Shinzō Abe torna alla carica. Dopo l’esperienza fallimentare del biennio 2006-07, concluso con un esaurimento nervoso e una sonora sconfitta del suo partito, il falco 58enne è stato eletto premier, con il sostegno della maggioranza dei deputati delle due camere giapponesi. Dieci giorni fa, la schiacciante vittoria del suo partito, il PLD (Partito liberal-democratico), aveva già sancito il cambio di rotta dello Stato del Sol Levante, risvegliando preoccupazioni interne ed estere, in particolare per la contesa con la Cina sui territori delle isole Senkaku/Diaoyu.

Le isole contese. Con una superficie di sette chilometri quadrati, l’arcipelago delle Senkaku, è composto da cinque isole disabitate e tre scogli. Chiamate dai cinesi con l’antico nome di Isole Diaoyu, sono contese fra tre nazioni: Cina, Giappone e la piccola Taiwan. Diventate giapponesi dal 1895, alla fine della prima guerra sino-giapponese, erano il simbolo dell’inizio dell’imperialismo nipponico. La Cina non ha rivendicato i territori fino alla seconda metà del ’900, quando la grande ricchezza ittica dei suoi mari, ma soprattutto la scoperta del giacimento di gas naturale di Chunxiao, ne ha fatto un punto di scontro fra le due potenze asiatiche.

Il risveglio delle tensioni. Nella mattinata del 13 dicembre scorso, un aereo da ricognizione cinese ha sorvolato le isole contese; a questa azione il governo giapponese ha risposto immediatamente inviando due caccia F-16 in ricognizione. Il veivolo cinese ha penetrato lo spazio aereo giapponese volando a bassissime quote, in modo da non essere segnalato dai radar ed essere scoperto solo a missione compiuta: subito dopo l’aereo ha fatto dietro front, senza nemmeno essere raggiunto dagli F-16. Questo ha provocato una seria polemica in Giappone, che ha visto violare il suo spazio aereo per la prima volta da oltre cinquanta anni, mostrando una certa debolezza dei suoi apparati di difesa. L’episodio non è l’unico, ma solo il più eclatante: sono mesi, infatti, che i pescherecci cinesi e giapponesi si provocano a vicenda, contendendosi le acque metro per metro. Il momento scelto per l’azione è un altro elemento importante: coincide con l’anniversario del massacro di Nanchino, compiuto dai giapponesi a danno della popolazione cinese 75 anni fa.

Il futuro della politica nipponica. Dopo le proteste, la risposta della Cina non si è fatta attendere: «Le isole Diaoyu sono parte del territorio cinese – ha risposto il ministero degli Affari esteri della Repubblica Popolare – Il volo cinese sopra le isole è completamente normale». Shinzo Abe, riferimento dei nazionalisti giapponesi e sostenuto dall’associazione Ganbare Nippon (Forza Giappone), in risposta allo scontro sulla sovranità delle isole, ha promosso la più grande protesta anti-cinese.
Il Giappone sta vivendo una situazione critica, con il debito pubblico arrivato al picco del 230%. In questa situazione, dirigere la rabbia della popolazione verso un nemico esterno è una possibilità più volte verificatasi nel corso della storia. La Cina dal canto suo, sta facendo di tutto per mostrare la sua forza in campo internazionale: non solo con il Giappone, ma anche con gli sconfinamenti nei mari delle Filippine e nei territori indiani sull’Himalaya.
Shinzo Abe, dopo aver annunciato una radicale politica monetaria anti-deflazione, una robusta spesa pubblica per rilanciare l’economia e una sostanziale propensione al mantenimento delle centrali nucleari, si è espresso anche sul problema delle isole Senkaku/Diaoyu. «La Cina nega che siano parte integrante del territorio giapponese – ha spiegato – Il nostro obiettivo è porre fine a questa affermazione, evitando di danneggiare il rapporto bilaterale e di inasprire le tensioni».
Nonostante le rassicurazioni, la preoccupazione maggiore riguardo alla sua futura politica estera sta nella pretesa di modifica di alcuni articoli della Costituzione, come avevano provato a fare il padre Shintaro, già ministro degli Esteri, e il nonno Nobusuke Kishi, premier dal 1957 al 1960 malgrado l’accusa internazionale per crimini di guerra perpetrati durante il secondo conflitto. La modifica in questione, più volte riportata all’attenzione delle Camere riguarderebbe l’articolo 9 della Costituzione, che consente, tra l’altro, l’uso delle forze armate solo in funzione di auto-difesa. Un monito chiaro alla politica cinese, che contraddice in modo evidente le parole del neopremier.