Da oltre un mese la Bulgaria è scossa da numerose proteste. Migliaia di persone a Sofia e in altre città sono scese in piazza per manifestare contro l’elevato caro vita. L’estrema disperazione del popolo bulgaro ha già causato delle vittime: sei persone si sono date fuoco e tre di loro hanno perso la vita.

Le prime ondate di protesta si sono verificate all’inizio dell’anno, quando centinaia di persone si sono ritrovate davanti alla sede della Cez, multinazionale ceca di fornitura di energia elettrica, per manifestare contro l’eccessivo aumento della bolletta elettrica causato da enormi costi di gestione e dall’elevata tassazione dovuta all’austerità fiscale. Il popolo bulgaro chiede di ritornare alla nazionalizzazione del settore energetico.

In poco tempo il dissenso si è generalizzato estendendosi all’intera politica economica portata avanti dal premier dimissionario Boiko Borisov. Caro vita, corruzione, austerità e povertà fanno della Bulgaria l’ultimo paese dell’Unione Europea. Lo stipendio mensile medio è di circa 400 euro, il prodotto interno lordo reale pro-capite è di 3700 euro e il tasso di disoccupazione ha oltrepassato il 12% (dati Eurostat).

Le tante manifestazioni contro il governo hanno portato alle dimissioni del premier di centro-destra Borisov lo scorso 20 febbraio. E ora la situazione bulgara sembra essere molto vicina a quella italiana. Il presidente della Repubblica Rosen Plevneliev ha dato il compito all’attuale ambasciatore bulgaro a Parigi Marin Raykov di formare un governo tecnico per guidare il paese fino alle prossime elezioni, fissate per il 12 maggio.

Secondo i primi sondaggi riportati da The Economist, il partito dell’ex premier di centro-destra sembra però favorito con il 19,7% dei consensi popolari, mentre il partito socialista è al 18%. Entrambi gli schieramenti registrano un calo nei consensi rispetto al mese di febbraio e questo rende ancora aperta la partita per il nuovo premier. Invece è già preannunciato il successo del partito nazionale di estrema destra Ataka che registra un salto nei sondaggi dal’1,2% al 5% e con un programma estremamente xenofobo soprattutto contro le minoranze turche e rom presenti sul territorio.

La Bulgaria è l’esempio di come l’Unione Europea viaggi a due velocità differenti e la convergenza economica sia tutt’ora sempre più un miraggio. Non è un caso che a far scaturire la rabbia popolare sia stata proprio la politica energetica. Con l’ingresso nell’Unione Europea la Bulgaria si è dovuta adeguare alla legislazione comunitaria privatizzando l’industria elettrica e abbandonando il mercato al “gioco” della concorrenza. Il risultato però è stato il passaggio del controllo, di un settore cosi strategico per un paese, dallo Stato ad aziende straniere con un rilevante aumento dei prezzi. Infatti, il settore è sostanzialmente monopolizzato dalle due imprese ceche Cez e Energo-Pro e dall’austriaca Evn.