Due attentati in Siria, questa mattina alle 8, sul ciglio di una strada a scorrimento veloce nel Sud di Damasco, proprio nel giorno in cui il regime di Assad rende pubblici gli esiti ‘ufficiosi’ delle elezioni di lunedì. Con i mille chili di tritolo usati dagli attentatori e un bilancio parziale di 55 morti e 372 feriti, è già l’atto terroristico più sanguinario dall’inizio della ribellione nel Paese. Una situazione confusa, estremamente instabile, in cui le varie versioni si rincorrono a vicenda, in un intreccio difficile da districare. Nel frattempo, il partito del regime, il Baath, e i partiti satelliti a lui collegato, hanno stravinto, anche a Daraa e a Idlib, due delle roccaforti della protesta anti-governativa, scoppiata nel marzo 2011.

La tv di Stato siriana li ha subito identificati come attentati terroristici, causati da due autobomba sulla circonvallazione meridionale della città. L’Esercito libero siriano dal canto suo, smentisce ogni legame con gli attentati, sostenendo di star rispettando il cessate il fuoco, formalmente in vigore in Siria dal 12 aprile, su richiesta delle Nazioni unite. Gli attivisti del Fronte d’azione nazionale siriano, puntano apertamente il dito sul regime di Bashar al-Assad, accusandolo, in un’intervista del leader Haytham al-Maleh all’emittente al-Arabiya, di essere il regista degli attentati. Anche il Consiglio nazionale siriano, principale coalizione d’opposizione, incolpa Assad: «Il regime guida gli attacchi per inviare due messaggi: il primo è che gli osservatori internazionali sono in pericolo, il secondo che le sue affermazioni su gruppi armati e Al Qaeda che operano in Siria sono fondate», ha affermato Samir Nachar, membro del Cns.
Le elezioni sono state consacrate dai media ufficiali come «il coronamento del processo di riforme intrapreso dal presidente Bashar al Assad», perché per la prima volta si sono svolte in un contesto nuovo, almeno in apparenza. In realtà il sistema “multipartitico” delineato con la recente riforma della Costituzione siriana vieta le formazioni a base etnica, quelle a base religiosa e regionale: i clan del nord-est e dell’oriente siriano devono organizzarsi secondo gli schemi del regime, non unirsi contro Damasco. La riforma inoltre, non ha toccato la quota di maggioranza dei seggi, 127 su 250, nell’assemblea del popolo, spettanti d’ufficio a candidati scelti tra operai e contadini, categorie tradizionali del socialismo baatista. La candidatura di questi rappresentanti delle varie regioni è avanzata dalle sedi locali del Baath e delle Organizzazioni popolari, strumenti del regime che assicurano il controllo capillare dei territori. I restanti 123 seggi sono riservati agli ‘indipendenti’ ed è qui che i nove nuovi partiti possono veramente competere, accanto a liste civiche che generalmente fanno capo a imprenditori, leader tribali, notabili cittadini, tutti tradizionalmente cooptati dagli ambienti del regime. Il fatto che queste nuove formazioni siano filobaatiste, se non alle dirette dipendenze del regime, si evince già dai nomi: Partito della solidarietà, Partito della patria, Partito siriano democratico, Partito democratico dell’avanguardia, Partito dello sviluppo nazionale, Partito dei giovani, Partito nazionale dei giovani per la giustizia e lo sviluppo. Anche i temi sono sulla falsariga del programma annunciato dal Baath: lotta alla corruzione, la questione dei salari, la resistenza a Israele, riforme generali.
Gli attivisti hanno già dichiarato che le consultazioni sono “una farsa” e anche molti Paesi non danno peso alle elezioni, fra cui Usa, Arabia saudita e Turchia. Il problema è proprio questo: sul terreno siriano s’incrociano molti, troppi interessi. La rivolta scoppiata 14 mesi fa, vede un fronte d’opposizione variegato, su cui sono concentrati molti dubbi negli ultimi mesi. C’è il fronte di intellettuali all’estero e quello dell’opposizione ‘ufficiale’ del Cns. E poi ci sono i ribelli. Secondo alcuni studenti, giovani, avvocati, giornalisti. Proprio gli studenti, nelle ultime settimane, hanno denunciato arresti arbitrati e la ‘scomparsa’ di molti colleghi attivisti. Pochi giorni prima del voto, le forze di sicurezza hanno condotto un raid nel campus universitario di Aleppo, arrestando circa 200 studenti che da mesi protestavano pacificamente. Dopo una settimana, il regime siriano ha ammesso l’uccisione di uno studente nel campus e l’arresto di numerosi altri.
Ma secondo altri, questo fronte di resistenza, sia nella costola pacifica che in quella armata, sarebbe composto anche da infiltrati di organizzazioni estremiste islamiste – Al Qaeda in primis – mercenari e gruppi armati che vogliono manipolare la resistenza. E non è solo il regime, che accusa Paesi come Usa, Francia, Arabia saudita e Turchia di finanziare con armi e denaro questi gruppi, ad accreditare queste ipotesi. Ci sono “voci” riguardanti, ad esempio, gli abusi dei salafiti che, ad Al Karak, avrebbero costretto gli abitanti a partecipare alle proteste ed impiccato un uomo che si era rifiutato di rimuovere l’icona del presidente. Molti giornali arabi, ad eccezione di al Arabiya, parlano spesso di bande armate, piuttosto che di manifestanti.
E’ indubbio che gli Stati Uniti e l’Occidente siano interessati a proteggere gli interessi di Israele e a ridisegnare gli equilibri in Medioriente contro l’Iran. Con la caduta degli Assad, crollerebbe il primo alleato iraniano nell’area israelo-palestinese e si spezzerebbe l’asse tra Teheran e gli Hezbollah libanesi. Questo metterebbe la Turchia in una posizione di privilegio: Erdogan potrebbe così affermare un ruolo primario per il suo Paese nell’area e, allo stesso tempo, allinearsi completamente alle politiche europee ed occidentali. Anche l’Arabia saudita, regno sunnita, mostra un forte interesse nel rovesciamento del regime alawita, contendendo la leadership alla Turchia. L’Arabia saudita ha ritirato recentemente il suo ambasciatore da Damasco e ha, a detta di molti, finanziato i ribelli, i quali avrebbero ricevuto armamenti provenienti anche da Iraq e Libano.
Che tra le fila dei ribelli si nascondano elementi instabili, provocatori che cercano la violenza, è altrettanto indubbio. Il problema è capire chi sono e da chi sono armati queste componenti: secondo l’opposizione e gli attivisti pacifici di Damasco, Aleppo e altre realtà urbane, è proprio il regime a voler instaurare una strategia del terrore, per giustificare le violenze di questi 14 mesi e affiancare, alle deboli riforme, una stretta ulteriore sulle libertà dei siriani. Le bombe, per loro, sono il pretesto che il regime usa per continuare la repressione e non permettere un vero ricambio. Del resto ci sono moltissime testimonianze, in questi mesi, della brutalità dell’esercito ufficiale siriano, commessa spesso senza una ragione e allargata a civili inermi. Ad esempio, è ormai noto che tra i 72 morti per esecuzione nella prigione di Hama, scoperti dal Procuratore generale della Siria, Adnan Bakkour, c’erano manifestanti pacifici. In totale, Bakkour ha stimato che questi ultimi siano 10.000 nelle carceri siriane e che almeno 320 di essi siano morti a causa delle torture. Per questo e a causa del rinvenimento di una fossa comune che nascondeva 420 corpi, il primo settembre scorso il Procuratore ha deciso di dimettersi. Non è quindi una scenata costruita dai ribelli, o ‘make up’ come lo ha definito Bashar Al Assad, quello che il popolo sta subendo nelle piazze e nelle carceri siriane.
E’ difficile capire chi ci sia dietro questa strage, il fuoco incrociato della propaganda non permette di analizzare nulla da lontano. Due sono le cose certe, in questa vicenda: la prima è la presenza dei morti, secondo fonti al ribasso dell’Onu oltre 9 mila persone, per lo più civili. La seconda è il fatto che la forza delle due parti ‘pacifiche’- il fronte degli attivisti, insieme alla borghesia urbana che chiede le riforme ma non è contro la presenza degli Assad – si stanno sempre più assottigliando.