La Grecia sembra proprio non riuscire a trovare lo spiraglio di luce nel tunnel: dopo le elezioni di domenica 6 maggio deve fare i conti non soltanto con un mercato finanziario spietato nei  suoi confronti, ma anche con una situazione politica interna delicata, in cui nessuno dei rappresentati dei tre partiti che hanno ottenuto più voti sembra in grado di costruire un governo.

Tsipras rimetterà oggi il mandato nelle mani del Presidente Karolos Papoulias, che affiderà il gravoso compito di svolgere consultazioni ai socialisti del Pasok. Ma il loro leader Venizelos ministro delle Finanze nel governo Papademos che ha votato le drastiche misure di austerità non riuscirà certo a mettersi d’accordo con chi queste misure le respinge in toto.

L’instabilità politica può solo accrescere il pericolo di default della Grecia con una sua contestuale uscita dall’Euro. I rischi ci sono, e non possono essere nascosti. «Se la Grecia decide di uscire dall’euro, non possiamo costringerla», ammonisce il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, «saranno loro a decidere se restare o no». Intanto l’ Efsf (European Financial Stability Facility) ha confermato l’esborso di 5,2 miliardi alla Grecia entro la fine di giugno con un un versamento di 4,2 miliardi che avverrà oggi e verrà utilizzato per i pagamenti delle scadenze del debito pubblico, mentre il restante miliardo sarà sborsato entro la fine di giugno, giusto il tempo di vedere la conclusione delle vicende politiche greche. Questi soldi fanno parte della prima trance da 39,4 miliardi del piano da 130 miliardi approvato a marzo.

Tuttavia se il pericolo del ritorno alla dracma si fa sempre più pressante, meno chiaro è se il ritorno a una moneta nazionale rappresenti una disgrazia per il Paese, o piuttosto può essere l’occasione di una profonda e radicale ricostruzione. Gli scenari che si aprono sono molteplici. Il trattato di Maastricht non prevede la possibilità di uscita da parte di un Paese membro dall’Unione monetaria europea (Ume) e quindi il primo problema per la stabilità dell’Europa è che il caso greco possa creare un precedente. Questo nel mercato finanziario comporterebbe forti tensioni sui titoli portoghesi, spagnoli, irlandesi e italiani in quanto vi potrebbe essere una corsa degli investitori a uscire dalle proprie posizioni di credito.

Inoltre, l’esposizione al debito greco di molte banche europee, in testa Germania e Francia, potrebbe alimentare il meccanismo di crisi dell’intero sistema bancario continentale. Anche la Bce detiene circa 50 milioni di euro di titoli pubblici greci. Dunque un’uscita della Grecia dall’Unione europea potrebbe creare un duro contraccolpo all’intero continente. Anche se il Paese ellenico potrebbe sfruttare questa occasione per poter ricostruire il proprio sistema, creare una nuova classe politica più competente e rilanciare le proprie esportazioni, il turismo e la fiducia del proprio popolo.
Proprio questo dualismo, tra scegliere egoisticamente di rischiare per il proprio bene o fare il bene della comunità europea che ha creato questa situazione di non governo in Grecia. La speranza è che qualunque sia la scelta venga fatta velocemente e si tenga in considerazione anche un possibile effetto domino. Questo tornare alla moneta nazionale greca potrebbe avere un effetto positivo nel breve periodo, ma successivamente il vantaggio competitivo di una moneta debole potrebbe ridursi con l’effetto domino di crisi in Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda, che osservando il precedente greco di uscita dall’Europa, potrebbero ritornare anche loro alle rispettive monete nazionali. Fatto sta che i bookmaker offrono a 2,25 il ritorno della dracma entro la fine del 2012.