L’uomo-sandwich ai tempi della crisi. I “sandwich men”, come li definì per la prima volta Charles Dickens, nascono nell’Inghilterra vittoriana per sostituire i cartelli pubblicitari a causa delle troppo costose tasse di affissione e nella Dublino di Joyce pubblicizzano ogni sorta di articolo. Negli anni Sessanta diffondono slogan e idee nei cortei di mezzo mondo. Nel 2009 David Rowe, ventiquattrenne londinese laureato in storia, decide di mettersi un cartellone double-face appeso al collo per reclamizzare se stesso, un’operazione di self marketing per trovare lavoro.

Si sono ispirati alla sua storia i due autori del documentario Disoccupato in affitto, Pietro Mereu e Luca Merloni. Il primo, sardo di 38 anni, autore televisivo, dopo essere stato licenziato da una società di produzione di Roma, indossa un cartellone su cui campeggia la scritta “disoccupato in affitto” e vagabonda per un mese tra Roma, Milano, Napoli, Firenze, Genova, Cagliari, Bologna, Verona e Lecce in cerca di un impiego. Luca Merloni, regista e giornalista, telecamera in spalla, segue la sua avventura.

Nessun dato Istat o ricerca di mercato, né tantomeno studi del ministero del Lavoro. Ma una “videoinchiesta anarchica” di 75 minuti da cui emerge il punto di vista dell’uomo della strada, la percezione della situazione economica e sociale attuale della “gente comune”. Circa 120 volti, selezionati tra 500 incontrati durante la moderna Odissea di un Ulisse precario, tante voci rassegnate («l’Italia è in rovina»), qualche polemico («il lavoro c’è ma i giovani non si vogliono dare da fare») e una diffusa mancanza di fiducia nella politica. Qualcuno incuriosito gli chiede cosa stia facendo, altri gli si avvicinano per solidarietà, c’è anche chi gli offre il caffè o piccoli portafortuna. Tanti quelli pronti ad indossare lo stesso cartello. «La telecamera era visibile – dice Luca Merloni -  ma l’ho tenuta sempre bassa volutamente per non essere troppo invasivo. Cercavamo di stare il meno possibile nella stessa città, massimo due giorni, per non creare il fenomeno ed evitare l’assalto di gente che voleva essere intervistata. Siamo stati fermati solo un paio di volte dai Carabinieri e dalla Polizia, ma quando tiravo fuori l’articolo 21 della Costituzione (libertà di stampa, espressione e informazione ndr) si sistemava tutto».

Disoccupato in affitto è stato realizzato nell’estate del 2010, ma nulla è cambiato, ancora oggi i dati della disoccupazione sono preoccupanti, anche alla luce dei recenti episodi di cronaca (o dovremmo chiamarli morti bianche?). «Mi ha fatto impressione – racconta il filmaker – vedere come la realtà sia ingannevole: vedi uomini in giro per Roma in giacca e cravatta e pensi che lavorino, invece stanno cercando lavoro anche loro». Città floride solo all’apparenza sono in realtà luoghi di emarginazione “per chi i soldi non li ha”, cinquantenni considerati “fuori mercato”, giovani mamme liquidate al ritorno dalla maternità, genitori rassegnati a vedere i figli cercare fortuna all’estero.
Al ragazzo londinese è andata bene, ha incontrato in pausa pranzo il manager di una multinazionale che gli ha offerto un’opportunità. Mereu, invece, da noi non ha risolto nulla e, anche quando con il collega ha provato a vendere il docu-film alle tv nostrane gli hanno risposto che “il tema era troppo scottante e poco televisivo”. Fortunatamente il loro reportage, costato poco meno di diecimila euro, autoprodotto attraverso risparmi e un piccolo aiuto della provincia di Ogliastra (Sardegna), ha trovato l’appoggio di Distribuzione Indipendente che lo sta diffondendo in tutta Italia (nelle sale affiliate e on demand su www.ownair.it dall’11 maggio).
Solo una perplessità, inevitabile ai tempi del “bunga-bunga” e delle “gare di Burlesque”: cosa ne sarebbe stato di questo progetto se a “mettersi in affitto” fosse stata una donna?