Una donna africana contro l’omofobia. Joyce Banda, presidentessa del Malawi da aprile, ha annunciato pochi giorni fa l’intenzione di abrogare  le leggi contro le pratiche indecenti e gli atti innaturali, che puniscono chi compie atti omosessuali con la detenzione. L’ultimo caso due anni fa, quando una coppia formata da un uomo e una transgender era stata condannata a 14 anni di carcere per avere celebrato il matrimonio ed era poi stata graziata, in seguito a forti pressioni internazionali. Ma la presidentessa del Malawi, per portare avanti le promesse già fatte a fine 2011, deve superare l’opposizione in Parlamento.

Joyce Banda, vice presidente dello Stato africano, ha preso il potere dopo la morte improvvisa del suo predecessore, Bingu wa Mutharika, nell’aprile scorso. Già ministro delle Finanze e delle Pari opportunità, è la seconda donna a diventare capo di Stato nel continente, dopo Ellen Johnson Sirleaf in Liberia. I rapporti fra lei e il defunto presidente si erano incrinati parecchio dal 2010, quando Banda aveva mosso critiche severe a Mutharika, cosa che le costò l’espulsione dalla formazione politica del presidente, il Partito del popolo democratico. Anche per questo, la sua successione è stata ostacolata in diversi modi da una parte del governo vicina al defunto presidente, che ha cercato di  far passare il potere nelle mani del fratello, Peter Mutharika, già ministro degli Esteri. La strada per le riforme di Banda in Malawi è decisamente in salita.

Le pressioni internazionali, in particolare quelle degli Usa, sono un elemento da non sottovalutare. Già nel 2011, gli Usa avevano annunciato di voler utilizzare gli aiuti economici come strumento di pressione sui Paesi che discriminano i rapporti omosessuali. Sia Barack Obama che Hillary Clinton si erano espressi in favore dell’abolizione delle discriminazioni omofobe nei Paesi africani e, a dicembre 2011, il Malawi aveva già risposto, non solo a causa della paura di perdere i 200 milioni di dollari statunitensi che ogni anno arrivano sotto forma di aiuti, ma anche a causa delle proteste dei movimenti per i diritti civili e delle minacce inglesi, che avevano già sospeso gli aiuti verso il Malawi, con l’accusa di mal gestione dei fondi. Anche per questo, l’ex presidente si era visto costretto a fare un passo indietro dalle sue dichiarazioni in cui aveva definito l’omosessualità “il male assoluto” e aveva dovuto sospendere la pena a Tiwonge Chimbalanga e Steven Monjeza, la coppia condannata a 14 anni di carcere.

La sezione 153 del codice penale del Malawi cita il divieto di offese innaturali, mentre la sezione 156 riguarda la pubblica decenza e viene usata per punire gli atti omosessuali ed espellere i turisti che commettono il reato nel Paese: sono queste il cuore delle leggi da abrogare. Banda controlla una maggioranza parlamentare abbastanza solida, che non dovrebbe avere difficoltà, ma deve fronteggiare l’opposizione delle chiese cristiane, che influiscono profondamente sull’opinione pubblica. Nel suo discorso, la presidentessa, ha annunciato di voler normalizzare i rapporti interni ed esterni al Paese e di voler rivedere molte leggi che violano i diritti umani e che hanno l’effetto di distorcere il senso delle tradizioni del Malawi. «Il problema dell’omosessualità è una questione controversa da sempre- ha detto l’attivista per i diritti umani Undule Mwakasungula- Sicuramente in Parlamento si solleveranno molte polemiche».

In Africa il problema dei diritti delle persone omosessuali sta tornando alla ribalta, grazie anche all’intensificarsi delle azioni degli attivisti. In quasi tutto il continente esistono leggi che prevedono la punizione di alcuni comportamenti omosessuali: è illegale in 37 Paesi ed è vista come anti-cristiana e anti-islamica in molte zone, nonostante le leggi contro i gay siano state introdotte dopo il colonialismo britannico. Il governo dell’Uganda, ad esempio, è stato recentemente costretto a ritirare una proposta di legge che proponeva la pena di morte per gli omosessuali, dopo forti pressioni internazionali. Anche la Nigeria ha recentemente approvato una legge che vieta matrimonio e manifestazioni d’affetto pubbliche tra omosessuali, con l’aggravante della pena detentiva per chi fa attivismo o sostiene i movimenti a favore dei diritti dei gay.

Pare però che i movimenti, in molti stati, non si lascino intimidire. Dopo la massiccia partecipazione delle organizzazioni in difesa dei diritti degli omosessuali alla Primavera araba della sponda Nord del continente, anche in Paesi come la Liberia, si sono viste di recente manifestazioni e azioni degli attivisti. Malgrado questo, “l’altra donna” africana, la presidentessa della Liberia Johnson Sirleaf, premio Nobel per la pace, ha difeso le leggi omofobe e ha addirittura annunciato una loro riedizione, in versione più severa. Ma ci sono anche tentativi in direzione opposta, come quello del Sudafrica, che ha di recente legalizzato il matrimonio omosessuale, malgrado l’alto livello di discriminazioni che avvengono ancora nel Paese. Chissà se Joyce Banda, la seconda donna capo di stato del continente africano, riuscirà a superare lo sbarramento dei conservatori cristiani e ad imitare il Sudafrica.