«Mister Obama potrebbe essere il primo presidente Usa in carica a visitare Israele come turista», riassume così un ironico Thomas Friedman sul New York Times, il senso del viaggio intrapreso dal presidente degli Stati Uniti in Israele in questi giorni. Il suo incipit ha ragion d’essere: la visita cade in un momento di vuoto di strategie e iniziative, di confusione sulle prossime mosse di tutti e tre gli attori. Una visita fatta più per rinsaldare i rapporti con il nuovo governo Netanyahu, costituitosi da pochissimo ma che contiene al suo interno alcuni fra i più strenui difensori dei coloni.

Mentre la Casa Bianca riduce le sue aspettative, a Hebron e Yatta, le zone incluse nel progetto di ampliamento degli insediamenti dei coloni ebrei, la tensione si inasprisce, così come nel resto dei Territori Palestinesi Occupati. Da quasi un mese le manifestazioni e le proteste si susseguono senza sosta, alimentate da alcuni episodi particolarmente gravi, tanto da far parlare dello scoppio di una possibile Terza Intifada.

Lo sciopero della fame dei detenuti Samer Issawi, Ayman Sharawneh, Jafar Ezzedine e Tareq Qadan ha spinto la popolazione nelle piazze di Ramallah, Gerusalemme, Hebron e altre città, insieme agli scontri nel campi profughi di Aida e Betlemme. Le iniziative dei comitati popolari palestinesi hanno spostato la protesta dalle zone agricole alle città e nelle zone a ridosso dei campi profughi, per presidiare le zone su cui Isreaele punta per la costruzione di nuove colonie

Al sostegno della protesta dei detenuti, si è aggiunta poi la rabbia per la morte di Arafat Jaradat, giovane padre trentenne detenuto da una settimana nel carcere israeliano di Megiddo con l’accusa di aver lanciato delle pietre ad una manifestazione nel villaggio di Sair, nel novembre scorso. Le giustificazioni israeliane sul suo presunto arresto cardiaco non hanno convinto nessuno: i segni trovati sul corpo del giovane palestinese parlano chiaramente di ripetute torture. L’Autorità Palestinese ha cavalcato la tesi dell’omicidio, mentre l’Onu ha chiesto l’apertura di un’inchiesta indipendente e internazionale.

La drammatica morte di Jaradat ha fatto esplodere la rivolta in molte città della Cisgiordania, in cui le manifestazioni pacifiche si sono trasformate in rabbiose richieste di giustizia. Immediatamente, nelle carceri israeliane, oltre 4mila prigionieri palestinesi si sono uniti all’iniziativa già intrapresa da Issawi, Qadan, Ezzedine  e Sharawneh, rifiutando il cibo. Oltre diecimila persone hanno partecipato ai funerali di Jaradat, l’undici marzo. Di fronte alle carceri, nei campi profughi e nelle città, gli scontri fra palestinesi ed esercito israeliano vanno avanti da quasi un mese, con la sassaiola da un lato e lacrimogeni e bombe dall’altro: il parziale bilancio è di un morto, un ragazzo di tredici anni su cui i militari hanno aperto il fuoco e decine di feriti, fra cui un bambino di dieci anni.

Il rafforzato legame fra fronte delle carceri e proteste della popolazione nei Territori e nelle città ha richiamato l’attenzione di molti osservatori, per la sua somiglianza con le due Intifada, quella del 1987 e quella del 2000, se pur con alcune differenze inevitabili. Molti hanno parlato della possibilità che scoppi Terza Intifada, addirittura annunciata dal leader del movimento di Hamas, Mahmoud Zahhar.  Ma non tutti sono d’accordo: l’isolamento della protesta della popolazione sta diventando evidente agli occhi di molti. L’ANP e Hamas, infatti, hanno quasi del tutto perso la propria autorità, insieme alla capacità di espandere la protesta mettendo insieme diverse fazioni.

In particolare, da molti è stata contestato il nuovo ruolo dell’ANP come “custode”, pressoché inefficace, della pace delle zone più calde. «Negli ultimi tempi, sono i militari palestinesi a fermare le manifestazioni per evitare che ci siano scontri con l’esercito israeliano- ha spiegato all’agenzia Nena Murad Jadallah, ex detenuto e ricercatore dell’associazione palestinese Addameer, che da vent’anni si occupa di tutela dei diritti dei detenuti politici palestinesi-  L’ANP ha bisogno di stabilità per evitare di collassare. E questa mancanza di leadership a favore del proprio popolo sta indebolendo la lotta interna, sta dividendo la popolazione.

Lo scollamento fra popolazione e autorità non è mai stato così grande mentre la politica della detenzione dura attuata da Israele ha di fatto rafforzato il fronte delle carceri, anziché minarlo , e il suo legame con le proteste esterne. Ma non si tratta solo dell’ANP: anche Hamas, a Gaza, e Fatah, in Cisgiorndania, sembrano voler semplicemente difendere i propri interessi nelle zone di riferimento.

«La terza Intifada non scoppierà- ha concluso Jadallah- Il popolo palestinese è stanco, è in rivolta da 65 anni. Nuova forza la dovrebbe trovare nella leadership palestinese, che però è assente. E oggi la situazione è resa ancora più difficile dalla crisi economica: i dipendenti pubblici non prendono lo stipendio da novembre, l’inflazione sta mangiano i risparmi della popolazione». Questo contesto, con Fatah e Hamas impegnate a difendere le proprie posizioni locali e l’ANP continuamente screditata, non fa altro che favorire l’obiettivo israeliano di annettere altre zone della Palestina. Adesso non resta che attendere la reazione della popolazione e del fronte delle carceri alla visita di Obama in Israele che, non solo non vedrà nessun annuncio né iniziativa nuova in campo, ma sicuramente punterà a rafforzare un legame ormai affievolito, a scapito del processo di pace.