A quasi un anno dall’inizio del processo a Mubarak, nell’aula bunker del blindatissimo Tribunale penale del Cairo, la Corte ha condannato all’ergastolo l’ex raìs e il suo ex ministro dell’Interno Habib al-Hadly a 25 anni di carcere, ritenendoli colpevoli di avere ordinato di sparare sui 850 manifestanti durante i giorni precedenti alla sua caduta. I figli dell’ex dittatore, accusati di corruzione, si salvano grazie alla prescrizione. Subito dopo la sentenza, la piazza è insorta e nell’aula si è sfiorata la rissa, fra i familiari delle vittime delle proteste della Primavera araba egiziana e i sostenitori dell’ex raìs. A due settimane dalle prime elezioni post Mubarak, il clima al Cairo, e in tutto l’Egitto, è infuocato.

Innanzitutto la sentenza: può sembrare una vittoria e, in un certo senso lo è. Per la prima volta, infatti, nel mondo arabo contemporaneo, un dittatore viene processato da un tribunale regolare e condannato, almeno per una parte dei suoi crimini.  Ma agli egiziani non basta: sono molti coloro che chiedevano – e continuano a chiedere -  la pena di morte. Ma, oltre alla condanna all’ergastolo ritenuta insufficiente da varie parti, il vero problema è l’assoluzione degli altri servitori del raìs, nonché quella dei suoi due figli dall’accusa di corruzione, che però rimangono in carcere per insider trading.

In particolare, la piazza non accetta l’assoluzione dei sei superpoliziotti che lavoravano per il ministero dell’Interno, a cominciare dal capo del Cairo security service, ritenuti dagli egiziani i materiali assassini dei martiri della rivoluzione. E così, Ahmed Mohamed Ramzi ‘Abd ar-Rashid, ex primo assistente del ministro per le Forze di sicurezza centrali, ‘Adli Mustafa Fayed, ex primo assistente per la Pubblica sicurezza, Hasan ‘Abd ar-Rahman, ex primo assistente per l’Agenzia per la sicurezza di stato,  Esma’il ash-Sha’er, ex presidente del Consiglio direttivo della sicurezza al Cairo, Usama al-Marassi, ex presidente del Consiglio direttivo della sicurezza a Giza e Umar al-Farmawi, ex presidente del Consiglio direttivo della sicurezza nel quartiere 6 Ottobre del Cairo, sono oggi uomini liberi per insufficienza di prove. Infine l’ex presidente e i suoi due figli sono stati assolti da tutte le accuse per crimini finanziari, essendo passati 10 anni da quando furono commessi.

Durante la lettura della sentenza, l’ex presidente egiziano è rimasto per tutto il tempo immobile, disteso su una barella, con lo sguardo coperto da occhiali da sole, mentre l’aula esplodeva per le proteste. Fuori, controllati da un’imponente schieramento di poliziotti e militari, i manifestanti gridano che la sentenza riapre la Primavera araba, perché le richieste di giustizia e rinnovamento sono state tradite. E gli egiziani che protestano si sentono traditi non solo da questa sentenza, ma anche dall’immobilismo con cui gli esponenti militari gestiscono questa fase di transizione. Nessuno dei vecchi cardini del regime è stato rimosso, eccezion fatta per l’ex ministro dell’Interno, condannato insieme a Mubarak.

Le presidenziali si annunciano problematiche, dal momento che la corsa vede schierati il Fratello musulmano Mursi e l’ultimo premier del passato regime, Ahmed Shafik.  In questa situazione, la fratellanza potrebbe cavalcare l’onda dell’indignazione e numerosi “nemici” della formazione islamica come Ayman Nour, candidato liberal escluso dalla competizione, hanno già dichiarato che, piuttosto che sostenere il vecchio regime, voteranno per Mursi.  Le richieste di esclusione del candidato del vecchio regime, continuano ad essere presentate da più parti.

Il procuratore generale del Cairo, dopo la sentenza, ha ordinato il trasferimento di Mubarak nel carcere di Tora, perché le sue condizioni fisiche lo permettono. L’ex presidente egiziano si è rifiutato fino all’ultimo di lasciare l’elicottero militare che lo ha trasportato al carcere di massima sicurezza. Fino ad oggi, Mubarak era detenuto nel Centro medico internazionale appena fuori dal Cairo, dove alloggiava in una doppia suite di 250 metri l’una. Secondo varie fonti, l’ex raìs sarebbe stato colpito da una crisi cardiaca, dopo essersi opposto più volte all’entrata nel carcere in cui, in oltre 30 anni di regime, confinò la gran parte dei suoi oppositori.

La sentenza non è definitiva. Dopo 1.600 testimonianze, fra poliziotti e testimoni delle rivolte, il giudizio potrebbe essere modificato dal prossimo grado di giudizio. Il primo avvocato difensore di Mubarak, Farid ad-Dib, ha affermato che ha fatto ricorso contro la sentenza e che la sottoporrà alla Corte di cassazione. Ad-Dib ha precisato che ci sono stati degli errori riguardo alle motivazioni fornite dal giudice e che le accuse contro il raìs sono insufficienti. Anche i familiari delle vittime hanno annunciato il loro ricorso, per chiedere la pena di morte e la condanna dei suoi collaboratori.

A piazza Tahrir, secondo fonti locali, sono quasi 10 mila i manifestanti che parlano di verdetto ingiusto e gridano “il popolo vuole cacciare l’ancien régime”. Fra loro, naturalmente, anche Mursi, che ha sospeso la campagna elettorale, per unirsi alla protesta. Già nella scorsa settimana, la sede del partito di Shafik è stata data alle fiamme e non è escluso che nei prossimi giorni possano ripetersi scontri e violenze.  Per la piazza, quello che sta succedendo in Egitto, dopo i sacrifici e le lotte della Primavera araba, non ha nulla a che fare con le istanze di rinnovamento, ma solo con un regime che, ancora in piedi, tenta di salvare quelli fra i suoi figli che hanno qualche possibilità, nascondendosi dietro qualche sentenza clamorosa,  che ha il solo scopo di rassicurare gli animi e riportare tutto a com’era prima.