Il 19 maggio i “lavoratori dell’Arte” hanno occupato il Palazzo Citterio di Milano. Alla base del collettivo ci sono curatori e artisti visivi che da oltre un anno maturavano l’idea di creare uno spazio artistico e culturale. Uno spazio che ora si chiama Macao, soprannominato “centro per le arti, la cultura e la ricerca di Milano”.

Il collettivo ha occupato un luogo simbolo della città. Lo spazio è, infatti, di proprietà del Ministero per i beni e le attività culturali ed è coinvolto nel progetto “Grande Brera” volto a estendere gli spazi della confinante Pinacoteca e riqualificare il quartiere di Brera in vista dell’Expo che si terrà a Milano nel 2015.

Un’occupazione che ha visto tre tappe in quindici giorni: primo step, il collettivo Macao ha occupato la Torre Galfa, un edificio abbandonato da anni e preso di mira dai “lavoratori dell’Arte” anche per protestare contro le speculazioni edilizie di Milano, proprio perché il grattacielo è di proprietà della famiglia Ligresti. Dopo undici giorni le forze dell’ordine hanno però sgomberato l’edificio e gli occupanti si sono spostati sotto la Torre, in via Galvani, dove sono rimasti in assemblea permanente in attesa di una decisione immediata. Il primo cittadino Giuliano Pisapia si è mostrato solidale con il collettivo proponendo l’ex Ansaldo: uno spazio in zona Tortona, in cui far nascere l’Officina della creatività, accessibile tramite un bando pubblico aperto a tutti i soggetti con un progetto creativo e che per legge devono avere uno statuto giuridico. Macao ha però rifiutato l’offerta in quanto i tempi sarebbero stati troppo lunghi e il presidio non poteva protrarsi oltre, sia per le condizioni atmosferiche e sia perché c’era il rischio di perdere lo straordinario appoggio ricevuto in quei giorni. E mentre l’assessore alla Cultura Stefano Boeri chiedeva un confronto sullo spazio dell’ex-Ansaldo, i “lavoratori dell’Arte” si sono diretti verso Palazzo Citterio, quello che si scopre essere l’obiettivo originario di Macao.

Alla base dell’occupazione c’è sicuramente un malcontento generale che da oltre un anno mobilita il collettivo milanese, alla ricerca di un centro per l’arte e per la cultura, di uno spazio in cui la creatività diventi la priorità. Ma, è vero che oltre a un pretesto culturale, emerge chiaramente anche un malcontento politico ed economico, che conduce all’occupazione di luoghi simbolo del capoluogo milanese.

Macao non è solo. Ha alle spalle diverse occupazioni, “compagni di pensiero” che hanno trovato nell’occupazione e nella liberazione l’unico strumento per dare vita alle proprie esigenze artistiche. Dal 14 giugno il più antico teatro di Roma diventa il “Teatro Valle occupato” che per quasi un anno ha ospitato artisti e ha cercato di dar vita a un Teatro “altro”, all’Arte (con la A maiuscola). E con il Valle anche il Teatro Marinoni di Venezia, il Teatro Coppola di Catania e il Teatro Garibaldi di Palermo.

Ciò che unisce questi spazi, seppur così distanti geograficamente, è la precarietà che lacera l’ intero Paese e che sminuisce, giorno dopo giorno, il concetto di cultura. È un filo conduttore che unisce performers, attori, musicisti, critici, giornalisti, studenti e ricercatori che sentono una necessità: rivalutare il termine “cultura”.