti indietro dai carabinieri appostati in più punti. Ma c’è un’altra via, che abbiamo scoperto grazie alle indicazioni della popolazione. Un sentiero che conduce sul crinale della collina, dalla quale si vede il centro intero.
La casa della signora Daniela, una donna robusta da un largo sorriso, è l’unica abitata nei pressi del centro Imbriacola. Le altre lo sono solo d’estate.
-Un mese fa, quando arrivarono i tunisini nell’isola, che fa 4.500 abitanti, sembrava di stare in un mercato di Marrakech. Si era in piena emergenza. Il porto era invaso di migranti, facevano i bisogni ovunque… io vivo qui con le mie figlie, le cose le venivo a sapere dalla televisione.
I ragazzi tunisini che uscivano ed entravano nel centro passavano tutti davanti casa sua, per l’unica via d’ accesso al paese.
-Una volta grandinava chicchi grandissimi, c’erano una trentina di ragazzi qui fuori, tutti bagnati… mi facevano una pena. Li ho fatti entrare nel giardino, ho dato loro asciugamani, gli ho preparato da mangiare, gli ho regalato i vestiti di mio marito, che ogni giorno esce alle 7.00 di mattina per andare a lavorare…
Le chiediamo se non ha mai avuto paura di restare a casa con le due figlie piccole, sapendo del viavai di tanti uomini.
-No, mai… – lo dice sorridendo.
È un peccato che la signora Daniela non accetti di raccontare la sua esperienza davanti alla telecamera. Sarebbe un modo per testimoniare al mondo che la realtà dei lampedusani non è quella che vuole farci intendere la televisione. La realtà è fatta di gesti quotidiani. Come quelli di Mariano, pescatore del porto, che ha ospitato tanti ragazzi a casa propria, li ha invitati a cena dalla madre. Ha regalato loro vestiti e cibo. C’è rimasto tanto male quando ha ritrovato il camion distrutto. Eppure rifarebbe quello che ha fatto altre 1000 volte.
- E che fai non li aiuti?

Quando con Amal ci affacciamo dal crinale della collina, sopra il centro di accoglienza Imbriacola, scorgiamo un paesaggio inaspettato, da lasciare con il fiato sospeso.
-Ma siamo in guerra?
Lungo i pendii della montagna sono asserragliate decine di militari, con il mitra a tracolla. Scenario da trincea, come i videogiochi sparatutto. In basso, il centro: un semplice edificio bianco. Alcuni ragazzi s’affacciano da uno dei balconi, altri si passano una palla in giardino.
-Amal, ci hanno visto!
-Fa’ finta di niente… continua a fare riprese.
Spingo nervosamente lo zoom avanti e indietro. Dei militari stanno risalendo il crinale della collina nella nostra direzione.
-Riprendi i ragazzi che giocano a pallone – mi sprona Amal.
Inquadro qua e là, con movimenti bruschi per cercare di far in fretta. Un uomo urla d’improvviso nella mia direzione, proprio mentre sto con l’obiettivo incollato su di lui.
-Lassù, lassù c’è una telecamera!
Metto su off.
-Amal, io vado, non vorrei che la cassetta fosse in pericolo…-
Mi allontano. Tolgo la minidv dalla camera e la nascondo dentro un cespuglio. Amal mi raggiunge poco dopo.
-Stavo facendo delle foto e mi hanno urlato di andarmene…
Testimoniare…

***

Testimoniare che significa?
Dar voce agli eventi, non giudicare.
Significa ascolto.
Ricerca della verità, che non è mai una.
Ma non è neppure tutto relativo.
Se esiste la verità è quella di chi non ha voce.
Chi urla ha paura della verità, ne teme la forza.

***
In tutta l’isola di Lampedusa c’è un solo pub. Non c’è il teatro, né il cinema. Non ce n’è bisogno. Nessuno ne sente la necessità. Ogni sera ci si ritrova. Ad Askavusa la cena sociale costa 4 euro ed è impossibile non fare il bis dei piatti vegetariani e speziati di Ilaria, una delle volontarie.
I lampedusani sono pescatori e artisti. A casa di Pasquale e Maria la chitarra passa di mano in mano. Canti socialisti e anarchici dei fine ‘800, Vitti na crozza, Ciuri Ciuri, stornelli romani e canzonette napoletane. Un flusso di energia incredibile circola tra le persone. Senza alcun filtro, con poche frasi ci si scambiano pezzi di vita.
-Svuota il sacco, non accumulare… – Pasquale, un uomo dalle mani callose, un grande lavoratore che non ha avuto tempo né possibilità di studiare, trasuda saggezza genuina. La strada insegna molto di più di tanti manuali.
Fumo e vino rallentano le percezioni in un’orgiastica comunione d’anime. Ogni cosa perde la sua malizia, ci si abbraccia, ci si passa il cibo battendo le mani a suon di musica, cantando a squarciagola De André.
Erano così gli anni ’70 in Italia? Il ’68? La comunione, l’incontro tra le persone. L’esserci tra gli altri e per gli altri. Il credere, il sentire di poter cambiare il mondo.
Gli ideali.
Ma è terra di contraddizioni, Lampedusa. Il vice sindaco, nonché ex sindaco, appartiene al partito xenofobo e secessionista della Lega Nord, l’abusivismo edilizio è ovunque e tra la gente c’è scarso sentimento dello stato.
-Ti senti italiana? – chiediamo alla signora Daniela.
-No.
-Ti senti siciliana?-
-Un po’…-

I lampedusani sono stati traditi dalla politica e da chi veicola l’informazione, dai giornalisti a cui non interessa la realtà della cronaca, quanto piuttosto l’emotività di parole come “emergenza”, “invasione”, “pericolo”, “allarme”. A Lampedusa si mangia il pesce più buono d’Italia, eppure i ristoratori quest’anno sono preoccupati per le magre previsioni della stagione estiva: anche ad agosto, si prevede uno scarso arrivo di turisti.
- I giornalisti hanno montato questa storia dell’emergenza, si è diffuso il panico tra i turisti, la maggior parte dei quali hanno disdetto le prenotazioni. – ci confida il proprietario di un ristorante vicino il porto.
-In tutta l’isola non si vede un immigrato. Dite la verità quanti ne avete incontrati? E la gente che va a Riccione, a Rimini? Lì si che è pieno di immigrati, non a Lampedusa!
In effetti di immigrati se ne vedono con il contagocce. Tra l’altro i siciliani, dai tratti arabi, non si distinguono facilmente dai magrebini. I migranti che arrivano vengono trasferiti in fretta e furia nei centri di accoglienza dai quali non possono uscire. Dopo qualche giorno grandi navi da crociera li smistano in altri centri italiani. I tunisini vengono rimpatriati con degli aerei, loro non scappano da guerre, non sono rifugiati. Anche se non hanno una gran voglia di tornare nella condizione di disoccupazione, instabilità politica e povertà che è ora la Tunisia: per impedire di essere rimpatriati hanno ostentato atti di autolesionismo: a tutto sono disposti purché a non tornare nel loro paese.

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Abbandonati a sé stessi, nell’estrema propaggine d’Italia, appartenente già alla zolla tettonica africana: eccoli i lampedusani. Sono il sud del sud. Anche la Sicilia, vista da Lampedusa, è già nord.

***

Pasquale nel suo giardino ha una panchina bianca, con su scritta una frase in dialetto siciliano: “Sientate e conta me”.
A Lampedusa, terra selvaggia, senza cinema né teatro, c’è spazio ancora per i racconti. Per l’ascolto disinteressato. Tempo per stare, semplicemente. Se soffia il maestrale, le bottiglie che Pasquale ha poggiato sul muretto del giardino, in una particolare angolazione, emettono particolari suoni di mare.