Non c’è accordo per la formazione della nuova Assemblea costituente in Egitto. La notizia, diffusa questa mattina dall’agenzia Mena, viene da Sobhi Saleh, deputato di Giustizia e libertà, il partito dei Fratelli musulmani, e componente della commissione Affari costituzionali del Parlamento. Mena riferisce che il dibattito è bloccato da differenze enormi fra le forze politiche in merito alla percentuale di rappresentanza della società civile nell’assemblea. Ed è già il secondo tentativo, dato che il precedente disegno di Costituente, formata per metà da deputati e per metà da componenti della società civile, era stata sospesa dalla magistratura che l’aveva giudicata “troppo filo-islamica”. La situazione è molto delicata, perché l’Assemblea ha poco tempo per stendere il nuovo testo, che doveva essere concluso, nelle intenzioni dei militari, prima del primo turno elettorale delle prime elezioni post- Mubarak. E nel frattempo, in queste settimane, violenze e repressione sono esplose di nuovo per le strade del Cairo.

Le proteste della Primavera araba, la destituzione del vecchio regime, le richieste su democrazia e diritti, portate in piazza per lungo tempo dai movimenti laici e islamici d’opposizione, avevano fatto guardare all’Egitto come al faro di una nuova era di cambiamenti politici che, finalmente, poteva venire non da Occidente, ma da una realtà da troppo tempo soggiogata da regimi sostenuti proprio dalle potenze occidentali. Ma, dopo più di un anno da quel gennaio 2011 in cui la scintilla della disobbedienza si è innescata, ad essere in crisi non è solo la giunta militare al potere, ma anche il principale partito d’opposizione, i Fratelli musulmani. E le forze che hanno dato vita alle proteste e le hanno alimentate per molto tempo, come giovani attivisti, studenti, associazioni in difesa dei diritti umani, formazioni sociali, rimangono escluse dai processi decisionali.

La situazione in Egitto è sempre più ingarbugliata. Il Supremo consiglio delle forze armate è stato accusato ancora una volta di aver dato mano libera alla violenza politica, scatenando i baltaghiyya, bande armate di cui la polizia si serve da sempre per soffocare il dissenso e le manifestazioni che continuano in queste settimane. La settimana scorsa le autorità egiziane hanno ordinato l’arresto di oltre 300 persone, tra cui almeno 18 donne ed altrettanti giornalisti. Tra gli arrestati molti gli appartenenti al movimento laico, che aveva portato la propria solidarietà ai membri dell’ala salafita, dopo il duro attacco degli uomini al servizio del governo militare. Il Cairo è militarizzato, fra coprifuoco, posti di blocco e check point, militari in ogni strada.

Gli errori sono stati molti e da varie parti. I Fratelli musulmani hanno spinto per anticipare le consultazioni, rispetto alla stesura della Costituzione e si sono progressivamente distaccati dai sentimenti della piazza, tacendo davanti alla repressione della protesta, con l’obiettivo di imporsi in Parlamento. Dall’altro lato, la giunta militare, ha predisposto una Dichiarazione costituzionale, progetto preliminare al testo definitivo, che, ancora una volta, esautora quasi completamente il Parlamento dalla gestione della cosa pubblica. Quando le urne hanno dato ragione alla componente islamica, i militari si sono affrettati nel tentativo di monopolizzare il processo costituzionale. Naturalmente, questo non ha fatto altro che alimentare le proteste dei movimenti laici e salafiti.

In particolare, le esclusioni dalle candidatura per le presidenziali di tre candidati ha suscitato le ire di molte componenti della società: Khairat al Shater, numero due del movimento dei Fratelli musulmani cha ha trionfato nelle consultazioni; Hazem Abu Islamil, alto rappresentante del partito salafita di an Nour, secondo schieramento nel Paese per consensi ricevuti; e infine Omar Suleiman, ex capo dei servizi segreti e vicepresidente durante il periodo più critico della rivolta popolare. I motivi dell’esclusione, nel caso di Suleiman, sono di chiaro stampo popolare: non è riuscito a conseguire il necessario sostegno di almeno mille cittadini in 15 delle 27 province egiziane. Gli altri due casi infiammano le proteste degli attivisti, che denunciano la volontà dei militari di ricreare le stesse condizioni precedenti alla destituzione di Mubarak. Il leader dei movimenti giovanili ed ex direttore generale dell’Agenzia atomica internazionale, Mohammed El Baradei, si è ritirato dalla corsa per la presidenza proprio a causa dello strapotere dell’esercito e delle ingerenze di quest’ultimo nella vita politica, economica e sociale dell’Egitto. «Il prossimo presidente della Repubblica egiziana – ha dichiarato – avrà prerogative monche e le elezioni sulla base della dichiarazione costituzionale, voluta dalla giunta militare che guida il Paese, provocherà una moltitudine di problemi e di falle fondamentali».

La giunta militare è decisa a difendere i privilegi dell’esercito e, in particolare, il suo esteso controllo dell’economia egiziana. Pur non essendo particolarmente interessata a governare direttamente, non lascerà il potere a un governo civile, se non dopo aver ricevuto rassicurazioni sull’esclusione degli interessi dell’esercito dai cambiamenti politici. I militari al potere si sono ostinati a guidare il processo di transizione, credendo ingenuamente che cacciare Mubarak e porre fine alle sue politiche neoliberiste avrebbe chiuso la questione. Qualsiasi altra richiesta della piazza che non fosse la cacciata del dittatore è stata bollata come tentativo di destabilizzare il Paese e repressa nel sangue in nome della “protezione” del processo democratico.

Per riuscire a controllare il processo di transizione, il Supremo consiglio delle Forze armate, lo Scaf, è riuscito a fomentare le differenze fra le varie anime dell’opposizione, sia di governo che di piazza, riuscendo a creare delle spaccature fra compenti laiche e componenti islamiche. I militari hanno manipolato l’informazione suggerendo l’idea di un accordo con i Fratelli musulmani, sul nome di Khairat el-Shater per le presidenziali, poi escluso perché di madre non egiziana. Tutto ciò, contravvenendo agli annunci fatti dal gruppo di non voler schierare nessuno per le presidenziali come segno di protesta per l’atteggiamento oscurantista della giunta militare e i suoi tentativi di ritorno alle forme del vecchio regime. Nel movimento le critiche verso i vertici si sono scatenate, insieme a quelle del resto della piazza, creando una situazione di grave imbarazzo alla fratellanza, che ha dovuto, per di più, ripiegare su un altro nome a causa dell’esclusione di el-Shater. Non è chiaro se il colpo di mano dei militari sia riuscito per l’ingenuità della fratellanza o se il movimento stesso dei Fratelli musulmani aveva visto nell’accordo un modo “veloce” per risolvere le cose e ed andare alle elezioni subito.

I movimenti civili, malgrado la militarizzazione, proseguono nella protesta, soprattutto dopo la disfatta dei due candidati e l’intricarsi dei rapporti con la fratellanza, mentre il Paese versa in condizioni economiche sempre più critiche. Fra una settimana ci sarà il primo turno delle elezioni presidenziali e la guerra dei sondaggi tra quelli commissionati dall’una o dall’altra parte è già iniziata, tra il sangue della piazza e i tentativi militari di riportare indietro le lancette della storia.