Quando si tireranno le somme di questa crisi, lunga, tosta, aspra, iniziata nell’estate 2007 ma ufficialmente in quella 2008, si dirà che è successo un po’ di tutto. Quando gli studenti studieranno sui libri di storia si accorgeranno dell’andamento contorsionista di questa Grande Recessione (come definita da Paul Krugman per distinguerla dalla Grande Depressione).

Da crisi finanziaria, anni 2008-2009, è diventata crisi dei debiti sovrani, anni 2010-2011, starà tornando oggi alle origini? È quello che si chiedono un po’ tutti gli addetti ai lavori dopo il salvataggio governativo della banca spagnola Bankia, le corse agli sportelli greche, i problemi di JP Morgan con i derivati.

Se per il caso JP Morgan grosse responsabilità gravano sull’amministrazione Usa, che tarda nel rendere effettiva l’applicazione della nuova riforma finanziaria, il caso spagnolo è un esempio di mancata attenzione ai propri vicini, la vicenda irlandese avrebbe dovuto insegnare qualcosa a Madrid.

L’Irlanda è entrata in una crisi molto grave nel corso del 2010, tanto che in dicembre dello stesso anno ha fatto ricorso agli aiuti del Fmi. La crisi irlandese parte dalla dalla debolezza suo settore bancario e finanziario, che a sua volta deriva dal boom immobiliare venutosi a creare negli anni appena precedenti. La nazionalizzazione delle banche in Irlanda ha portato via dalle casse dello Stato circa 120 miliardi di euro, quasi l’intero ammontare del Pil, così si è poi giunti alla crisi del bilancio statale con l’incredibile caso del deficit/Pil 2010 salito addirittura al 32%.

La differenza tuttora esistente tra Spagna e Irlanda consiste nel fatto che in Irlanda è andato in crisi ed è poi stato salvato l’intero settore bancario, le sette maggiori banche del Paese hanno usufruito dell’aiuto di Stato, mentre in Spagna questo discorso è ancora prematuro, in quanto per ora solo Bankia ha mostrato le sue debolezze, ma i dati dell’IIF, che parlano di sofferenze per oltre 200 miliardi di euro nell’intero settore, non fanno stare tranquilli.

Quindi, l’Italia non vuole fare la fine della Grecia, la Spagna rischia di essere la nuova Irlanda, la Francia ammira la Germania; anche se sembrano i quarti di finale degli Europei è solo un riassunto maldestro delle dichiarazioni dei primi ministri o degli articoli di giornale. Un’Europa in cui la crisi passa da un Paese all’altro, manco fosse un pallone, sempre per restare nella metafora calcistica.

In realtà sembra che per ognuna di queste crisi, per ognuno di questi Paesi, si segua un copione già visto. Che queste siano dovute ai settori bancari e immobiliari (Spagna, Irlanda) o a quelli istituzionali e sociali (Italia, Portogallo), o a entrambe le cose assieme (Grecia), continua a non essere chiaro qual è il filo conduttore che porta a spingere la crisi da un Paese all’altro, a spingere lo spread a salire e far danni, prima in Grecia, poi in Irlanda, poi in Portogallo, poi in Spagna, poi in Italia e poi ancora in Spagna. Chi dice che c’è poca Europa, chi dice che c’è troppa speculazione, chi dice che c’è troppo debito, chi dice che c’è troppa importazione, chi dice che la Cina ci sta mangiando e che siamo destinati a ridurre il nostro standard of living, poi c’è chi dice che il capitalismo ha fallito..