I 10 referendum, dei quali cinque abrogativi e cinque consultivi, riguardano dei temi importanti per il periodo di crisi che la Sardegna sta vivendo. Si tratta dell’abolizione delle nuove province (quesiti 1-4, abrogativi), abolizione della regolamentazione sulle indennità dei consiglieri regionali (quesito 8, abrogativo) e poi tutta una serie di quesiti consultivi che vanno dalla riscrittura dello Statuto da parte di un’assemblea costituente, sino all’elezione diretta del presidente della regione per mezzo delle primarie.

L’affluenza si è attestata tra il 35,49% e il 35,51%, con i SI che si sono imposti nettamente. Per i cinque abrogativi l’affermazione dei SI è andata dal  96,87% del quesito n°4 sino al 97,71% del quesito n°3 (entrambi riguardanti l’abolizione delle nuove province), toccando il 97,17% con il quesito n°8 che riguardava l’ abolizione della regolamentazione sulle indennità dei consiglieri regionali.
Il dato più interessante per i cinque consultivi riguarda il quesito n°5 (abolizione delle 4 province storiche), per il quale l’affermazione dei SI non ha superato quota 65,98% con i NO al 34,01%. Per i restanti quattro, il SI oscilla tra il 94,42% del referendum n°6 riguardante la riscrittura dello Statuto sardo ed il 98,27% del n°10 sulla diminuzione dei consiglieri regionali da 80 a 50.
Come si presentava la Sardegna prima del 6 maggio? Dal punto di vista amministrativo-territoriale divisa in 8 province, di cui 4 “nuove” ed operative soltanto dal maggio 2005. Queste ultime da una parte venivano dipinte come il peggiore degli sprechi e dall’altra come un ente indispensabile per una maggiore rappresentanza politica. Dal punto di vista istituzionale le indennità dei consiglieri regionali, che la stampa italiana e sarda indica come le più alte, erano stabilite dall’art.1 della legge regionale sarda 7 aprile 1966, n. 2 che prevedeva un tetto massimo dell’80% rispetto alle somme previste dalla legge 31 ottobre 1965, n. 1261.
Come si presenta l’isola dopo il 6 maggio? Sicuramente con dei gravi vuoti politici e normativi. Ci sarà il problema della riconfigurazione territoriale delle province e il blocco degli stipendi ai consiglieri regionali (infatti lo Statuto sardo prevede che questi vengano stabiliti con legge regionale che il referendum ha però cancellato). Al riguardo sono in tanti a temere che la stessa “casta” possa varare in seguito una legge che porti il tetto massimo delle indennità oltre l’80%, creando quindi un effetto inverso. Inoltre, con la soppressione delle province e con la proposta consultiva di ridurre a cinquanta i consiglieri regionali, sembra farsi strada un forte accentramento a Cagliari della rappresentanza politica sarda. Comportando così un’ulteriore sudditanza rispetto a Roma.

Per finire, si tenga presente che tra i promotori dei referendum figurano i Riformatori di Massimo Fantola che in passato votarono a favore delle nuove province (come risulta dalla Nuova Sardegna del 30/4/2012).
Ecco svelati alcuni dei motivi per cui non tutta l’opinione pubblica sarda ha fatto festa per gli esiti referendari. Euforia invece tra alcuni componenti della stessa “casta” come Cappellacci e Parisi, quest’ultimo contrario oggi agli sprechi “provinciali” ma favorevole ieri ai “suoi” sprechi militari, precisano maliziosamente alcuni.