Un paese perennemente instabile. Percorrendo a ritroso gli avvenimenti che hanno portato al colpo di stato nella Repubblica Centrafricana, non possiamo certo dirci sorpresi. Stiamo parlando dello stato africano che ha conosciuto una delle più sanguinose dittature del novecento, quella di Jean-Bedel Bokassa (1966-1979). Nel corso della sua storia, il paese ha goduto solo di dieci anni di regime democratico, spazzato via  nel 2002 dal golpe dell’ex capo di stato maggiore François Bozizé.

Nel 2004 una coalizione di ribelli, guidata dal diplomatico e funzionario del ministero degli Esteri Michel Djotodia, iniziò una campagna armata contro Bozizé. Istituzionalizzatosi nella Union del Forces Démocratique pour le Rassemblement (UFDR), il gruppo di ribelli accantonò la guerriglia armata nel 2007, quando si sedette al tavolo delle trattative con Bozizé: i trattati contemplavano l’inclusione di soldati ribelli nell’esercito centrafricano, la liberazione di alcuni prigionieri politici e una ricompensa per i miliziani che avrebbero abbandonato le armi.
Dopo un periodo di relativa pace, Djotodia rimette in piedi una formazione di circa 500 ribelli (Séléka), che i media hanno etichettato come islamici, ma che in realtà comprendono numerosi esponenti cristiani e delle religioni tradizionali.

Il golpe di Séléka. Nel dicembre 2012 l’offensiva dei ribelli Séléka ha messo a dura prova la tenuta del regime del presidente François Bozizé. Maggioranza, opposizione e ribelli si erano nuovamente riuniti a un tavolo di trattative per ripristinare la stabilità nel paese, dando vita agli accordi di Libreville siglati l’11 gennaio 2013 nella capitale del Gabon. Per favorire la conciliazione è stato nominato un primo ministro carismatico e molto conosciuto nel paese, Nicolas Tiangaye, scelto tra le fila dell’opposizione. A garanzia dell’accordo, diversi paesi africani (lo stesso Gabon, il Sudafrica, il Ciad, il Camerun, l’Angola e la Repubblica Democratica del Congo) hanno inviato contingenti militari per difendere il presidente Bozizé. Ma quest’ultimo ha tenuto fede agli accordi solo in parte: non è stato rispettato il quarto punto, che prevedeva la formazione di un governo di coalizione che coinvolgesse tutte le parti contraenti. I ribelli di Séléka, perciò, si sono sentiti autorizzati a intervenire, conducendo la seconda e definitiva offensiva che ha portato alla conquista della capitale Bangui, lo scorso 24 marzo.
L’esercito non è stato fedele al presidente in carica, si è dissolto e ha dato il via libera al colpo di stato. I ribelli hanno preso il controllo del palazzo presidenziale, dell’Assemblea Nazionale, della radio e della polizia. Michel Djotodia, auto-proclamatosi presidente, ha mostrato una propensione alla stabilità e al dialogo, mantenendo al potere il premier Tiangaye; inoltre si è impegnato a indire elezioni democratiche entro tre anni e ha proposto la formazione di un governo di coalizione, nel rispetto degli accordi di Libreville. Ma, nel frattempo, non ha tardato a sospendere la Costituzione.

Emergenza umanitaria. La situazione sembra farsi sempre più preoccupante. Sulla capitale vige il coprifuoco, mancano l’acqua e l’energia elettrica. In città si moltiplicano i furti e i saccheggi, e il portavoce di Séléka Christophe Gazam Betty (da pochi giorni divenuto ministro della Comunicazione) ha imposto un ultimatum alle bande armate, invitando all’immediata identificazione tutti i possessori di armi. Le violenze non cessano, e più di 170mila persone sono fuggite dalla capitale, cercando rifugio nella foresta. Molte strutture sono state distrutte a causa delle depredazioni.
Medici senza frontiere ha parlato di “situazione umanitaria catastrofica”, lanciando poi un appello affinché venga permesso ai cittadini di raggiungere le strutture sanitarie primarie. Sono molti i feriti (anche gravi) che non riescono a ricevere cure chirurgiche urgenti. Anche Papa Francesco ha richiamato l’attenzione sulla Repubblica Centrafricana durante l’ultima udienza generale.
Con il passare dei giorni, iniziano ad arrivare notizie sugli scontri dello scorso fine-settimana. Dopo una prima smentita, Pretoria ha confermato l’uccisione di 13 soldati sudafricani, che si erano opposti ai ribelli di Séléka durante la presa di Bangui. Il Sudafrica, come previsto dagli accordi di Libreville, ha recentemente inviato truppe (200paracadutisti delle Forze speciali), ufficialmente con l’incarico di proteggere il presidente Bozizé, ma che in realtà sono molto più attenti a salvaguardare gli interessi minerari nel paese, cercando di contrastare lo strapotere francese.

Il ruolo della Francia: neo-colonialismo e opportunismo. È molto forte l’interesse delle multinazionali per le materie prime della Repubblica Centrafricana, ricca di miniere oro, uranio e diamanti di origine alluvionale (di cui è il primo produttore mondiale). Ma, come spesso succede nei paesi africani, questa ricchezza non coincide con la redistribuzione a favore della popolazione, che è tra le più povere del mondo.
L’uranio, in particolare, fa gola alla Francia per i suoi programmi di sviluppo del nucleare. La Francia in Africa ha sempre influenzato i presidenti e le politiche governative anche dopo le indipendenze delle ex-colonie. Dopo essere intervenuta in Libia, Costa d’Avorio e Mali, Parigi ha inviato 350 soldati in Repubblica Centrafricana. Ma il contingente non è intervenuto in favore di Bozizé, che già a gennaio aveva chiesto l’appoggio francese. La sentenza di François Hollande, lapidaria, è stata: «Non difendiamo i regimi, ma i nostri cittadini». Evidentemente l’interventismo francese deriva da logiche di forte selettività, se non di opportunità, visto che – oltre alla recente operazione in Mali – Hollande aveva preso le difese del presidente ciadiano Idriss Déby. Copione diverso di fronte alla richiesta d’aiuto di Bozizé: la Francia lo ha scaricato, e lui è dovuto scappare in Camerun. Il silenzio di Hollande e del ministro degli Esteri Laurent Fabius ha letteralmente dato il via libera al colpo di Stato di Séléka. Staremo a vedere se il nuovo gruppo al potere sarà accomodante nei confronti degli interessi economici francesi nella regione.

Foto di Sia Kambou/AFP/Getty Images