La ventunesima grazia è il taglio del nodo gordiano dei rapporti Italia Usa sul sequestro di Abu Omar. Il provvedimento di clemenza è stato concesso da Napolitano negli ultimi giorni del suo mandato, nonostante le osservazioni contrarie del procuratore di Milano e il parere non ostativo del ministro della Giustizia, al colonnello Joseph L. Romano, in servizio dal 6 luglio 2001 al 7 luglio 2003 al 31/o SFS (Security Forces Squadron) Usaf dell’aeroporto di Aviano.

Durante il sequestro Abu Omar, il colonnello Romano era il responsabile statunitense della sicurezza della base militare in provincia di Pordenone e proprio nell’aeroporto di Aviano fece una sosta l’aereo che portò l’ex imam in Germania e poi in Egitto. Il 19 settembre 2012 la Cassazione lo ha condannato in via definitiva insieme a 22 agenti della Cia, ritenuti responsabili del rapimento. Secondo la giustizia italiana il colonello Joseph L. Romano avrebbe, nella sua qualità di «ufficiale superiore responsabile statunitense nella base di Aviano», «atteso i sequestratori ed il sequestrato nella base, garantendo ai primi l’ingresso sicuro e la possibilità di imbarcare il sequestrato su un aereo che lo conduceva fuori dell’Italia».

Il Capo dello Stato nel suo provvedimento di grazia ha agito secondo il comma 87 dell’art. 11 della Costituzione, ma ha anche tenuto conto dei risvolti normativi introdotti con il decreto del Presidente della Repubblica 11 marzo 2013, n. 27 che ha modificato una norma del 2 dicembre del 1956 emessa da Giovanni Gronchi. Di fatto ha adeguato al codice di procedura penale, approvato con il Dpr del 22 settembre 1988, le modalità e i termini per l’esercizio da parte del ministro della Giustizia della rinuncia alla giurisdizione italiana sui reati commessi da militari NATO, consentendo tale manifestazione di volontà in ogni stato e grado del giudizio. In pratica tale adeguamento normativo renderà nel futuro impossibile in Italia altri processi come quello di Abu Omar contro militari della Nato. Cioè un militare dell’alleanza atlantica può legittimamente essere sottratto ai procedimenti giudiziari italiani su richiesta del paese di origine vagliata dai ministri di Giustizia e di Esteri.

La mossa del Presidente, in linea con il favor rei, risolve, così, anche la delicata vicenda dei rapporti tra Italia e Usa, in merito al caso dell’ex imam di Milano; già da tempo gli Stati Uniti sottolineavano come l’Italia non avrebbe avuto nessuna giurisdizione sui militari stranieri e in particolare sul tenente colonnello Romano; basta ricordare le proteste ufficiali degli americani il giorno della condanna in primo grado, quando il portavoce comunicò tutto il suo disappunto per i verdetti contro gli americani a Milano per il presunto ruolo nel sequestro. Proprio Barack Obama il 15 febbraio aveva chiesto la grazia per tutti i 23 condannati Usa per il sequestro (22 agenti Cia e un militare), durante l’ultimo incontro bilaterale con Napolitano alla Casa Bianca.

L’incertezza politica italiana e la reale l’impossibilità di conoscere il futuro inquilino del Quirinale hanno precipitato gli eventi e Napolitano non ha smentito la sua particolare vicinanza agli Stati Uniti: già nel 1978 fu il primo leader comunista occidentale a essere invitato al Dipartimento di Stato all’epoca di Jimmy Carter. In una nota ufficiale la presidenza della Repubblica sottolinea tuttavia come «il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, subito dopo la sua elezione, ha posto fine a un approccio alle sfide della sicurezza nazionale, legato a un preciso e tragico momento storico e concretatosi in pratiche ritenute dall’Italia e dalla Unione Europea non compatibili con i principi fondamentali di uno stato di diritto.» Inoltre un peso rilevante ha avuto anche la questione del marò italiani: «negli ambienti della presidenza si osserva che la decisione è ispirata allo stesso principio che l’Italia, sul piano della giurisdizione, cerca di far valere per i due marò in India».