Infilare la testa sotto la sabbia per evitare di vedere i fatti è una caratteristica tutta italiana, oltre che della specie Struthio camelus, come la tradizione vuole. E il Presidente Napolitano, con le parole di questa mattina, sembra proprio voler imitare il simpatico pennuto bipede. “Non c’è nessun boom dei Grillini”, ha detto il Presidente. Del resto ‘boom’ è una parola inadeguata, sia perché andare al ballottaggio in un paio di Comuni non vuole dire avere una carriera politica davanti, sia perché in questo exploit, non c’era nulla di inaspettato. Ma partiamo dai fatti, ovvero dai risultati.

Popolo delle Libertà. Il tonfo di quello che era il partito fatto a immagine e somiglianza di  Berlusconi è l’unica cosa che nessuno si sente di contestare, tranne Berlusconi naturalmente che, dalle feste della Russia per la nuova ‘incoronazione’ di Putin, non riesce a leggere bene i dati e sconfessa, nuovamente, Alfano, negando la sconfitta. Che in fondo sarebbe l’unico in diritto di ammettere la sconfitta, dal momento che guida ufficialmente il partito.
A Genova  il candidato Pdl Pierluigi Vinai arriva al 12,68% e, a Palermo, Massimo Costa ottiene il 12,83% e questi sono i dati ‘buoni’. Unico scenario anomalo è Lecce, sola città ad andare al centrodestra con un 64% ottenuto da Paolo Perrone, che però è sostenuto anche da Fli, da Io Sud e varie liste civiche, quasi come se il tempo non fosse passato. Caduta libera a Parma, dopo gli scandali locali, con il 4,79% del candidato Buzzi, tonfo a Taranto con il 7,11% di voti al Pdl, così come a Cuneo, nella Verona di Tosi e a L’Aquila.
Il problema del Pdl adesso è ‘diventare un vero partito’. Fondato sul carisma di Berlusconi, il partito del neosegretario Alfano non ha più un’identità, è un magma indistinto in cui i giochi di potere delle sue mille anime ingoiano qualsiasi velleità di programma politico. Molti gridano all’allarme populista, tentazione ben diffusa nel nostro Paese. E del resto, Alfano ha commentato, subito dopo aver appreso i dati, “mai più incontri con Abc”, come se la responsabilità del crollo fosse l’appoggio a Monti e i summit con gli altri leader e non gli anni di governo lastricati di scandali e processi. Alfano vuole ritrovare la via popolare al Pdl, peccato che questa via popolare non ci sia mai stata e che in realtà, quello che c’era di ‘popolare’ era l’approccio di Berlusconi, il suo modo di comunicare, il linguaggio e l’empatia che sapeva far nascere nell’italiano medio. E Alfano, questo charme, è chiaro che non ce l’ha. Per sopperire a questo, anche se forse può sembrare un po’ retrò, sarebbe bello che si stilasse un ‘programma’, magari ben definito e alternativo ai vecchi slogan del berlusconismo.

Partito democratico. Se il Pdl piange, il Pd certo non ride. Il partito di Bersani esce vittorioso da queste amministrative, un dato, anche questo, abbastanza scontato. Ma quanti voti hanno davvero ottenuto, in termini puramente numerici, i candidati proposti dal Pd? Molto pochi. In quasi tutte le città, il candidato della coalizione di sinistra, una parte della sinistra, era espresso dall’ala più ‘estrema’,  comunque la si voglia chiamare. Il caso più eclatante è Palermo: le primarie hanno eletto Ferrandelli, l’Idv le ha disattese candidando Leoluca Orlando – tutto tranne che un ‘volto nuovo’ della politica – con la conclusione che il Pd ha rischiato di perdere a primo turno. Il candidato Idv si è fermato a 48,3%, mentre Ferrandelli al 17,7%. C’è mancato un soffio per subire una vera batosta che, probabilmente, è solo rimandata.  Nel frattempo i soliti problemi di schede già votate, schede che mancano, voti doppi. Tutti si chiedono, dove andranno, alla fine, i voti dell’ex sindaco Cammarata. In queste ore, infatti, arrivano dalla Sicilia segnali sconfortanti: pare che l’assessorato alle Autonomie locali abbia inviato una nota ai Comuni interessati al voto, in cui si spiega perché vanno corrette al ribasso le percentuali attribuite a tutti i candidati sindaci. Ci sarebbe stato, quindi, un errore alla base del conteggio e i conti sarebbero, appunto, tutti da rifare.
Altro pasticcio pre-elettorale è stata Genova, dove viene premiato Marco Doria, candidato del centro sinistra in quota Vendola, dopo le primarie che avevano cancellato dalla corsa le due candidate espresse dal Pd, con grande smacco per il sindaco uscente, Marta Vincenzi.  Insomma, nessun candidato di Bersani ha vinto al primo turno e, dove ci sono stati grandi risultati, il merito è degli outsider. Per il Pd, il problema rimane sempre lo stesso: rendersi conto che i suoi voti tendono a sinistra, alla famosa ‘foto di Vasto’ e non, come vorrebbe una parte del partito, verso il centro. Dopo aver preso coscienza di questo, ai democratici resta da decidere se interpretare gli umori della base, se pur allargata a tutto l’arco della sinistra, oppure ostinarsi nel ‘trascinare’ tutto verso il centro. E, come Alfano, stilare un programma che sia davvero un alternativa alle ricette sfoderate fin qui.

Lega Nord. Anche qui la ‘punizione’ era davvero scontata: gli scandali recenti non potevano non pesare sull’elettorato della Lega che paga due volte. Prima paga per il ruolo di governo, in una legislatura fallimentare, in cui nessun obiettivo della Lega è passato, se non qualche leggina molto sbiadita rispetto alle richieste tout court della base (vedi federalismo municipale, di cui tutti ignoriamo i contenuti). Bossi ha perso perfino nel suo paese, Cassano Magnago. Ma, nel partito nordista, la guerra è tutta interna, fra maroniani e bossiani. E la schiacciante vittoria di Flavio Tosi a Verona, candidato più autonomio e distante dal ‘cerchio magico’, è un segno evidente della direzione. A Verona il Pdl, dopo essersi sganciato da Tosi, rimedia un imbarazzante 8, 83%, insieme a Udc, Fli e Nuovo Psi.  Tosi del resto, ha fatto della sua autonomia la carta vincente, riuscendo svincolarsi per tempo dai partiti.

Movimento a 5 stelle. Boom o non boom, i grillini si sono imposti. Il segno più evidente è Parma, dove il candidato Federico Pizzarotti arriva al 19,6%, un risultato insperato fin ora per il movimento di Grillo e va al ballottaggio contro il candidato sindaco del Pd, Idv, Comunisti Italiani e liste civiche Vincenzo Bernazzoli (39,6%). Poi c’è la provincia vicentina, dove i grillini riescono ad ottenere il primo sindaco del Movimento, a Sarego.  E anche nel capoluogo, Verona, il candidato 5 stelle sfiora il 10%. Anche a Genova,  città natale di Beppe Grillo, il risultato è entusiasmante per i grillini: Paolo Putti è al 13,9%,  con un solo punto di distacco dal candidato del Terzo polo, Enrico Musso, al 14,6%, secondo classificato dopo Marco Doria. Infine a Budrio, roccaforte del Movimento in provincia di Bologna, si andrà al ballottaggio: Giulio Pierini, sostenuto dal centrosinistra, con il 45,5% delle preferenze non è riuscito ad aggiudicarsi il primo turno: si sfiderà con Antonio Giacon del Movimento 5 stelle,che ha totalizzato il 21% delle preferenze. Il problema è chiaro: è troppo facile bollare il Movimento 5 stelle, definendolo ‘populista’ o ‘antipolitico’. Se a livello nazionale gli slogan di Grillo sono semplicistici, sul territorio, i candidati 5 stelle si sfidano su programmi precisi, che trattano problemi del territorio e si rivolgono ai cittadini su problemi specifici. La sfida del Movimento 5 stelle è quella che si proponeva anni fa alla Lega: governare, senza tradire le promesse elettorali e restando saldati alla base. A livello locale tutto ciò è fattibile ma bisognerà aspettare le politiche per vedere se, anche a livello nazionale, il Movimento di Grillo saprà inserirsi nel giogo politico senza snaturarsi. Ad ogni modo, continuare a bollare come fenomeno unicamente alimentato dalla disaffezione politica dei cittadini verso i partiti tradizionali, è riduttivo. E, se anche fosse solo questo il motivo, per i partiti c’è già tanto materiale su cui ragionare. Continuare a trincerarsi, ‘sperando che passi’, non ha senso: forse sarebbe bene provare a discutere, nel merito, alcune delle proposte che i grillini porteranno avanti.
La domanda post elettorale è sempre la stessa: dove sono andati i voti di chi ha perso, chi ha ‘guadagnato’ dalla sconfitta, in questo caso, di Pdl e Lega? L’astensione è un altro argomento: il dato finale di presenze alle urne è stato del 66,88%, a fronte del 73,74% della precedente tornata elettorale, 5 anni fa, con quasi 7 punti percentuali in meno. La parte più consistente proviene da opzioni in passato destinate al Popolo della libertà: secondo una ricerca realizzata a livello nazionale, più del 40% dei votanti per il Pdl nel 2008 dichiara oggi un comportamento astensionista.  Altra corrente di pensiero vuole che Grillo abbia raccolto i voti di parte della base della Lega: una sorta di voto di protesta puro, insomma.
Ad ogni modo, anche questo è un dato su cui ragionare, senza cadere nella tentazione fatalista dell’’antipolitica che passerà: la bassa affluenza alle urne, secondo il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, in realtà è spalmata in maniera piuttosto uniforme su tutto il territorio, con qualche differenza fra Nord, in cui era leggermente più alta e Sud, ma senza distinzione alcuna tra gli schieramenti di governo o di opposizione.