La quinta sezione penale della Cassazione, a undici anni dal G8 di Genova, ha confermato oggi in via definitiva le condanne della sentenza d’appello. La vicenda giudiziaria della “più grave sospensione dei diritti umani dal dopoguerra ad oggi”, come l’ha definita Amnesty international, sembra essersi conclusa, dopo nove ore di camera di consiglio, con la conferma della condanna per falso aggravato ai vertici della  polizia coinvolti nel pestaggio alla scuola Diaz. Ma gli agenti presenti all’interno della Diaz quella notte restano impuniti: il reato di lesioni gravi, infatti, è stato prescritto.

Nessuno ha mai chiesto scusa ai ragazzi e alle ragazze massacrati la notte fra il 21 e il 22 luglio, ai giornalisti, alla gente che, dopo le tragiche vicende dei giorni precedenti, stava riprendendo fiato. Dopo una vicenda giudiziaria tortuosa e ricca di depistaggi e prove false, tesa a nascondere le responsabilità della catena di comando che ordinò il massacro, arriva dalla Cassazione la conferma delle condanne per i vertici. Ma il reato è quello di falso aggravato, le condanne sono lievi. Inoltre, il reato di lesioni gravi contestato a nove agenti appartenenti al Settimo nucleo speciale della mobile è stato prescritto. Probabilmente, se nel nostro ordinamento ci fosse stato il reato di tortura, presente nei codici di molti Paesi, questa vicenda sarebbe andata diversamente.

La sentenza. La Cassazione ha confermato quindi l’impianto accusatorio della Corte d’appello di Genova del maggio 2010. Viene così convalidata la condanna a quattro anni per Francesco Gratteri, attuale capo del Dipartimento centrale anticrimine della polizia; confermati anche i quattro anni per Giovanni Luperi, vicedirettore Ucigos ai tempi del G8, oggi capo del reparto analisi dell’Aisi. Tre anni e 8 mesi all’attuale capo Servizio centrale operativo, Gilberto Caldarozzi. Convalidata anche la condanna a cinque anni per Vincenzo Canterini, ex dirigente del reparto mobile di Roma. La conferma delle condanne comporterà la sospensione dal servizio per i funzionari per l’applicazione della pena accessoria all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni.

I fatti. Nella scuola Diaz, che in realtà si chiama Istituto Sandro Pertini, per i giorni del G8 del luglio 2001 è stato allestito un dormitorio per i manifestanti. La sera del 21 luglio tutto sembra passato, le violenze e i tragici fatti che hanno insanguinato la città nei giorni scorsi sembrano conclusi e tra i manifestanti c’è un clima di leggerezza mista a sollievo. Davanti alla Diaz, in un’altre due scuole, ci sono gli uffici del Social Forum, il Legal Team, Radio Gap e il Media center: i manifestanti si sentono al sicuro. Intorno alla mezzanotte, 150 uomini, agenti del VI Reparto mobile, della Squadra mobile della Digos, del servizio centrale della polizia e varie squadre di carabinieri, fanno irruzione nella scuola. Più tardi si verrà a sapere che il numero degli agenti era di quasi 500 unità, numero che tuttora resta imprecisato.

Gli agenti entrano nella palestra, sfondando il lucchetto del portone e cominciano a picchiare i manifestanti. Dalle cronache delle radio all’interno del Media center, vengono le voci concitate degli speaker che descrivono l’ingresso a ondate degli agenti e le urla di sottofondo. Poco dopo, gli agenti entreranno anche nelle altre due scuole, l’istituto Pertini e Pascoli, fino agli studi di Radio Gap, che trasmette lo sgombero in diretta. Sfondano gli uffici del Legal team, distruggendo rullini e qualsiasi documento trovino. Quando arrivano le 38 ambulanze in via Battisti , dalla Diaz iniziano a uscire un numero imprecisato di manifestanti coperti di sangue, in barella e a piedi. Altri manifestanti si radunano all’esterno. Due sono gli appellativi con cui hanno designato quell’episodio. Uno l’ha coniato il vicequestore Michelangelo Fournier, la “macelleria messicana”; l’altro i giornalisti entrati nella scuola, subito dopo la ritirata degli agenti: “la notte cilena”. Il bilancio è di 93 attivisti fermati e 61 feriti, dei quali 3 in prognosi riservata e uno in coma. Tutti gli arresti sono illegali e i ragazzi verranno rilasciati perché contro di loro non ci sono accuse.

La versione della polizia e le incongruenze. Nel frattempo, Roberto Sgalla, capo ufficio stampa della polizia, minimizza l’accaduto e parla di “lesioni pregresse” riscontrate sui manifestanti. Questo è il primo nodo cruciale della vicenda: la presenza del capo ufficio stampa sul luogo, nel cortile davanti la Diaz, è un’implicita ammissione della consapevolezza dei  vertici sull’operazione. La polizia sostiene che quello sia un covo di violenti e dichiara di aver trovato “tute nere” e “strumenti di offesa di ogni tipo”: armi, coltelli, molotov. Il secondo punto chiave della vicenda, sono proprio le molotov. Il giorno dopo, in una conferenza stampa infuocata, viene mostrato il materiale in questione: picconi, caschi, coltelli, maschere, tute e soprattutto le due bottiglie molotov, trovate, secondo gli agenti, all’ingresso della scuola. Fra questo materiale c’è anche un giubbotto di un agente del VII nucleo, che ha un buco in prossimità del cuore: la polizia sostiene che l’agente sarebbe stato accoltellato e che si sarebbe salvato proprio grazie alla protezione del giubbotto.

Da subito la ricostruzione dei fatti sembra non tornare. Un’agente riconosce le due bottiglie, una delle quali ha un’etichetta della 61esima adunata degli Alpini. Il 10 giugno 2002, il vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione ammette di aver riconosciuto le due molotov sequestrate ufficialmente nella scuola Diaz come quelle da lui stesso ritrovate in alcuni cespugli di una traversa di corso Italia, al termine di una carica durante gli scontri del sabato pomeriggio. Le bottiglie sono rimaste in un mezzo del Reparto mobile che ha partecipato all’irruzione della scuola, come testimoniato anche da Michele Burgio, l’agente che guidava il mezzo, il 4 luglio 2002. Burgio dice di aver avvisato della presenza delle bottiglie il generale Valerio Donnini e di essere stato da questo zittito. Successivamente il vicequestore Pasquale Troiani gli ordina di portare le molotov davanti alla Diaz. C’è anche un video della tv locale Primocanale, girato nel cortile della scuola durante l’irruzione, in cui si vedono i responsabili delle forze dell’ordine che stanno guidando la perquisizione, intenti a parlare tra loro al telefono tenendo in mano il sacchetto azzurro nel quale erano contenute le molotov. Gli agenti responsabili si contraddicono più volte, tentando di scaricare le responsabilità gli uni sugli altri. La stessa tesi degli agenti, che hanno parlato di violenza contenuta in risposta alle aggressioni dei manifestanti crolla poco dopo, per le confessioni di alcuni fra loro, oltre che per le testimonianze degli stessi manifestanti e le riprese video all’uscita della Diaz. Uno degli agenti che cambia versione è, appunto, il vicequestore aggiunto Michelangelo Fourinier. Parla di “colluttazioni unilaterali”, di accanimento sui feriti, della ormai celebre macelleria messicana. Anche l’episodio della presunta coltellata si rivelerà un falso montato ad hoc, come ammette lo stesso capo dell’anticrimine Francesco Gratteri, imputato al processo.

Il processo di primo grado. Il vero problema di tutta la vicenda, lo spartiacque su cui si snoda l’esito del processi, non solo a livello giudiziario, ma anche a livello morale, è il grado di coinvolgimento dei superiori. Sui fatti della notte fra il 21 e 22 luglio 2001 è calato un muro di omertà e falsi, volti a proteggere la catena di comando che avrebbe autorizzato coscientemente quelle operazioni, spingendo la tesi della violenza esplosa in agenti non coordinati, sopraffatti dalla rabbia per gli scontri dei giorni precedenti. Il primo grado dice proprio questo: il 13 novembre 2008 il tribunale di Genova condanna tredici agenti, per un totale di 35 anni e sette mesi –a fronte di oltre 108 anni chiesti dall’accusa- e ne assolve altri 16: i condannati sono funzionari che ricoprivano, all’epoca dei fatti, cariche di minore rilievo all’interno della polizia. Gli agenti sono: Vincenzo Canterini (4 anni), capo del Reparto mobile di Roma, il primo gruppo a fare irruzione nell’istituto e diversi suoi sottoposti, tra cui Michelangelo Fournier; Michele Burgio (2 anni e 6 mesi), Pietro Troiani (3 anni) per aver rispettivamente trasportato ed introdotto all’interno dell’edificio le due molotov. Per i fatti della scuola Pascoli, su due richieste un solo imputato è stato condannato alla pena di un mese di detenzione. Nessuno è condannato per le violenze e numerosi sono assolti: né i vertici delle forze dell’ordine, a partire dal capo della polizia Giovanni De Gennaro, né i responsabili che firmarono i falsi verbali dell’operazione, in cui si parlava del materiale ritrovato nella Diaz come le molotov, né gli agenti che avevano testimoniato sul finto accoltellamento. La prima persona ad aver subito violenze, il giornalista inglese Mark Covell, ridotto in coma dagli agenti, viene risarcito di soli 4 mila euro per “calunnie”, non essendo possibile l’identificazione degli autori del pestaggio.

Il processo di appello. Il 18 maggio 2010, si ribalta in appello la sentenza, per lo meno in parte, condannando 25 imputati su 27, compresi i vertici della catena di comando delle forze dell’ordine a Genova. Per i 13 condannai in primo grado le pene sono state inasprite, mentre vengono condannati l’ex comandante del I Reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini, a 5 anni di reclusione, il capo dell’anticrimine Francesco Gratteri e l’ex vicedirettore dell’Ucigos Giovanni Luperi a 4 anni ciascuno, l’ex capo della Digos di Genova Spartaco Mortola e l’ex vicecapo dello Sco Gilberto Caldarozzi a 3 anni e 8 mesi. Pietro Troiani, accusato insieme a Michele Burgio di aver introdotto le molotov nella scuola, viene condannato 3 anni e 9 mesi, mentre Burgio è viene assolto con formula piena dall’accusa di calunnia. Tra i condannati in primo grado, sono stati assolti per intervenuta prescrizione l’ex vice dirigente del reparto mobile di Roma Michelangelo Fournier e l’ex sovrintendente capo di Catanzaro Luigi Fazio. “La tesi dell’insorgenza spontanea- dice la sentenza- contrasta con le immediate violenze perpetrate all’esterno della scuola ai danni di Covell e di Frieri ancora prima di entrare nell’edificio; contrasta con l’assunto di un preventivo accordo di impunità”.

La sentenza di oggi è sicuramente un passo avanti sulla strada della verità per quei tragici giorni, in cui la violenza di Stato, com’è stata più volte chiamata, ha mostrato tutta la sua forza. Ma le persone massacrate quella notte e nei giorni precedenti non avranno molto da festeggiare, perché il capo della polizia di allora è stato assolto con quello che Enrico Zucca, oggi procuratore generale in Corte d’Appello e pm d’accusa dell’inchiesta sulla Diaz, ha definito “un atto di forza”. Non solo, per la mancanza del reato di tortura nel nostro Codice penale che non a caso risale al periodo fascista, gli agenti che picchiarono, insultarono, umiliarono ragazzi e ragazze la notte del 21 luglio, restano impuniti, grazie alla prescrizione del reato di lesioni gravi. Nel frattempo, i manifestanti invece rischiano 100 anni di carcere. Il prossimo 13 luglio, infatti, dieci persone rischiano di vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome dei reati di “devastazione e saccheggio”, anche loro figli del Codice Rocco.