Il 16 maggio scorso a Brasília si è insediata la Commissione nazionale della Verità, istituita al fine di far luce sui crimini e le violazioni dei diritti umani commessi dall’esercito negli anni della dittatura militare che governò il Paese dal 1964 al 1985.

La presidente Dilma Rousseff, ex guerrigliera e prigioniera politica, ha fortemente voluto la creazione di quest’organo, e ne ha anche nominato i sette membri – ministri, avvocati, giornalisti, e psicologi – che rimarranno in carica per due anni. I risultati delle indagini sono attesi per il 2014.

Da 27 anni a questa parte l’esercito brasiliano non ha ancora dato la sua disponibilità all’apertura degli archivi. I vertici militari sostengono di aver già distrutto da tempo tutti i documenti che proverebbero la messa in atto di metodi illegali di repressione contro gli attivisti politici: dal sequestro alla detenzione coatta, dalla torture all’assassinio e all’occultamento di cadavere.
Secondo il libro Direito à memória e à verdade, pubblicato dalla Segreteria speciale dei diritti umani del governo Lula, 475 persone morirono o scomparvero per motivi politici in quel periodo. Ma questo numero potrebbe essere molto più elevato, se si tiene conto dell’enorme estensione territoriale del Brasile, l’assenza di studi statistici, il gran numero di richieste di indennizzo e l’inclusione di non-militanti nella lista dei desaparecidos.

Il ruolo degli USA. Lo specialista Peter Kornbluh, direttore del centro di documentazione sul Brasile del National security archive (organizzazione senza fini di lucro dell’Università George Washington) sostiene che gli Stati Uniti dovranno aiutare il Brasile a ottenere l’accesso a documenti “strictly confidential” per fare piena luce sui crimini: bisogna integrare le informazioni statunitensi per vincere la riluttanza delle Forze armate brasiliane ad aprire gli scomodissimi archivi. Va ricordato che gli Usa, e in particolare la Cia, furono a pieno titolo responsabili del rovesciamento delle democrazie latinoamericane durante la Guerra Fredda, nell’ambito del famigerato Plan Condor.

La polemica. La Commissione, che ha ricevuto anche l’appoggio di Human Rights Watch, non ha carattere punitivo: non sono infatti previsti processi o condanne. Si cerca di evitare lo “spirito di Norimberga” per dare serenità agli addetti ai lavori durante le indagini. E questa è già una prima concessione alle Forze armate. Ma gli ambienti militari non si sono accontentati e hanno sollevato un altro polverone, accusando la presidente di revanchismo. L’ex ministro della Difesa, Nelson Jobim, ha chiesto alla Commissione di esaminare anche l’altro versante: i casi di reato e violazione di diritti commessi dai guerriglieri di sinistra.
La Commissione, però, si soffermerà solamente sulla repressione operata dai militari, in merito a un princìpio brillantemente esposto da Frei Betto, ex prigioniero politico durante il regime: «l’altra faccia della medaglia non esiste: c’è stato solo il colpo di Stato perpetrato dai militari e il rovesciamento di un governo costituzionale e democraticamente eletto».