Dallo scorso 9 marzo il Kenya ha un nuovo presidente: Uhuru Kenyatta è uscito vincitore al primo turno con il 50,03% dei consensi, evitando così il ballottaggio contro il premier uscente Raila Odinga. Il candidato sconfitto (alla sua terza candidatura per la carica di presidente) ha denunciato irregolarità nella consultazione elettorale e ha presentato ricorso alla Corte Suprema. Le elezioni si sono svolte in un clima di tensione, ma gli scontri – molto temuti alla vigilia – sono stati scongiurati. Gli osservatori internazionali si sono dichiarati soddisfatti dello svolgimento della consultazione, anche se hanno espresso riserve sulla personalità del vincitore.

Figlio del “padre della patria” Jomo Kenyatta (leader della lotta per l’indipendenza e primo capo dello Stato dal 1964 al 1978), il neo-presidente Uhuru è uno degli uomini più ricchi del paese. Detentore di capitali investiti in numerosi settori, il presidente controlla diversi mezzi di comunicazione e possiede un patrimonio personale difficilmente stimabile.
Uhuru Kenyatta è attualmente sotto processo al Tribunale penale internazionale con l’accusa di crimini contro l’umanità: i fatti risalgono ai durissimi scontri verificatisi in seguito alle contestate elezioni del 2007, che avevano portato alla vittoria di Mwai Kibaki e alla dura contestazione dell’opposizione guidata da Raila Odinga.
Le violenze, scatenatesi soprattutto tra i gruppi etnici Kikuyu e Kalenjin, avevano provocato 1.300 morti e 600mila sfollati. Uhuru Kenyatta è accusato di aver fomentato le violenze del 2007-2008 organizzando squadroni della morte tra i Kikuyu per operazioni di pulizia etnica nei confronti dei kalenjin nella Rift Valley.

Con una mossa a sorpresa, nel 2012 Kenyatta ha scelto come suo braccio destro l’ex-nemico di etnia kalenjin William Ruto, che adesso è asceso alla carica di vice-presidente della Repubblica. Ma l’accusa di crimini pende anche su Ruto, nei confronti del quale la corte dell’Aja ha aperto un procedimento analogo a quello di Kenyatta. L’accordo tra i due ex-rivali si è concretizzato con la formazione della coalizione The National Alliance (TNA), che la società civile keniota ha sarcasticamente ribattezzato “l’alleanza degli indagati”. La convergenza delle parti belligeranti ha sicuramente contribuito a creare un clima di relativa distensione, scongiurando il ripetersi delle violenze, ma non ha certamente giovato all’immagine internazionale del paese.

Il Tribunale dell’Aja ha confermato che, nonostante l’elezione, non lascerà cadere i capi d’accusa nei confronti di Kenyatta (il quale ha accettato di sottoporsi al giudizio della corte). Ma, nonostante il curriculum poco rassicurante del nuovo presidente, difficilmente assisteremo a condanne o ammonimenti da parte dei leader politici degli altri paesi. La stabilità del paese è, infatti, un fattore fondamentale per gli equilibri nella regione orientale del continente africano.

Il Kenya ha un ruolo di primo piano nella lotta al terrorismo internazionale: gli Stati Uniti utilizzano il paese come base di decollo per i droni nella regione. Inoltre, l’invio di un contingente militare keniota in Somalia nel 2011 si è rivelato decisivo ai fini della sconfitta dei miliziani islamici di al-Shabaab e alla riconquista del porto somalo di Chisimaio.
Altra questione fondamentale è quella energetica. Il porto di Lamu, nel litorale settentrionale keniano, diventerà il punto di sbocco per l’oleodotto Lapsset, ancora in fase di costruzione, con origine nei giacimenti del Sud-Sudan. Il Kenya non dispone di idrocarburi, ma potrebbe beneficiare di petrolio gratuito in cambio della concessione dei diritti di passaggio del greggio del Sudan del Sud, che eviterebbe così di transitare per il terminale di Port Sudan, nel Sudan del Nord.
Di fronte a questo complicato rebus, qualsiasi decisione della comunità internazionale potrebbe compromettere la stabilità di un’area sempre in bilico.

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