Il Grande Colibrì è un sito che si occupa di omosessualità e interculturalità, gestito da un gruppo di amici con provenienze culturali, religiose, politiche e di attivismo molto diverse, che rappresentano tre continenti diversi. Il progetto Moi, Musulmani omosessuali in Italia, ospitato nel blog ha l’obiettivo di favorire il dialogo fra comunità Lgbtq*  (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e altri) e Islam.

Il progetto si sviluppa con  piccoli saggi sulle questioni teologiche, approfondimenti sulle comunità Lgbtq* islamiche nel mondo, realizzati in prima persona con e da chi vive nei vari Paesi, interviste, un angolo della posta dei lettori, uno spazio dedicato al tema Islam e omosessualità nella rassegna stampa, aggiornata tre volte la settimana, contatti costanti, formali e non, con persone e associazioni Lgbtq* musulmane in Italia e nel resto del mondo. Per i prossimi mesi hanno in cantiere un progetto che coinvolge associazioni di vari Paesi, che in questo momento è ancora allo stato embrionale in attesa dei suggerimenti delle varie realtà Lgbtq*.
Abbiamo intervistato due dei ragazzi che lavorano per il dialogo interculturale sui diritti Lgbtq* nei contesti mediterranei, Pier Cesare Notaro e Michele Benini. In fondo, un piccolo glossario per spiegare i termini più specifici.

I contesti ribattezzati di ‘Primavera araba’ sono molto diversi fra loro. Quale pensi sia stato il ruolo delle associazioni Lgbtq*[1],  nei vari paesi a maggioranza musulmana? Quali sono, secondo voi, gli ambienti più fertili per l’affermazione dei diritti delle persone omosessuali, bisessuali e transessuali e quelli più complessi?

Michele: Non è così facile trovare un denominatore comune alla situazione dei paesi interessati dai sommovimenti popolari dello scorso anno, perché i contesti erano diversi e lo sono ancor più dopo lo svolgimento di alcune consultazioni popolari, non proprio soddisfacenti. Purtroppo non ci sono tra i paesi della Primavera araba situazioni che possano far ben sperare in tempi ragionevoli…

Pier: Bisogna anche notare che in nessun paese interessato dalle recenti rivoluzioni esistono vere e proprie associazioni Lgbtq*, dal momento che gli unici paesi a maggioranza musulmana dove esiste un attivismo davvero strutturato e riconosciuto sono Indonesia, Turchia, Libano e Marocco. Solo quest’ultimo è stato lambito dalla Primavera araba, con le proteste del 12 febbraio alle quali, non a caso, ha aderito anche la principale associazione gay del paese, KifKif [2]. Comunque, anche in Egitto e in Tunisia gli omosessuali, pur non essendo organizzati, sono spesso scesi in piazza esattamente come gli altri cittadini e anche i blogger Lgbtq* hanno trasformato i propri siti in bollettini rivoluzionari.

A parer vostro, qual è la situazione attuale delle associazioni che lottano per i diritti Lgbt, in quei contesti che si sono ‘liberati’ da dittature, più o meno ufficiali, come quella egiziana?

Pier: Come dicevo, nei paesi liberati dalle dittature non esistono vere associazioni per i diritti Lgbtq*. Esistono singole personalità che si battono per questi diritti e al momento sembra trionfare lo scoramento…

Michele: Infatti non c’è al momento grande differenza rispetto a prima dei movimenti di liberazione. Inizialmente si erano diffuse speranze, ma l’affermazione di partiti islamisti nelle elezioni dei vari stati ha, purtroppo, sopito molto queste aspettative.

Dal vostro blog leggiamo le storie di Amina in Siria [3],  Ice Queer in Egitto [4] e dell’adesione ufficiale alle proteste, da parte del gruppo gay semi-clandestino ‘KifKif’, in Marocco. Al di là di singole personalità, che esprimono la propria posizione sulla questione anche con gesti forti, pensiate ci siano associazioni o metodi che si sono distinti maggiormente?

Michele: Esistono alcune realtà che operano in contesti semi-clandestini ed altre che possono esporsi un po’ di più. In Algeria, per esempio, esiste la giornata per i diritti Lgbtq*, che si celebra il 10 ottobre.

Pier: In Marocco, come ricordavamo, esiste KifKif, che è una realtà molto attiva. In ogni caso, è difficile capire quali siano le “buone pratiche” dell’attivismo Lgbtq* nel mondo arabo. E’ proprio per questo che come Moi stiamo ideando un progetto internazionale per analizzare e collegare esperienze, purtroppo ancora troppo poco note…

La maggiore preoccupazione dell’Occidente, negli ultimi mesi, sembra essere un’eventuale ascesa dei movimenti islamisti nel Maghreb ,e in generale, in Medio Oriente. I movimenti emersi dalle elezioni (marocchine e tunisine, ad esempio) sono però partiti islamici di stampo moderato. Pensiate che si possa aprire un dialogo con questi attori politici?

Michele: Tanto nel Maghreb, quanto in Egitto in particolare, la svolta politica sembra destinata a coinvolgere soggetti moderati, tuttavia non sembra possibile, dalle prime dichiarazioni dei vincitori delle elezioni, sperare che la comunità Lgbtq* di quei paesi possa godere di qualche beneficio. Inizialmente speriamo che ci possa essere intanto un po’ più di tolleranza, ma per il raggiungimento di diritti certi la strada da fare è ancora lunga, purtroppo.

Pier: Bisogna ancora capire più precisamente quanto certe dichiarazioni di apertura siano sincere…Tenendo conto che comunque l’islamismo non è sinonimo di Islam, ma è un’interpretazione politica di estrema destra dell’Islam (accanto alle quali esistono interpretazioni apolitiche, comuniste, liberali, ecc…) e che le posizioni di estrema destra – siano esse espresse dagli islamisti, dalla Lega Nord o dai neocon americani – sono sempre in contrasto con il rispetto dei diritti, soprattutto di quelli delle minoranze di qualsiasi tipo.

Joseph Massad, professore giordano di origini palestinesi, associato alla Columbia University e autore del contestato volume ‘Desiring Arabs’, ha recentemente dichiarato in una intervista rilasciata a Ernesto Pagano, che l’omosessualità è una categoria creata dall’Occidente in tempi recenti e sfruttata dalla macchina imperialista. Così come Tariq Ramadan, ha recentemente affermato che non si può imporre ai musulmani, un diritto nato nel contesto occidentale, come la libera espressione delle relazioni affettive e del proprio orientamento sessuale. Pensate che sia giusto trattare la questione dei diritti degli omosessuali come uno fra i temi attinenti ai diritti umani, oppure dev’essere essere trattata come tema a parte, con caratteristiche specifiche attinenti ai vari contesti in cui si sviluppa il dibattito?

Michele: La frase con cui Hilary Clinton ha sancito la campagna per i diritti Lgbtq* in Africa (“i diritti dei gay sono diritti umani e i diritti umani sono i diritti dei gay”) dipinge bene l’immagine che ‘Il grande colibrì’ ha in mente: del resto, allo stesso modo, quando denunciamo il pinkwashing israeliano, facciamo lo stesso ragionamento: ottenere i diritti per i gay in un contesto in cui altri diritti umani non vengono rispettati non può trovare l’acquiescenza delle associazioni Lgbtq*. I diritti umani o sono per tutti oppure non sono.

Pier: Ovviamente concordo in pieno con Michele. Poi è anche vero che lo specifico concetto di ‘omosessualità’ che abbiamo generalmente in mente, è un prodotto culturale la cui nascita ha una precisa collocazione temporale e spaziale. Riconoscere questo fatto non implica assolutamente, però, che si debba o che si possa negare la libera espressione dell’affettività e della sessualità tra adulti consenzienti, al di là di cosa intendiamo per omosessualità e per eterosessualità. Tra l’altro, se è vero che la cultura gay mainstream è un prodotto occidentale, nella storia e nelle culture musulmane troviamo varie forme di omosessualità…E quindi tale diritto è tutt’altro che estraneo alle tradizioni islamiche! Premesso che ogni persona deve essere libera di seguire o non seguire qualsiasi modello affettivo e sessuale, la presenza di una pluralità di modelli (dal “gay made in Usa” alle omosessualità mediterranee, dalla persona transessuale in transizione da un sesso all’altro alla hijra pakistana [7] che si sente appartenere ad un terzo sesso) è senz’altro positiva, apre orizzonti nuovi per tutti.

I vari media occidentali, o almeno la maggior parte di loro,  considerano spesso l’Islam come un blocco unico, un monolite coeso e immutabile nel tempo. A differenza della religione cattolica, la realtà musulmana non ha un centro di potere, da cui sono emanate ‘regole’ comuni. Ad esempio,  le parole e gli studi dell’imam Daayiee Abdullah [5] rappresentano una fonte di conforto e di speranza per milioni di musulmani omosessuali e transessuali. Daayiee, infatti, è un imam, dichiaratamente gay, che sostiene come l’omosessualità non sia un peccato per l’Islam. E’ importante per voi, e quanto riuscite, a far emerge il pensiero di punti di vista ‘alternativi’, ma comunque generati dall’interno della comunità?

Michele: Quasi nessuno ha coscienza del fatto che, mentre nel cattolicesimo c’è una guida e una gerarchia ben definita, l’Islam non funziona allo stesso modo e per questo è molto più naturale trovare posizioni diverse sullo stesso argomento. La realtà dell’Islam è quella di un’infinità di sfaccettature, anche se un certo oltranzismo islamista tende a dominare la scena grazie al contributo determinante dell’Arabia Saudita e della sua rete di propaganda. E così una delle cose più difficili è far capire che islamico, islamista e terrorista, non sono sinonimi, come la gran parte dei media tendono, per comodità o interesse, a far credere.

Pier: l’Islam è una religione di continua e dinamica ricerca di equilibrio tra il messaggio divino e la realtà mutevole che ci circonda, insomma qualcosa di molto lontano dal dogmatismo islamista! E a pensare che l’omosessualità non sia peccato non è solo l’imam Daayiee Abdullah, ma ricchi filoni di studi teologici, fortemente legati alle radici e alla tradizioni accoglienti dell’Islam. Questi punti di vista sono però totalmente ignorati dai mass media, che in Occidente usano l’islamofobia per aumentare gli ascolti e in Oriente sono controllati da quegli stessi potentati politico-economici che finanziano l’estremismo islamista…

Recentemente, un altro movimento che lotta per riformare i diritti della comunità islamica dall’interno, ha avuto più spazio  nel dibattito internazionale. Parliamo delle associazioni di femminismo islamico, come quelle guidate da Fatema Mernissi in Marocco ad esempio, che hanno come obiettivo principale sovvertire le letture maschiliste dei testi sacri dell’Islam, per dimostrare come la religione musulmana non sia ‘anti femminista’ per natura, ma che siano state le interpretazioni maschiliste a stimolare una tale visione delle cose, ormai data per scontata. Per cui le femministe islamiche fanno un’opera di rilettura e reinterpretazione del Corano, spiegando politicamente e storicamente i motivi, spesso materiali e contingenti, dell’impostazione sessista, che attiene solo agli uomini e non certo a Dio. Credete di avere in comune qualcosa con questi movimenti che ‘rileggono’ l’Islam dal suo interno, oppure pensiate che non sia possibile stabilire un discorso sui diritti partendo dai testi sacri? Se si, sarebbe utile per voi un’esegesi dei testi sacri da un punto di vista omosessuale?

Pier: Il femminismo islamico è un movimento con radici molto forti: basti pensare che già nella prima metà dell’Ottocento la poetessa e teologa babista Fatimih Baraghani, fece scandalo per le sue battaglie contro il velo e la poligamia. Ed è un movimento con forti legami con la lotta dei musulmani Lgbtq*: le femministe supportano i loro diritti e gay e lesbiche musulmani traggono dai loro scritti idee e punti di vista fondamentali.
Detto questo, non credo che occorra proporre un’esegesi coranica da un punto di vista omosessuale: un testo sacro è un messaggio che dovrebbe essere da un punto di vista il più largo possibile e letture ‘settarie’ sarebbero limitanti. Nell’Islam è fondamentale la lettura personale del Corano, per il rapporto che lega direttamente il fedele al Dio, e certamente le esperienze personali diventano essenziali, ma questo è comunque differente dal proporre letture limitanti.

Un’altra precisazione importante va fatta a favore della laicità: un conto è la lotta politica e la definizione giuridica dei diritti, un altro la religione. Gli stati devono sempre e comunque riconoscere i diritti, indipendentemente da qualsiasi religione e da qualsiasi punto di vista particolare all’interno di una determinata religione. Per essere più espliciti: nella politica e nel diritto, se è sbagliato imporre il punto di vista conservatore degli islamisti o quello del Pontefice romano, sarebbe altrettanto sbagliato imporre il punto di vista dei musulmani liberali o dei valdesi o il mio stesso punto di vista. I diritti sono diritti, è legittimo che qualche comportamento o idea non ci piaccia, ma è ancora più legittimo che ognuno sia libero di esprimere il proprio pensiero e la propria sessualità.

Nei mesi scorsi, il Marocco ha visto l’affermazione del islamici del Pjd [6] (Giustizia e Sviluppo).  In questo contesto, c’è stata un’apertura, da parte del nuovo primo ministro marocchino, supportato dall’assenso della casa reale, sulla questione dei diritti dei gay: l’omosessualità, sostengono, può essere praticata nel privato della propria casa. Pensate che si possa partire da qui, per affermare un diritto più generale ad esprimere liberamente il proprio orientamento, oppure serve una ‘scossa forte’, che rivendichi già da ora uno ‘spazio pubblico’?

Michele: Ovviamente questo non può essere considerato un approccio soddisfacente, sebbene sia migliore di quello che caratterizza altre realtà, incluse Tunisia ed Egitto. Inoltre va detto che in Marocco l’omosessualità non dichiarata, ma praticata tra le mura domestiche, era già più tollerata che altrove. Tra l’altro nelle stesse interviste in cui faceva queste aperture, il nuovo primo ministro negava la possibilità di ospitare nel paese un concerto di Elton John “che potrebbe pervertire e diffondere l’omosessualità in Marocco”. Come si può vedere l’apertura fatta è proprio minima.

Pier: Come dimostra anche KifKif, l’apertura all’omosessualità sta avvenendo in Marocco. Accettare l’omosessualità solo se nascosta, insomma, sembra l’annuncio più di passo indietro che di un passo in avanti…

Qual è la situazione dei musulmani omosessuali in Italia, secondo il vostro parere?

Pier: Dal momento che la maggior parte dei musulmani omosessuali in Italia è immigrata o comunque di origini “straniere”, le principali difficoltà sono quelle vissute da tutti gli immigrati: sfamarsi, trovare un tetto, confrontarsi con un ambiente ostile e diffidente. Per gli immigrati omosessuali, poi, si aggiunge il difficile rapporto con la comunità etnica, la quale finisce troppo spesso per diventare un ulteriore ostacolo.

Michele: Se guardiamo in particolare ai musulmani omosessuali, la loro situazione è incredibilmente difficile: subiscono discriminazioni omofobe, discriminazioni islamofobe e, se la loro pelle è anche scura, anche discriminazioni razziali. Inoltre, grazie alla propaganda mediatica di cui parlavamo prima, la semplificazione dei concetti tende ad associare l’Islam e l’omofobia, quindi anche tra le persone più aperte il musulmano omosessuale viene percepito come un elemento strano e sospetto.

Avete una ‘ricetta’ da suggerire, o dei consigli da dare, alle associazioni che lavorano sui territori, per stimolare il dibattito sui temi dei diritti degli omosessuali?

Pier: Il primo passo importante che le associazioni Lgbtq* italiane potrebbero fare è quello di aprire il dibattito, cercando di evitare ogni forma di stereotipo e di pregiudizio e ascoltando le voci più esperte. Sarebbe poi molto bello, che la lotta ad ogni forma di razzismo, e non solo l’omofobia, diventasse una priorità per tutte queste associazioni, con le parole e soprattutto con le azioni.

GLOSSARIO

[1] Lgbtq*: sigla che si usa per denominare i movimenti di attivisti per i diritti di gay, lesbiche,  bisex, trans gender, queer e altri soggetti che non si riconoscono nelle consuete categorie di genere. L’asterisco sta proprio a significare questa volontà di non definirsi né al maschile né al femminile.

[2] KifKif: ong semiclandestina marocchina per l’affermazione dei diritti delle persone omosessuali, bisessuali e transgender.

[3] Amina: presentatasi come blogger lesbica siriana, autrice dell’ormai celebre blog ‘A girl day in Damascus’. Dopo l’annuncio, lo scorso 5 giugno, del suo sequestro da parte di un gruppo paramilitare, si è scoperto che, in realtà, era un personaggio fittizio, creato da un blogger americano.

[4] Icer Queer: giovane blogger omosessuale egiziano, che ha preso visibilmente parte alle proteste, esprimendo le richieste degli omosessuali, bisex e transgender.

[5] Daayiee Abdullah: imam, è il più noto fra gli studiosi del filone interpretativo, oggi ampiamente minoritario, che considera l’omosessualità come una normale espressione del sentimento umano, senza collegarvi alcun giudizio negativo.

[6] Pjd:  Partito per la giustizia e lo sviluppo, Marocco. Fondato 1967 da Abdelkrim Al Khatib, vuole coniugare Islam e democrazia. sostiene di ispirarsi all’AKP turco. Il partito ha decine di candidati di sesso femminile, molti dei quali senza il velo. Secondo il Washington Post, Saad Eddine el-Othmani (capo del partito) è un musulmano moderato e non mancano, tra le fila del Pjd, molte candidate, fra le quali anche donne senza velo. Alle elezioni parlamentari del 25 novembre 2011, il Pjd ha ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento.

[7] Hijras: Il termine hijra, nel subcontinente indiano, indica le persone non si identificano né nel genere maschile né nel genere femminile, ma come appartenenti ad un terzo e distinto genere. Per questo possono essere inserite, seppure con qualche lieve forzatura, nella categoria occidentale dei transgender – ma non dei transessuali, che, pur nati in un genere, sentono di appartenere al genere opposto e non certo ad un terzo genere distinto. Nella religione hindu i ‘transgender naturali’, tradizionalmente dovrebbero essere considerati alla stregua di santi, di asceti baciati dalla dea Bahuchara Mata, che li ha posti al di sopra dei sessi e del sesso. Non tutti sono ermafroditi o eunuchi, molti si fanno operare.

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