La notizia di venerdì sera della nazionalizzazione di Bankia da parte del governo spagnolo era nell’aria da parecchio tempo. Il governo di Madrid avrà una quota del 45%, a seguito della conversione in azioni dei 4,5 miliardi di prestiti del Frob, il Fondo di ristrutturazione bancaria.

Probabilmente, nelle prossime settimane, in accordo con la Banca di Spagna, si dovrà procedere a un’ulteriore iniezione di liquidità “pubblica”, fino ad un massimo di dieci miliardi.  Non si tratta certo del primo intervento “salvabanche” in questi anni del post crack di Lehman Brothers. Le domande da porsi riguardano le motivazioni e i possibili effetti di un intervento di tale portata.

I sistemi economici occidentali, nel corso dell’ultimo trentennio, hanno di fatto assistito all’affermarsi dell’idea falsamente liberista di mercato di concorrenza perfetta. Secondo questa visione dell’economia, le banche, come ogni altra impresa privata, non dovrebbero poter usufruire dell’aiuto pubblico, ma lasciare il proprio destino nelle mani invisibili del libero mercato e di Adam Smith. Un mercato in concorrenza perfetta, infatti, dovrebbe garantire la sopravvivenza dei soli agenti di mercato in grado di offrire il servizio migliore ai costi più bassi, spingendo “automaticamente” il singolo soggetto economico a un grado sufficiente di efficienza. Negli anni della crisi dei mutui subprime e della crisi del debito pubblico dei Paesi europei,  invece, abbiamo assistito ad una netta inversione di tendenza: da un lato, l’irrigidirsi delle regole patrimoniali dettate dall’EBA (European Banking Authority), in base alle quali, le banche più rischiose devono, di fatto, detenere un ammontare maggiore di Core Tier 1, il capitale minimo regolamentare; dall’altro lato, invece, gli interventi ripetuti dei governi, europei e non solo, per ricapitalizzare gli istituti bancari in difficoltà. In pratica, rendere le regole del gioco più stringenti per le banche, ma allo stesso tempo intervenire direttamente nella loro gestione o addirittura divenendone proprietari.

C’è da chiedersi dove sia la logica di quest’inversione di tendenza. È un modo per contenere gli effetti negativi della speculazione finanziaria o un modo per contrastarla in partenza? È assolutamente imprescindibile salvare una banca dalla bancarotta? Probabilmente, una banca non può essere considerata, in virtù delle funzione creditizia che esercita e della delicatezza del suo compito, alla stregua delle altre imprese private. L’effetto domino che potrebbe essere generato dal fallimento di un istituto finanziario di media dimensione è difficilmente quantificabile, ma è certo che le conseguenze sul sistema finanziario globale potrebbero essere devastanti. Bankia, per intenderci, possiede circa il 10% dei depositi al dettaglio delle famiglie spagnole. Se tra le famiglie spagnole si dovesse diffondere una crescente percezione della difficoltà di Bankia a sopravvivere nelle prossime settimane, la corsa agli sportelli in tutto il Paese sarebbe un evento praticamente certo e di difficile gestione. Come la pressione di un dito che fa cadere la prima tessera di un domino “mondiale”. Inoltre, se tra gli operatori finanziari si dovesse diffondere la medesima percezione, l’effetto negativo potrebbe essere ancora più devastante: le banche di tutto il mondo faticherebbero non poco a fidarsi le une delle altre e, come già successo nei mesi successivi al crack di Lehman Brothers, spingerebbero i livelli di liquidità sui mercati ai livelli minimi, aggravando  lo stato di crisi delle banche in difficoltà. E allora, i dieci miliardi che il governo spagnolo sta mettendo ora sul piatto per salvare Bankia sembreranno davvero poca cosa in confronto alla mole di interventi statali che saranno necessari. La vera questione non riguarda quindi la necessità di salvare o meno un istituto importante come Bankia, ma piuttosto capire in quale modo si possa evitare che altre banche possano ritrovarsi in una situazione simile.

Lo scoppio della bolla immobiliare spagnola è ormai in pieno svolgimento. Le banche spagnole, forse più di altre, hanno basato, per anni, la propria crescita e i propri guadagni sul livello crescente dei prezzi delle unità immobiliari e dei mutui ipotecari a esse collegate. Ad un certo punto, la scalata dei prezzi si è bloccata e ha preferito fare marcia indietro: gli spagnoli si sono ritrovati un po’ meno ricchi e con un tasso di disoccupazione da definirsi per lo meno preoccupante. La soluzione non sta quindi solamente nell’intervento di salvataggio un istituto bancario, a cui probabilmente ne dovranno far seguito altri. L’obiettivo di una politica economica efficace dovrebbe sempre essere la crescita economica: oltre che attraverso un’attenta politica industriale, risulta imprescindibile il rafforzamento del potere d’acquisto delle famiglie spagnole, da attuare, ad esempio, mediante le politiche giovanili e mediante interventi mirati di politica fiscale. Solo in tal modo, il marcio mercato del mattone spagnolo potrebbe ritrovare respiro e con esso l’intera economia spagnola, oltre che quella europea.