Fino a qualche giorno fa i rapporti fra Gerusalemme e Ankara erano interrotti dal 2010, quando Israele attaccò la nave turca Freedom Flottilla. Ma, la settimana scorsa, Obama ha spinto Benjamin Netanyahu a chiamare il premier turco, Recep Tayyip Erdogan, per riallacciare i rapporti chiedendo scusa per l’accaduto. La notizia del riavvicinamento fra Turchia e Israele, nell’ottica della creazione di un fronte comune antisiriano – almeno questo è quello che sostengono alcuni osservatori internazionali – non è l’unica che sembra testimoniare, in questi giorni, un cambiamento della democrazia in Turchia. L’episodio più importante è la dichiarazione del leader curdo Abdullah Ocalan, che ha chiesto ai guerriglieri  di deporre le armi.

Trent’anni di conflitto civile, più di quaranta mila morti: questo è il bilancio della repressione verso la popolazione curda nello stato “ponte” fra Occidente e Oriente, che si candida a diventare membro dell’Unione Europea. L’assimilazione forzata dei curdi, entro uno stato basato su una presunta omogeneità etnica, ha provocato la marginalizzazione, l’oppressione e l’estrema povertà del popolo curdo, schiacciato fra la rivendicazione attiva e il desiderio di normalizzazione, che passa per un riconoscimento dei loro diritti all’autodeterminazione.
«Siamo ora giunti al punto in cui le armi devono tacere e lasciare che parlino le idee e la politica», ha detto Abdullah Ocalan, nel messaggio letto a Diyarbakir il 21 marzo durante la celebrazione del Newroz: un messaggio importante per i curdi, abituati ormai da decenni alle politiche di assimilazione del governo centrale. «Negli ultimi duecento anni le conquiste militari, gli interventi imperialisti occidentali, così come la repressione e le politiche di rifiuto hanno provato a sottomettere le comunità arabe, turche, persiane e curde al potere degli stati nazionali, ai loro confini immaginari e ai loro problemi artificiale – ha spiegato ancora Ocalan – L’era dei regimi di sfruttamento, repressione e negazione è finita. I popoli del Medio Oriente e quelli dell’Asia centrale si stanno risvegliando».
«Questa non è la fine, ma un nuovo inizio – ha assicurato il leader curdo ai suoi – Non si tratta di abbandonare la lotta, ma di cominciarne una nuova e diversa. La creazione di aree geografiche pure basate sull’etnicità e mono-nazionali è una fabbricazione disumana della modernità che nega le nostre radici e le nostre origini». Nel suo messaggio ai militanti del Pkk, lo storico Partito dei lavoratori curdi, Ocalan ha chiesto di «abbandonare il territorio turco»e di «mettere fine alla lotta armata», per sviluppare un piano di pace con il governo di Ankara.
Centinaia di persone si sono riunite in un parco di Diyarbakir, principale città del sud-est turco costituito prevalentemente da popolazione curda, per ascoltare le parole dello “zio” – come lo chiamano gli attivisti curdi – lette da due parlamentari. I festeggiamenti sono espolsi immediatamente: le parole di pacificazione del leader erano attese da tempo dalla gran parte della popolazione.
Ma non tutti sono entusiasti della “nuova era” inaugurata da Ocalan: molti degli attivisti, infatti, spiegano che il leader, rinchiuso dal 1999 nel complesso carcerario di Imrali, in una struttura di massima sicurezza svuotata appositamente per assicurare il suo isolamento – ha perso il contatto con i movimenti. Alcuni si sono addirittura spinti a parlare di “manipolazione” delle autorità turche, per pressare il 64enne leader del popolo curdo a deporre le armi. In realtà, questo passo non fa parte di un cambiamento di strategia: da anni Ocalan promuove una “autodeterminazione democratica” del popolo curdo, insieme al Bdp, il Partito della pace e della democrazia. In questo scenario, l’autodeterminazione dei curdi fa parte di un più ampio quadro di democratizzazione completa della Turchia.
E la Turchia? Quali spinte ci sono dietro al riavvicinamento con il leader curdo? Gli interessi sono vari e ben ramificati: dalla “normalizzazione” dello Stato, che desidera entrare in Europa, a chi vuole il gesto inserito in un progetto di fronte comune “occidentale” contro Siria e Iran. Secondo il leader del Bdp Atan Tan, che ha rilasciato un’intervista a L’Unità, il governo turco non aveva molta scelta: Erdogan sarebbe con “le spalle al muro”, a causa della formazione di autonomie curde sia in Siria che in Iraq.
In questo momento pare che i ribelli curdi obbediranno: lo ha annunciato il capo militare del Pkk, Murat Karayilan, con una lettera inviata a Ocalan la scorsa settimana. Secondo la stampa turca il Pkk ha circa 3500 guerriglieri nel Kurdistan turco, che dovrebbero ora ritirarsi verso le basi arretrate dei ribelli in Nord Iraq, mentre proseguiranno le trattative di pace.
I quindici milioni di curdi che vivono in Turchia aspettano ora gli sviluppi di questa vicenda, nella speranza che deporre le armi serva ad ottenere quei diritti che da trent’anni sono negati. Ovviamente, la “concessione” dei diritti da parte dello stato turco non sarà la soluzione definitiva: lunga è ancora la strada di una piena affermazione della specificità curda, all’interno di uno stato che accolga e ascolti tutte le sue componenti.
Ma ci sono problemi molto urgenti da risolvere con chiarezza: primo fra tutti la questione dell’amnistia per i guerriglieri e per i detenuti politici, ostacolo cruciale a una reale pacificazione interna. Inoltre, la diaspora curda ha portato un milione e mezzo di persone a fuggire dalle zone fra Turchia, Siria e Iraq: anche il problema del rientro e dello “status” di queste persone non è da sottovalutare.
Il testo della nuova Costituzione dirà se le promesse diventeranno realtà, almeno su carta: il passo più importante per lo stato turco, insieme alle riforme legislative. Per ora si attende lo spostamento dei guerriglieri, già “avvisati”, questa mattina, con colpi d’artiglieria verso il nord dell’Iraq sparati dall’esercito turco, per “convincere” i ribelli a ritirarsi oltre il confine. Secondo fonti dei ribelli curdi, i colpi d’artiglieria hanno raggiunto l’area di Haftanin nella regione di Dohuk nel Nord dell’Iraq, che fa parte della regione autonoma del Kurdistan dove il Pkk ha ancora alcuni nascondigli.