Valencia. Tempi bui per l’istruzione in Spagna. Per fronteggiare la crisi, infatti, la ricetta dell’esecutivo di Mariano Rajoy è lo smantellamento, pezzo per pezzo, di tutto il settore dell’educazione pubblica. E ormai si sa, i fatti da tempo lo confermano: in tempi di crisi a pagare sono sempre gli stessi.
Così mentre migliaia di milioni di euro finiscono nelle casse vuote di banche che rischiano di fallire dopo anni di speculazioni ballerine, si tagliano centinaia di milioni da sanità, istruzione e servizi pubblici. Settori che, a seguito delle misure prese, rischiano il collasso.

«Hanno tagliato drasticamente i salari dei professori», afferma Miquel Calatayud, coordinatore e responsabile del Sindicat de  treballadores y treballadors de l’ensenyament del país valencià (Stepv), il sindacato degli insegnanti più rappresentativo della Comunità valenciana, che continua: «Hanno anche deciso di aumentare gli alunni per aula: si passerà dagli attuali 20–25 a 35–45». Calatayud non ha dubbi sulle conseguenze: «Oltre a diminuire la qualità dell’insegnamento, è chiaro che con l’ aumento degli alunni per aula ci sarà bisogno di meno professori. In questo modo moltissimi saranno licenziati, si ritroveranno per strada senza lavoro. Soprattutto i professori che non sono stabili».

Il quadro che si profila è a tinte, più che fosche, oscure: oltre 100.000 insegnanti, su un totale di 680.000, rischiano di essere licenziati, mentre il budget complessivo per l’istruzione è stato tagliato del 21% (circa 625 milioni di euro). Tradotto: eliminati gli aiuti per la creazione di centri infantili, diminuiti dell’80% gli aiuti statali per l’acquisto dei libri di testo, dimezzati i fondi per l’informatizzazione e la digitalizzazione nelle scuole.
Le cose non vanno meglio nell’università: le tasse sono state aumentate fino al 50%.  Allo stesso tempo sono stati tagliati per circa 166 milioni i finanziamenti a borse di studio e dottorati di ricerca, che verranno dimezzati nel 2012. Azzoppati anche i programmi di mobilità europea, basti pensare che le borse per il programma Erasmus saranno il 40% in meno rispetto al 2011. Scompaiono infine gli aiuti per le iscrizioni degli studenti meno facoltosi. «Molte persone non potranno più andare all’ università», afferma Calatayud, «e il servizio pubblico universitario sarà smantellato, perché mancando le iscrizioni non ci saranno soldi sufficienti nemmeno per la gestione ordinaria».

Il sindacalista svela poi l’altro lato della medaglia: «In questo modo si aiutano le università private, specialmente quelle cattoliche, perché chi se lo potrà permettere andrà in istituti privati, mentre gli atenei pubblici si svuoteranno visto il drastico aumento delle tasse, che limiterà la possibilità di accesso a moltissimi giovani. Per cui meno alunni, più abbandoni, e più licenziamenti di professori, in primo luogo di coloro che hanno contratti a tempo determinato». Come da prassi, a rimetterci saranno i più deboli: studenti meno facoltosi e professori precari.

Di fronte a questo attacco inevitabile la reazione di studenti e professori. Il primo a mobilitarsi è stato proprio il sindacato di Calatayud, che all’inizio di maggio ha proclamato sei giorni di sciopero, ripartiti in tre settimane.«Sono mesi che siamo in mobilitazione», racconta il dirigente del sindacato, «esercitando forme di protesta diverse dallo sciopero, come sensibilizzazioni dei genitori, manifestazioni e sit-in. Arriva però un momento nel quale si deve usare il diritto costituzionale che è lo sciopero».
Di fronte alla determinazione del sindacato valenciano gli altri grandi sindacati, con iscritti in tutta la penisola iberica, hanno deciso di seguirlo. E così il 22 maggio lo sciopero da locale si è trasformato in nazionale. Centinaia di migliaia di persone hanno manifestato a Madrid, Barcellona, Valencia, e in molte altre città. Sebbene gli scioperi e le manifestazioni, partecipatissimi, siano stati un chiaro segnale, il Partido popular continua imperterrito per la sua strada, recitando la consueta litania che i tagli sono imprescindibili per poter risollevare il Paese.

Miquel Calatayud, però, dà una spiegazione delle motivazioni del Partido Popular ben diversa, che va oltre le necessità contingenti dovute alla crisi: «Il Pp ha un atteggiamento molto chiuso», dice, «perché vuole portare avanti tagli non solo nell’educazione, ma anche nella sanità e nei servizi pubblici. Stanno togliendo potere allo Stato come servitore pubblico. La loro idea è semplicemente togliergli forza, in modo che i servizi che lo Stato non potrà più garantire vengano effettuati da privati. Quello che pretendono è una organizzazione sociale nella quale siano i privati a dare sanità, istruzione, servizi. In sostanza, nella quale siano i privati a controllare ogni cosa. Lo Stato, nelle loro intenzioni, deve essere ridotto al minimo, deve essere sussidiario, servire solo per dare servizi basilari a chi non ha assolutamente nulla. Servizi la cui qualità sarà di sicuro insufficiente».
Eccolo qui, il vero bandolo della matassa: privatizzare, privatizzare, privatizzare. D’altro canto, in tempi di crisi, non è detto che tutti debbano fare sacrifici. C’è anche chi pensa ad accaparrarsi una fetta più grande possibile della torta in svendita. E se ci sarà qualcuno che resterà senza mangiare, tanto peggio per lui.

Foto di Raffaele Pugliese