Aprire una strada nuova in Europa. Del discorso di Hollande di insediamento all’Eliseo, è la frase che crea maggiori aspettative. Soprattutto perché quella vecchia, di strada, battuta fino ad ora da Sarkozy e dagli altri governi dell’Eurozona, si rivela sempre più fallimentare.

La strada che Hollande si propone è “meno rigore e più crescita” ed è stato l’oggetto di discussione con la cancelliera tedesca Angela Merkel, nell’incontro che si è tenuto a Berlino subito dopo la proclamazione di Hollande.
Sullo sfondo del primo impegno europeo del nuovo presidente francese c’era dunque l’ombra della crisi greca. Il patto di stabilità e crescita, che ha posto i paesi dell’eurozona di fronte a un’alternativa secca, rientrare col debito o uscire dalla moneta unica, si è trasformato in una morsa soffocante per i paesi più indebitati e dall’economia più debole, tra cui per l’appunto la Grecia.

Nei giorni scorsi la Merkel aveva dichiarato di non voler recedere dalle politiche economiche di rigore, volte a non aggravare ulteriormente il debito degli stati. Per nulla intimorita dalla sconfitta elettorale maturata nella Nord-Reno-Vestfalia, che, di fatto, pare non abbia intaccato la fiducia dei tedeschi nella sua politica, la Merkel ieri si è detta intenzionata a fare di tutto perché la Grecia sia salvata. Questa dichiarazione ha fatto un po’ da eco all’altra, più contraddittoria, di Christine Lagarde, direttore del Fmi, di poche ore precedente, secondo la quale l’uscita di Atene dall’euro deve essere evitata a ogni costo, ma è comunque un’opzione possibile.

Nel frattempo la situazione generale dei paesi europei è di grande affanno. Le politiche rigoriste che hanno indotto tutti i governi a grandi tagli alla spesa pubblica, hanno messo in crisi non solo il sistema produttivo, ma anche il welfare. Le conseguenze di ciò si vedono nei livelli altissimi di disoccupazione e nell’acuirsi dei conflitti sociali.
In un’economia generale al ristagno (a parte la Germania, che è l’unica che cresce, tutti i paesi europei sono in recessione o a crescita zero, dati di oggi), si evidenzia il grande limite di un patto finalizzato al rientro del debito, non contemporaneamente supportato da un parallelo e altrettanto intenso piano di crescita.

La situazione greca rappresenta in tutto ciò il punto di massima allerta. I tagli imposti ai greci per rientrare dal debito, oltre ad essere stati inutili, hanno creato una continua instabilità nei mercati finanziari, nonché una crisi politica interna. Da oggi si sa che in Grecia si dovrà tornare a votare. Nelle ultime ore determinante è stata la posizione di Syriza, il partito di sinistra radicale che non ha acconsentito a supportare un governo di larghe intese, che poteva essere un nuovo esecutore dei diktat europei.

Cosa potrebbe succedere in Grecia? Se le nuove elezioni fossero vinte da Syriza si potrebbero aprire scenari non previsti. Non che Tsipras sia per principio fautore dell’uscita della Grecia dall’euro. Ma sicuramente non sarebbe dell’idea di restarci a tutti i costi, costi che per la Grecia finora sono stati altissimi. Una Grecia governata dalla sinistra radicale potrebbe ridiscutere le politiche di austerità che l’hanno messa in ginocchio e, a quel punto, i Paesi dell’Euro, Germania in primis, dovrebbero decidere se ammorbidire la linea o cacciarla fuori dall’euro. La prima soluzione è quella che tutti si auspicano, ovvero un nuovo corso della politica economica europea, al quale il nuovo presidente francese potrebbe dare una spinta. Ma significherebbe che la Germania apra sugli eurobond, abbandoni l’intransigenza dichiarata dalla Merkel fino ad oggi e si faccia di fatto carico di pagare una parte del debito della Grecia. Le dichiarazioni successive all’incontro con Hollande lasciano presagire qualche speranza.

La seconda via è una strada incerta e rischiosa. E non solo e, a questo punto, non tanto per la Grecia, che può decidere di fallire e di non pagare i debiti; tornare alla dracma potrebbe persino rilanciare l’economia greca, resa più competitiva nelle esportazioni da un minore costo della sua moneta. Si potrebbe assistere in Grecia a un boom economico simile a quello vissuto dall’Argentina dopo il fallimento. Certo il costo sarebbero caro, perché per un certo periodo lo stato greco non avrebbe alcuna liquidità per la spesa pubblica.

Le conseguenze più gravi sarebbero però per gli altri stati europei. Prima di tutto per quelli che come debito seguono la Grecia (Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia e la stessa Francia): il collasso greco potrebbe causare un effetto-domino di fallimenti a catena, acutizzati dalla sfiducia dei mercati e da una più forte speculazione finanziaria. Ecco perché da molte parti, soprattutto in Germania, si dice che l’uscita della Grecia dall’euro vada evitata. Il Süddeutsche Zeitung oggi pubblicava un articolo in cui si faceva presente che il contratto di ingresso di un paese nell’Euro non preveda, per così dire, delle clausole di rescissione. Ma la Germania cosa è disposta a lasciare sul tavolo?