L’Algeria non cambia passo nelle prime elezioni dopo la primavera araba. È il Fronte di liberazione nazionale del presidente Abdelaziz Bouteflika, il partito che governa dall’indipendenza dai francesi nel 1963, a vincere nettamente le legislative di ieri, quasi raddoppiando il numero dei seggi nell’Assemblea nazionale del popolo. E l’Alleanza verde, principale coalizione islamica moderata, denuncia la presenza di brogli “su larga scala”.

In palio c’erano i 462 seggi della “camera bassa”, l’Assemblea nazionale del popolo, ramo del parlamento che pesa di più, rispetto al meno potente Consiglio nazionale, l’altro ramo, formato per lo più dagli eletti nei consigli locali. E il National liberal front (Fln), partito al potere da mezzo secolo, ne ha conquistati 220. Secondo, il partito alleato del premier Ahmed Ouvahia, il Raggruppamento nazionale democratico (Rnd), che ha ottenuto 69 seggi. L’Alleanza verde, coalizione islamica moderata, formata da Movimento per la società della pace (Msp), Ennahdha (Rinascita) e al-Islah (Riforma), è al terzo posto con 66 seggi. Di seguito due partiti di opposizione di sinistra che hanno raccolto la protesta dei giovani della primavera araba, il Fronte delle forze socialiste (Ffs) ed il Partito dei lavoratori(Pt).

Sia l’Alleanza verde che il Rassemblement pour la Culture et le Démocratie (Rcd) hanno denunciato brogli in tutte le regioni del Paese. Mohcine Belabbas, presidente della Rcd, durante una conferenza stampa di oggi ad Algeri ha parlato di «bus carichi di falsi elettori che hanno votato in più seggi, urne riempite con schede già votate e l’aumento del tasso di partecipazione», che in realtà sarebbe solo del 18%. Secondo la Rdc «L’astensione è stata così massiccia e manifesta che alcuni osservatori credevano che, per una volta, sarebbe stato impossibile ricorrere ai vecchi metodi delle urne fraudolente, della manomissione delle cifre». Nel capoluogo della regione di Cabilia, area più conflittuale, dove l’astensionismo è stato dell’80.26%, il Fronte delle forze socialiste (Ffs) si è aggiudicato 7 dei 15 seggi a disposizione, mentre il Fln 4, il Rnd 3 e il Partito dei lavoratori un seggio. Intorno alle 3 pm del pomeriggio di oggi, il ministro dell’Interno Daho Ould Kablia ha comunicato i risultati ufficiali, parlando di un 42, 36% di affluenza, 9.2 milioni di algerini, 7 punti in più rispetto alla consultazioni del 2007, ma comunque meno di ciò che si era previsto per quest’anno, date le recenti aperture e la formazione di 44 nuovi partiti, solo nell’ultimo anno.

Il ministro dell’Interno ha difeso la trasparenza del voto, ammettendo “solo casi marginali di irregolarità su cui si indagherà”. Anche il capo della missione degli osservatori dell’Ue, Jose Ignacio Salafranca, ha affermato che “i cittadini, in generale, hanno potuto davvero esercitare il loro diritto di voto”. Brogli o non brogli, due cose sono certe: metà dell’Algeria non ha fiducia nell’influenza delle elezioni e l’altra metà resta ancorata al passato. Del resto, la sfiducia nel potere elettorale si spiega facilmente. Il Fln “regna” dal 1963, anno dell’indipendenza dai francesi, processo in cui il partito ebbe un ruolo decisivo. Nato dal Comitato rivoluzionario di unità e azione (Crua), emanazione dell’opposizione clandestina e della rete paramilitare che continuava la tradizione nazionalista del Partito del popolo algerino (Ppa), appena dopo l’indipendenza si organizzò come governo provvisorio, avendo inglobato tutti le altre formazioni indipendentiste, ad eccezione del Mouvement national algérien (Mna) di Messali Hadj.

Negli anni successivi all’indipendenza, l’Algeria è scossa dalla lotta fra le fazioni che aspirano al potere, in particolare fra il Governo provvisorio della repubblica algerina, firmatario degli accordi di pace di Evian con la Francia, formazione più pluralista e moderata, e l’esercito partigiano Armata nazionale popolare, più militarista e dittatoriale, condotto da Houari Boumedienne e sostenuto da Ben Bella. Nel 1962, malgrado la situazione incerta, Ben Bella diventa il primo capo di governo dell’Algeria indipendente e poi presidente. Da lì il primo passo verso l’instaurazione di un regime militare con la creazione del “nuovo Fln”, partito unico e la messa fuori legge di molti partiti d’opposizione, ma anche ex fiancheggiatori. Le lotte per il potere interne al Fnl portano al primo colpo di stato nel 1965, ad opera del vice-presidente e ministro della difesa, il colonnello Houari Boumedienne, con il progetto del “raddrizzamento rivoluzionario”, ovvero l’esperimento socialisticheggiante dell’Algeria. Nel 1976, la costituzione viene modificata dichiarando ufficialmente l’Algeria stato socialista.

Alla morte del colonello Boumedienne sale al potere il più anziano in grado fra i militari, Chadli Bendjedid, che inaugura una stagione di distensione, facendo tornare dall’esilio vecchi leader, fra cui Ben Bella. Dal 1984 al 1989, anno della nuova costituzione, l’Algeria vive una stagione di graduale riformismo in senso democratico. Ma le elezioni amministrative del 1990, in cui il Fis, Fronte islamico di salvezza di Abassi Madani e Ali Belhadj, conquista il 54% dei voti, segnano l’avvio di un decennio sanguinario per il Paese. L’11 gennaio 1992 l’esercito prende il potere con un secondo colpo di Stato e il controllo del Paese passa nuovamente nelle mani di una giunta militare, che affida il potere ad un esecutivo di 5 persone, il Supremo comitato di stato, formato da due esponenti del Fln, un militare e due indipendenti.

Il 30 gennaio 1994 diventa presidente il generale Liamine Zéroual, già ministro della Difesa dal luglio 1993, e favorisce riconciliazione fra le varie forze politiche sia laiche che islamiche. Ma gli attentati e le stragi delle varie fazioni estremiste e delle forze governative proseguono fino al 1998, quando Zéroual annunciò le dimissioni. Le elezioni presidenziali del 1999 videro la vittoria di Abdelaziz Bouteflika, erede politico di Boumedienne e tuttora presidente. Nello stesso anno, la maggior parte dei gruppi islamisti paramilitari annunciano lo scioglimento delle proprie formazioni, in cambio della aministia che il presidente concederà. il Il Fln continua a governare indiscusso fino ad oggi, fiancheggiato dall’apparato militare.

Di fatto, l’Algeria sembra essere l’unico Paese della regione in cui davvero nulla è cambiato. Mentre in Siria la rivolta dura da 14 mesi e in Egitto riesplodono le proteste, nel vicino Marocco sale al potere il leader del primo partito dell’opposizione e la monarchia avvia un – pur lento e graduale – percorso di democratizzazione. In Algeria invece, malgrado le recenti proteste, tutto sembra fermo, con la vecchia guardia nazionalista ancora saldamente in sella. Inoltre, c’è da considerare l’alto astensionismo diffuso ancora, e in particolare il distacco della Cabilia, che potrebbe rappresentare un segnale importante. Anche ad Algeri però le cifre sono sconfortanti: solo il 31% degli aventi diritto si sono recati alle urne.

L’attenzione ora è rivolta alle elezioni presidenziali che si terranno nel 2014, anno entro cui Bouteflika dovrebbe designare il suo erede, data la sua anziana età. L’Algeria è una repubblica presidenziale, in cui il Capo di stato ha poteri ampi e ben definiti, che gli permettono di tenere sotto controllo il lavoro del Parlamento e del governo. I due anni che separano questi risultati dalle presidenziali potrebbero essere l’occasione per il Fln di avviare una vera transizione democratica, con una riforma costituzionale. Ma il vero problema è il ruolo delle forze islamiche moderate, da sempre ostacolate dai nazionalisti al potere. Il leader dell’Alleanza verde ha già dichiarato di non volersi prendere “responsabilità per ciò che accadrà dopo i brogli”, che la sua coalizione denuncia. E, oltre alle agitazioni di piazza, il presidente deve anche tenere sotto controllo anche il fronte estremista: se il Fln non deciderà, dopo mezzo secolo di governo autoritario e sordo, di aprire il dialogo con le forze islamiche moderate, è probabile che questo rafforzi le formazioni qaediste da sempre presenti nel Paese.