L’importante è partecipare”. Prepariamoci: con l’avvicinarsi delle Olimpiadi di Londra, sentiremo spesso discorsi intrisi di retorica decoubertiana. E non importa se le Olimpiadi moderne siano nate, e siano per molti anni vissute, sotto il segno di una esclusività che ha limitato proprio la tanto decantata partecipazione, in barba al principio sancito nella Carta Olimpica: “la pratica dello sport è un diritto dell’uomo”. E non importa se lo stesso De Coubertin fu uno strenuo oppositore della partecipazione delle donne…

Ben vengano, allora, libri come l’ultimo del sociologo Mauro Valeri, Stare ai giochi. Olimpiadi tra discriminazioni e inclusioni (Odradek Edizioni, pp. 240, € 18,00). Da sempre impegnato nello studio e nel racconto dei fenomeni di intolleranza nello sport, legati soprattutto al colore della pelle – è direttore dell’Osservatorio sul razzismo e l’antirazzismo nel calcio – in questo testo allarga il suo campo di indagine a tutte le forme di discriminazione che hanno caratterizzato la storia delle Olimpiadi moderne. “Prendendo lo spunto dai cinque cerchi olimpici, divenuto simbolo dei giochi, in questo libro vengono esaminati cinque tipi di discriminazioni presenti nella storia olimpica: la discriminazione di genere, quella razziale, quella verso le persone con disabilità, quella nei confronti delle persone transessuali e intersessuali e quella religiosa. Fatta eccezione per quest’ultima, che presenta alcune specificità, negli altri casi la discriminazione è stata (significativamente ma solo parzialmente) superata grazie anche alla pressione esercitata dai movimenti di rivendicazione dei diritti civili e per le pari opportunità”.

Il libro ricostruisce, dunque, il percorso, ancora non del tutto compiuto, del superamento di queste forme di discriminazione, ricordando il riferimento originario del movimento olimpico, quel “maschio, bianco, normodotato, eterosessuale, assai caro all’élite occidentale e al mondo militare, veri padrini dell’Olimpismo originale”. Tra i temi affrontati anche il ruolo discutibile del Comitato olimpico internazionale, l’importanza dei movimenti per i diritti, la spinta propulsiva di alcune figure ai più forse misconosciute, che con la loro azioni e scelte hanno contribuito all’apertura dei Giochi. Come Alice Milliat, plurisportiva francese, pioniera dello sport al femminile e organizzatrice nel 1921 delle prime Olimpiadi femminili, in contrasto proprio con De Coubertin; o come George Poage, ad oggi ricordato come il primo statunitense afroamericano a vincere un titolo olimpico a Saint Louis nel 1904.
Oggi non sarebbe così se avesse aderito al boicottaggio promosso da alcuni leader della comunità afroamericana, e se non avesse scelto di gareggiare, evidenziando con la sua stessa presenza le ingiustizie e le contraddizioni di una società ancora basata sulla segregazione razziale. E poi l’atleta boema Zdenka Koubkova, “prima vittima della discriminazione verso un’atleta intersessuale” che non poté gareggiare e probabilmente vincere a Berlino 1936.

Di strada da fare ancora ce n’è, perché lo sport non è una sfera a sé, isolata, ma risente dei condizionamenti sociali, economici, politici. “Il caso italiano dei figli dei migranti nati e/o cresciuti in Italia che, pur avendo i requisiti sportivi per andare a Londra, debbono rinunciarvi per via di una legge astorica sulla cittadinanza, è solo una delle tante sconfitte di un Paese che non sembra saper più fare dello sport un diritto capace anche di modificare la società, ma di ridurlo ad una pratica lasciata alla buona volontà del singolo e delle istituzioni”.