Sono giorni caldi di cambiamento. Oltre alle più seguite Francia e Grecia, anche l’Armenia è stata chiamata al voto domenica 6 maggio per il rinnovo del parlamento. Il partito repubblicano armeno, guidato da Serzh Sargsyan, ha vinto con il 44% dei voti, il partito ex partner di coalizione Armenia Prospera del politico e uomo d’affari Gagik Kolyai Tsarukyan  si piazza al secondo posto con il 31% dei voti.  Gli altri partiti che, superata la soglia del 5%, entreranno nell’assemblea legislativa sono Legge, alleato della formazione repubblicana con il 5,49%, e le formazioni di opposizione:  Federazione Rivoluzionaria Armena con il 5,73%, Legalità con il 5,79% e la coalizione Congresso Nazionale con il 7,10%. Il presidente Serzh Sargsyan potrà contare su 68 dei 131 seggi del Parlamento.

«Questa elezione ha dimostrato che non c’è alternativa ai valori democratici e il Partito repubblicano è un garante della conservazione di questi valori» ha detto Eduard Sharmazanov, il vice Presidente dell’ Assemblea nazionale della Repubblica dell’Armenia.
Tuttavia quelle che dovevano essere le prime vere consultazioni democratiche nella storia della nazione, garantite dalla presenza di circa 300 osservatori nazionali dell’Ocse/Odhir e del Consiglio d’Europa, sembrano aver fallito tale compito. Infatti, fin dalla chiusura delle urne rappresentanti di Armenia Prospera e del Congresso Nazionale hanno denunciato brogli, accusando la Commissione elettorale di aver gonfiato i numeri dei votanti.
L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ha elogiato per bocca del suo rappresentante la campagna «aperta e pacifica», ma ha espresso preoccupazione per la «generale mancanza di fiducia nell’integrità del processo elettorale, tra i partiti politici e l’opinione pubblica». Un osservatore Ue ha dichiarato che le operazioni di voto in un seggio elettorale nella capitale Yerevan sono state caotiche, con il 15% di voti in più rispetto agli elettori iscritti. Inoltre, i timbri sui passaporti di alcune persone che avevano già votato sbiadivano entro 15 minuti, permettendo loro di votare di nuovo.
L’Unione Europea rappresenta il principale protagonista della moral suasion giocata da più parti sul piccolo Paese euroasiatico per indirizzarlo verso gli standard democratici, in quanto è il principale partner commerciale. Queste elezioni arrivano infatti alla fine di una campagna elettorale caratterizzata dai gravi problemi economici, dall’elevato tasso di disoccupazione e dalla tensione causata dalla chiusura delle frontiere con i Azerbaijan e Turchia. Nel piccolo Paese euroasiatico sono tuttora in corso dispute territoriali con gli ingombranti vicini, controversie che hanno segnato profondamente la storia del Paese fin dal 1991 quando il popolo armeno ottenne, attraverso un referendum, l’indipendenza dall’ex Unione Sovietica.
Certo è che le elezioni in Armenia sono sempre segnate da episodi di cronaca: il 4 maggio, a soli due giorni dalle elezioni, più di cento persone sono rimaste ferite a causa dell’esplosione di palloni a gas durante un comizio politico nella capitale Yerevan. Un incidente causato da una sigaretta. Nulla in confronto agli episodi di violenza delle precedenti elezioni nel 2008 in cui, dopo la vittoria di Serzh Sargsyan, le proteste dell’opposizione sfociarono in duri scontri in piazza dove persero la vita dieci civili tra numerosi feriti.
Le trascorse elezioni segnate dalle voci di brogli e dalle perplessità degli osservatori Ue se possono considerarsi un timido passo avanti segnano la lunga strada ancora da percorrere nel processo di democratizzazione e nella stabilità politica necessaria a un percorso di sviluppo. Altro banco di prova per la democrazia saranno le elezioni presidenziali del 2013 in cui il presidente Serzh Sargsyan tenterà di conquistare il secondo mandato a capo dell’ex repubblica sovietica divisa tra Europa e Asia.