Domenica 24 giugno i riflettori del mondo erano puntati su Valencia per la quinta edizione del Gran Premio d’ Europa di Formula 1. La terza città di Spagna ha vissuto una tre giorni intensissima: 3.500 tra poliziotti, pompieri e volontari mobilitati per far fronte alle necessità organizzative e alle migliaia di turisti giunti per assistere alla competizione. C’era la stampa di mezzo mondo, c’erano personaggi famosi che facevano sfoggio delle loro ricchezze dagli yatch ormeggiati a pochi metri dal circuito, c’erano famiglie benestanti che hanno speso migliaia di euro per aggiudicarsi gli ultimi biglietti rimasti. C’erano anche i meno fortunati che, arrampicati a finestre e balconi, tentavano di rubare un’ occhiata ai bolidi monoposto che sfrecciavano a 300 all’ora.

Un gran successo per il Partido popular (Pp), che da 15 anni governa la Comunità Valenciana. E un’occasione incredibile per la città: un modo per alimentare il turismo e per creare posti di lavoro. Una boccata d’aria fresca per le casse vuote della Comunità. Almeno così sembra.
Se si guarda più a fondo, infatti, la storia è tutta un’altra. La competizione, voluta a tutti i costi nel 2008 dall’ allora presidente della Generalitat (il governo della Comunità valenciana) Francisco Camps, si è infatti trasformata da ciliegina sulla torta di anni e anni di governo in un mostro mangia soldi che rischia di far colare a picco l’intera economia valenciana.
Nel 2008, anno del primo Gp targato Valencia, per gestire la competizione venne costituita la Valmor Sports, una società a capitale misto pubblico privato. La società già nel 2009 aveva contratto un debito di 16 milioni di euro, salito a 26 l’anno successivo. E la situazione non ha fatto altro che peggiorare negli anni successivi, tanto che a dicembre del 2011 la Generalitat è stata costretta a comprare la parte privata di Valmor Sports per salvarla da un fallimento sicuro. E così, al prezzo simbolico di un euro, il governo locale ha fatto sua non solo la società, ma anche tutti i suoi debiti, che ormai viaggiano oltre i 30 milioni.
Ai quali si devono aggiungere i costi sostenuti nel 2008 per costruire il circuito automobilistico, le spese che si devono affrontare ogni volta per organizzare un evento di simile portata, e i 18 milioni di canone annuo che bisogna versare a Bernie Ecclestone, proprietario della Formula Uno Administracion Limited, la società che detiene i diritti su tutti le competizioni di F-1.
«Solo quest’anno sono 38 milioni, pagati interamente dai cittadini», afferma Amadeu Sanchis Labios, coordinatore generale di Esquerra unida del país valencià (Eupv) e responsabile dell’area economica del partito, che continua: «Finora in totale siamo vicini a una spesa di 200 milioni».
Dal 2008 ad oggi, secondo Sanchis Labios, c’è stata una sola vera costante: spese che aumentano, ricavi che diminuiscono.
«La F-1 si è rivelata un fallimento fin dal secondo anno», dice infatti Sanchis Labios, «le entrate sono diminuite costantemente. Non è un evento che mobilita le masse, come potrebbe essere un mondiale di calcio».
Non a caso quest’anno i posti previsti erano 20mila in meno rispetto a quelli del 2011, e le persone effettivamente presenti sono state addirittura 33.581 in meno. I commenti trionfalistici dell’amministrazione non sono valsi a nascondere le crude cifre. Per di più, nei 51.546 presenti al Gp sono stati calcolate tutte le persone che sono entrate nel circuito, quindi anche giornalisti, invitati speciali, addirittura i meccanici e il personale delle squadre che correvano. Facendo i dovuti calcoli, le persone effettivamente paganti non sono state più di 45.000. Secondo molti, nemmeno questa cifra corrisponde al vero, perché “gonfiata” da Valmor Sports, che per altro non sarebbe nuova a simili calcoli ballerini: l’anno scorso dichiarò la presenza di 85mila persone mentre il circuito ne poteva contenere al massimo 65mila. Miracoli della matematica unita alla propaganda.
«Hanno mentito sul numero di entrate», tuona Eva Martinez, deputata del Partido socialista del país valencià (Pspv-Psoe) e membro della Commissione Opere pubbliche e Trasporti, riferendosi proprio alle cifre dichiarate per il Gp del 2011. «E infatti», continua, «quest’anno regalano le entrate per strada o nelle banche, anche se vai a a fare un semplice trasferimento».  Altro che affare.
Questo non basta, però, a spiegare la montagna di debiti che pesa su Valmor Sports (e ora sull’intera Comunità). C’è l’altro lato della medaglia: fiumi di denaro finiti nelle mani di privati definiti da Sanchis Labios, con un’espressione tristemente nostrana, «amici degli amici».
Chi sono i fortunati ex proprietari di Valmor, che sono riusciti a far sì che la Generalitat, in un impeto di generosità suicida, la comprasse per intero?
Al primo posto c’è Bankia, l’istituto di credito che pochi giorni fa è stato salvato dal governo di Madrid per evitare il collasso dell’intero sistema finanziario iberico.
Poi ci sono i fratelli Roig. Chiamati i “Ford di Spagna”, proprietari, tra le altre cose, della squadra di basket di Valencia e di una importante quota azionaria di quella di calcio, del Villareal CF, e di Mercadona, la catena di supermercati più grande di tutta la penisola iberica. Secondo Sanchis Labios, i fratelli Roig «da anni  ricevono l’appoggio del Pp, che gli ha offerto di tutto».
Il terzo investitore graziato dall’ esecutivo valenciano è Jorge Martin Aspar, pilota motociclista famosissimo in Spagna e fedele militante del Pp. La sua partecipazione in Valmor Sports avveniva attraverso la società Worlwide Circuit Management. Suo socio principale è Vicente Cotino, nipote di Juan Cotino, attuale presidente de Les Corts (il parlamento della Comunità). Non a caso alcuni investimenti effettuati dalla Generalitat in questi anni destano più di qualche dubbio. Nel 2008, ad esempio, un milione di euro è finito nelle casse di Valmor Sports grazie a un appalto, effettuato con procedura negoziata e privata, per la “diffusione e promozione dell’ immagine della Comunità Valenciana grazie al Gran Premio di F-1”. Stessa storia nel 2010, stavolta però si trattava di fornire materiale come microfoni, segnaletica permanente e schermi giganti. Spese per molti eccessive e ingiustificate. «Quello che più caratterizza la Formula 1 qui a Valencia è la opacità della gestione», dice Eva Martinez, «noi non abbiamo accesso ai documenti, alle fatture, non sappiamo come vengono spesi questi soldi».
«Il governo della Comunità», afferma ancora la deputata, «utilizza il denaro della gente senza pudore, senza rigore, solo per il suo interesse. Se tutto quello che si è speso per la F-1 si fosse investito nel turismo avremmo guadagnato di più e forse saremmo in attivo. Ora invece questa situazione non è sostenibile per le casse della Comunità».
E questo è il punto cruciale della questione: che si farà per i due anni che mancano alla scadenza del contratto con Ecclestone? L’idea che era balenata a dicembre al nuovo presidente della Generalitat Alberto Fabra era rescindere il contratto con il magnate inglese. A marzo Fabra è volato fino in Inghilterra per trattare con il patron della F-1, e lì le sue speranze si sono sciolte come neve al sole. Ecclestone è stato infatti chiarissimo: certo che si può rescindere il contratto, solo che c’è una penale mostruosa da pagare. «Se si risolvesse il contratto si dovrebbero pagare più di 100 milioni di euro», afferma Eva Martinez. Anche in questo caso, però, tutto sembra avvolto in un alone di mistero. «Non abbiamo documenti ufficiali, non abbiamo il contratto con Ecclestone», si lamenta infatti la deputata, «perché si appellano alla clausola di confidenzialità, voluta da Ecclestone, e perciò in realtà non sappiamo nemmeno con certezza quanto pagheremmo se si risolvesse il contratto».
Un’altra possibilità di cui si è molto parlato in questi giorni è alternare il Gran premio tra Valencia e la Catalogna. In questo caso, però, il contratto si prolungherebbe fino al 2019, e non è detto che i problemi finanziari della Comunità vengano risolti.
Terza e ultima possibilità: continuare a svolgere il Gp a Valencia per i due anni che restano. Soluzione che, secondo le voci più autorevoli, porterebbe la Comunità, già tra le più indebitate della Spagna, direttamente ad un passo dal fallimento.
Pare proprio che si dovrebbe parlare, più che di bandiera a scacchi, di scacco matto.