Boris Tadic, dopo otto anni alla guida della Serbia, il presidente che ha condotto il Paese all’anticamera delle porte dell’Europa è stato sconfitto dall’ eterno perdente.

Tomislav Nikolic si è preso la sua rivincita dopo aver perso due volte, nel 2004 e il 2008; con il 75,92% delle schede scrutinate, Nikolic ottiene il 49,76% dei voti, contro il 47,15% andato all’uscente Tadic.

La bassa affluenza, il 46,8% ha quindi premiato il leader conservatore, probabilmente perchè i sostenitori di Tadic dando per scontato il successo del loro leader non si sono recati alle urne. Adesso si deve arrivare a una necessaria coabitazione tra presidente e governo, poiché si andrà alla formazione di un esecutivo di centro sinistra, così come sancito dalle elezioni del 6 maggio. Infatti proprio il il Partito socialista (Sps) di Ivica Dacic, terza componente del Paese ha manifestato la disponibilità ad allearsi con il Partito democratico (Ds) di Boris Tadic in modo da dare ancora vita alla coalizione che ad oggi governa Belgrado.

Ma sicuramente il colpo di scena è la vittoria di Nikolic. Noto con il nome di “becchino” quando da ragazzo lavorò come custode in un cimitero a Kragujevac, centro della Serbia rurale è ex ultranazionalista. Dall’aria sempre triste e scura ha cominciato la sua attività politica come collaboratore di Vojislav Seselj, l’ultranazionalista serbo attualmente sotto processo per crimini di guerra al Tribunale penale dell’Aja (Tpi), con il quale nel 1991 ha fondato il Partito radicale serbo (Srs) e soprattutto fu vicepremier nel governo della cosiddetta Federazione di Serbia e Montenegro tra il 1999 e il 2000, all’epoca guidata da Slobodan Milosevic.
Nel 2008 tuttavia decide di abbandonare le posizioni dell’estrema destra serba e fonda un nuovo partito, il Partito del progresso serbo (Sns). Con una ideologia ancora legata alla tradizione nazionalista e filorussa, ma favorevole all’entrata di Belgrado nell’Unione europea è diventato in pochi anni protagonista dell’opposizione conservatrice.

Rispetto a quando affermava che avrebbe preferito vedere il suo Paese allearsi con la Russia piuttosto che aderire all’Ue ha di certo ammorbidito la sua retorica, ma a complicare ulteriormente la sua azione è l’accordo stretto alla vigilia del ballottaggio con il Partito democratico della Serbia (Dss) dell’ex premier conservatore Vojislav Kostunica da sempre contrario all’ingresso di Belgrado nella casa europea. È chiaro che l’esito del voto influenzerà le prospettive europee, ma influenzerà soprattutto il futuro del Kosovo la provincia secessionista serba, che ha dichiarato l’indipendenza nel 2008, ma che Nikolic non vuole riconoscere, nemmeno se questo fosse la conditio sine qua non per aderire alla Ue.

La Serbia prima ancora che all’esterno ha numerosi problemi all’interno: afflitta dalla disoccupazione al 24% con un debito estero di 24 miliardi di euro; Nikolic ha sfruttato populisticamente il malcontento dell’era Tadic soprattutto in campo economico. Il suo programma riguarda una maggiore  tassazione per i redditi più alti in favore dei pensionati, un gigantesco progetto di canale navigabile dal Danubio al Mar Egeo e un aumento degli investimenti nel territorio serbo.