In tempi di crisi, in cui le parole d’ordine sono rigore e austerity, sono stati effettuati tagli a quasi tutti i comparti del settore pubblico: servizi sociali, scuola, sanità, pensioni, dipendenti pubblici. Ma c’è un settore che sembra non soffrire la crisi: quello militare.

Nella manovra Salva Italia del governo Monti non è stato registrato alcun taglio ai fondi destinati alla Difesa. È questa la denuncia della campagna Sbilanciamoci!, che lo scorso lunedì 4 giugno a Roma, nella sala conferenze della Fondazione Basso, ha presentato il Libro Bianco sulle spese militari, intitolato Economia a mano armata.

Scarsa trasparenza. Nella Finanziaria 2012 è stato previsto in favore del ministero della Difesa uno stanziamento di 21 miliardi di euro: una cifra superiore del 3,8% rispetto all’anno precedente. La spesa italiana nel settore ammonta a circa 37 miliardi di euro, pari all’1,3% del PIL. Ma questo è un dato approssimativo: una caratteristica negativa, tipica del nostro paese, è la scarsa trasparenza del bilancio delle spese militari. Parte dell’ammontare destinato alla Difesa, infatti, viene registrato sotto altre voci, come le spese per i sistemi d’arma finanziate dal ministero dello Sviluppo Economico, o le missioni internazionali a carico del ministero dell’Economia.

Gli sprechi e la lobby dei generali. Molti sistemi d’arma sono poco adeguati alle missioni, poiché l’Italia è impegnata principalmente in operazioni di peacekeeping che presuppongono una prevalenza di personale di terra piuttosto che mezzi militari potenti e sofisticati. L’impiego della portaerei Garibaldi durante la guerra in Libia, per esempio, è stato tanto inutile quanto costoso: la gestione è costata 150mila euro al giorno, ma gli aerei potevano tranquillamente partire da terra.
Il ministro Giampaolo Di Paola ha ammesso la necessità di una riforma del settore, in tempi non certo brevissimi: la proposta al vaglio delle autorità riguarda il taglio di 30mila soldati nell’arco di 10 anni, ma resterebbero inalterati gli investimenti nel campo della tecnologia a uso bellico. Niente di nuovo, invece, per quanto riguarda un eventuale taglio dei generali: fallita la riforma del 2001, fino a oggi non si è più parlato di ridurre il numero di graduati (quasi 95mila tra ufficiali e sottufficiali, più della metà del totale dei soldati).

Finmeccanica. Il Consiglio supremo di Difesa persiste da anni in un atteggiamento di spiccato interventismo militare, sotto l’ombrello della Nato. Di conseguenza, i programmi di sviluppo tecnologico nel settore aeronautico si concentrano più nell settore bellico che in quello civile. Specchio di questa situazione è il caso Finmeccanica, che dalla liquidazione dell’IRI è diventata l’ottava industria produttrice di armi a livello mondiale. Inoltre Finmeccanica è diventata un “parcheggio” per ufficiali di carriera, che vengono chiamati a ricoprire ruoli dirigenziali e imprenditoriali. La formazione di questo connubio militare-industriale scoraggia gli investimenti nel settore civile, che ricoprono adesso solo il 25% delle attività della società. L’Italia ha scelto sciaguratamente di non partecipare al consorzio Airbus, il più grande progetto europeo nel campo dell’aviazione civile, e si ritrova adesso a svolgere il ruolo di sub-fornitore dell’industria aeronautica statunitense (Boeing e Lockheed Martin).
F-35. La sudditanza del nostro paese agli Stati Uniti è evidente nel caso dei cacciabombardieri d’attacco Joint Strike Fighter F-35, velivoli multiruolo di quinta generazione costruiti in vista di un  eventuale conflitto con paesi a tecnologia militare avanzata. L’Italia è coinvolta, insieme agli USA e ad altri 7 paesi (Regno Unito, Paesi Bassi, Canada, Turchia, Australia, Norvegia e Danimarca), nella produzione di quest’ultimo “gioiello tecnologico” targato Lockheed Martin, e si è impegnata nell’acquisto di 131 esemplari. I costi complessivi ammonteranno a 18 miliardi di euro, senza contare le spese di gestione del personale e di mantenimento dei velivoli. Il progetto, che va avanti tra problemi tecnici e malfunzionamenti, non garantirà all’Italia alcun ritorno tecnologico, poiché il know-how rimarrà un segreto custodito esclusivamente dagli USA.
Norvegia, Turchia, Australia e Canada hanno già messo in discussione la partecipazione al programma. Molti settori della nostra società civile si aspettano che l’Italia faccia altrettanto.

“Disarmare l’economia, costruire la pace”. La proposta di Sbilanciamoci!, esposta durante la presentazione del dossier dal suo portavoce Giulio Marcon, è di ridurre le spese militari e promuovere un uso sociale delle risorse: sarebbe infatti auspicabile una riconversione civile delle tecnologie, e la riallocazione dei fondi in settori quali welfare, ecologia, servizio civile e cooperazione internazionale. Sarebbe una boccata d’ossigeno per un settore – quello della solidarietà sociale – che versa in gravissime condizioni: i fondi per il Servizio Civile, per esempio, sono passati in pochi anni da 300 a 68 milioni di euro.
L’ex presidente Sandro Pertini chiedeva di «svuotare gli arsenali per riempire i granai»; i governi italiani, negli ultimi anni, stanno facendo esattamente l’opposto.

Il Libro bianco 2012 sulle spese militari è disponibile online in versione integrale qui.