Oggi circa 11 milioni di palestinesi sparsi nel mondo commemorano la “Nakba”, la catastrofe, ossia la cacciata di 750 mila palestinesi dalle loro terre e l’uccisione di un numero ancora imprecisato di palestinesi che rifiutarono di andarsene. In occasione del 64esimo anno del ricordo l’ufficio di statistica del ministero dei Prigionieri dell’Autorità palestinese (Anp) ha rilasciato i dati relativi agli arresti di palestinesi, condotti dalle forze d’occupazione israeliane dal 1948.

La Nakba viene fissata dai palestinesi il 15 maggio 1948, il giorno dopo la scadenza del mandato britannico in Palestina, quando le terre su cui avevano vissuto da secoli non erano più “ufficialmente” di loro proprietà. In realtà l’insediamento israeliano nella regione ha radici nei secoli precedenti, già dalla rivoluzione francese, quando Napoleone invitò gli ebrei a “riprendersi il loro posto nel mondo”, con il patrocinio francese, per creare una sorta di blocco sia all’espansionismo inglese, che al potere ottomano nella regione. Nel 1799 ad Acri, i turchi respinsero l’assedio di Napoleone con l’aiuto di truppe britanniche. L’idea fu poi ripresa dagli stessi inglesi 40 anni dopo, per evitare i progetti di unione fra Egitto e Siria. L’idea di fondare uno stato sulla terra di Palestina nasce molto prima del via libera ufficiale dell’Occidente agli insediamenti ebraici dopo la seconda guerra mondiale, così come inizia molto prima la cacciata degli arabi palestinesi dalle loro terre.
Anche sulla nascita del sionismo, e sul suo significato attuale, c’è molta confusione. Il proto-sionismo si può individuare nella fondazione nel 1860 dell’Alleanza Israelitica Universale guidata da Adolphe Crémieux, nella costruzione di un sobborgo ebraico di Gerusalemme finanziata dal filantropo sir Moses Montefiore nel 1861 ed altri eventi simili. Il fondatore del movimento politico sionista, oggi è considerato Theodor Herzl, un giornalista dell’impero austro-ungarico, con origini ashkenazite che, nel 1986, pubblica Lo stato ebraico, testo in tedesco in cui propone ai governi europei l’idea che si creasse uno Stato ebraico, in una qualsiasi colonia delle potenze europee, che sottraesse gli ebrei alle persecuzioni antisemite. C’è un aneddoto che vuole il suo braccio destro, il dottor Max Nordau, co-fondatore insieme a Herzl del Movimento sionista al congresso di Basilea del 1897, mandare due rabbini a visitare la Palestina, l’opzione sostenuta dagli inglesi. Si narra che i rabbini, arrivati in quella che gli ebrei credevano fosse una “terra senza gente”, scrissero un biglietto lapidario in cui si smentivano questa idea romantica e aprivano uno squarcio sulla realtà: “La sposa è bellissima – scrissero i rabbini – ma è già sposata con un altro uomo”. Un altro uomo importante è Edmond James de Rothschild, banchiere francese appartenente a una famiglia di origini tedesco-giudaiche. Nel 1882 finanzia la fondazione della prima colonia ebraica in Palestina, comprando i terreni dell’attuale Rishon LeZion. Rothschild, in seguito, fece 5 viaggi in Palestina per seguire lo sviluppo delle sue colonie, investendo oltre 14 milioni di franchi per fondare 30 colonie. Non era ancora iniziato il ‘900. I palestinesi dovrebbero quindi commemorare qualche anno in più, perché la cacciata dalle loro case risale a molti anni prima, quando dall’Europa si iniziarono a comprare terre a pochissimo dagli arabi, allo scopo di creare zone omogenee di insediamento per gli ebrei.
La data convenzionale del 1948 indica in realtà il momento in cui ufficialmente le potenze coloniali, che avevano “usato” l’argomento Palestina per contrastarsi già da prima del ‘900,  “se ne lavano le mani”. La Palestina al suo destino, almeno per i primi anni. Ad ogni modo, Nel 1948 più del 60% della popolazione palestinese viene espulsa e oltre 530 villaggi evacuati  o distrutti completamente, in un periodo che va dal gennaio del 1947 al dicembre del 1948, le “quattro fasi” dell’espulsione. Nello stesso periodo oltre 774 villaggi palestinesi vengono tolti ai Palestinesi espulsi con la forza dalle organizzazioni paramilitari ebraiche, che poi confluirono per la maggior parte nell’esercito ufficiale.Da quella data, da quanto emerge dai dati dell’ufficio di statistica del ministero dei Prigionieri dell’Autorità palestinese, oltre 800 mila palestinesi sono stati arrestati da Israele. «Politiche e pratiche, legali e giudiziarie, di Israele nei confronti dei detenuti palestinesi e arabi – si legge nel report – si sono distinte nella storia da illegalità, arbitrarietà e violazioni, torture ed esecuzioni extragiudiziali o punizioni collettive. Sotto tutti questi aspetti, il periodo tra il 1948 e il 1967 è stato il peggiore».
Dal 1948 ad oggi, il numero dei palestinesi è aumentato di 8 volte: se all’inizio della Nakba erano 1,3 milioni, a fine 2011 si registrano circa 11,2 milioni di palestinesi sparsi nel mondo. Oggi, i rifugiati palestinesi rappresentano il 44,1% del totale della popolazione palestinese nei Territori occupati. Coloro che sono registrati nelle liste dell’Unrwa (Agenzia Onu per l’assistenza ai profughi palestinesi) sono circa 5,1 milioni. I rifugiati costituiscono il 45,6% dei palestinesi in tutto il mondo e vivono tra Giordania, Siria e Libano per il 59,1%. In Cisgiordania sono il 17,1% dei palestinesi e a Gaza il 23,8%.
A fine 2011 si rilevano 474 colonie illegali, ovvero non autorizzate da alcun trattato, nella Cisgiordania occupata. I coloni qui hanno raggiunto 518.974 presenze. Il 50,6% dei coloni ebrei vive a Gerusalemme, in particolare 196.178 coloni vivono nella Gerusalemme Est occupata. In Cisgiordania vivono 20 coloni su 100 palestinesi; il rapporto è più alto a Gerusalemme, con 68 coloni israeliani su 100 palestinesi. Nella Palestina storica, indicata con i confini del mandato britannico, vivono oggi 11,7 milioni di persone su una superficie di 27mila chilometri quadrati. Qui gli israeliani sono il 52% del totale della popolazione e vivono sull’85% della terra. I palestinesi sono il 48% e vivono sul 15% del territorio, pari a un quarto della superficie sulla quale risiedono gli israeliani.
La maggior parte dei rifugiati palestinesi vive nel raggio di 100 miglia dai confini d’Israele, ospitati negli Stati arabi confinanti. Lo status di profugo, prevede tre soluzioni: rimpatrio volontario – o ritorno – integrazione volontaria nel Paese ospitante o trasferimento volontario in un Paese terzo. Di queste tre soluzioni soltanto il rimpatrio è un diritto riconosciuto legalmente. Secondo la risoluzione ONU n.194, dell’11 dicembre 1948, i rifugiati hanno il diritto di ritornare nelle loro case di origine, avere la restituzione della proprietà e la compensazione per le perdite e i danni subiti, ma lo Stato d’Israele impedisce ai profughi di esercitare il diritto al ritorno alla propria casa, violando uno dei “pilastri” del diritto umanitario internazionale.

SPECIALE AL-NAKBA 1948-2012

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