Quasi 15 punti percentuali. A tanto ammonterebbe il vantaggio elettorale di Nicolás Maduro, successore designato da Chavez in persona, su Henrique Capriles Radonski, il governatore dello stato di Miranda che il prossimo 14 aprile tenterà di guadagnare la presidenza del Venezuela. A diffondere questi primi dati alcune società di sondaggi (tra tutte http://www.datanalisis.com) che, nel mettere in rilievo queste cifre, lasciano anche trapelare come in realtà la popolarità di Maduro non sia cresciuta poi così tanto o, almeno, non abbastanza quanto l’interim alla presidenza e l’eredità politica di Chavez avrebbero lasciato supporre. Il leader bolivariano, anche da defunto, sembra condizionare la vita politica del paese, alimentando i paragoni e costringendo il suo delfino a vestirsi di un carisma che rischia di essere una pallida imitazione del suo scomodo predecessore.

Il controllo dei mezzi di informazione, l’ampia libertà di manovra economica e la collocazione sulla scia degli ideali chavisti, infatti, potrebbero non bastare: Maduro non è Chavez, come ripete da più giorni lo sfidante Capriles e quest’affermazione è sempre meno uno slogan e sempre di più un dato di fatto.

Lo stesso candidato dell’opposizione, infatti, sembra averlo capito talmente bene da aver cambiato profondamente la sua strategia politica. Se in passato Chavez lo aveva costretto a un atteggiamento di basso profilo e a un forzato silenzio, adesso le carte in tavola sono cambiate tanto da fargli ideare un nuovo impianto comunicativo. Dal basso profilo alle accuse esplicite: nello slogan “Maduro no es Chavez”, infatti, risiede in modo evidente il suo cambio di rotta. Il caudillo Chavez, inutile negarlo, aveva dalla sua parte carisma, capacità di presa emozionale e populismo paternalistico, caratteristiche difficilmente eguagliabili dal giovane avvocato Capriles, che però adesso punta a distinguere il mito Chavez dal suo apparato di governo. Far ricadere la colpa della mala gestione della res publica non su un personaggio in via di trasfigurazione mitica e mistica, ma sui suoi indegni successori potrebbe rivelarsi l’asso nella manica di Capriles, che eviterebbe così il confronto, impari, con Chavez e sposterebbe l’asse politico su una battaglia, molto più terrena e ad armi pari, con la classe dirigente chavista.

Il 17 marzo scorso Capriles lo aveva scritto in un suo editoriale apparso sul quotidiano Globovisión: «Alcuni politici, come Maduro, troppo lontani dal voto popolare e troppo vicini alle nomine dirette, non sono nient’altro che il potere che incarnano. Sono lontani dalla volontà, dalle proposte e dalla vocazione e questo perché si sono allontanati troppo da coloro che in realtà dovrebbero essere gli unici autorizzati a prendere decisioni: i venezuelani».

Maduro dal canto suo non resta a guardare e se è vero che imitare Chavez è un’impresa impossibile, a poco meno di un mese dalle prossime elezioni il delfino designato cerca di mantenere il più possibile aperto quel solco di riforme e di iniziative già intraprese da Chavez. Il fine ultimo potrebbe essere quello di convincere il popolo che votare per lui significherebbe permettere al chavismo di sopravvivere, nonostante la scomparsa del suo rappresentante. E dopo aver accusato gli Stati Uniti di aver inoculato nel caudillo il virus del cancro, il presidente ad interim ha rincarato la dose, accusando il governo americano di avere un piano per avvelenare Capriles, destabilizzando così il paese. Accuse subito smentite dalla Casa Bianca, ma che ben rendono il clima infuocato che fa da contorno al voto.

In gioco, infatti, non c’è solo il futuro del Venezuela, cui Stati Uniti, Cuba e resto del mondo guardano con attenzione, ma anche la complessa trama di rapporti che soggiace al delicato equilibrio del continente sudamericano. Il nuovo leader che si appresta a traghettare la patria di Bolivar in questa seconda decade del Terzo millennio, chavista o antichavista che sia, dovrà fare i conti con l’inefficienza della politica redistributiva, l’aumento della corruzione e una povertà diffusa che, nonostante le missioni bolivariane, sembra attestarsi sulla media continentale.