Gli operai della Bridgestone hanno passato la Pasqua e la Pasquetta dinanzi alla loro fabbrica modugnese. Non hanno mollato nemmeno un attimo lo stabilimento. Nonostante la chiusura per le feste gli operai, con mogli, figli e cani a seguito, hanno presidiato il cortile della fabbrica. Mi hanno spiegato che proprio quando la fabbrica è chiusa è più importante essere sul posto. Durante la chiusura infatti sarebbe più facile portare via dallo stabilimento gli stampi degli pneumatici, il negativo insomma, nel quale si fa colare la gomma fusa per ottenere i copertoni.
Qualche settimana prima che la dirigenza desse l’avviso di chiusura sono stati portati fuori dalla fabbrica almeno una decina di stampi degli pneumatici di alta fascia, quelli sui quali la “Bridgestone Europe” intende ora aumentare la produzione. È già successo e adesso si presidia per far sì che non accada nuovamente. Le forme sono i pilastri su cui lo stabilimento barese fonda la sua produzione, senza di esse non si lavora.

A cosa servono le scuse?

Sullo spiazzo di cemento grigio come il cielo di questa Pasqua si sorride, ma sono sorrisi pieni di rabbia. Rabbia dettata dalla tensione e dallo sconforto. Nessuno nutre speranze nella trattativa avviata tra i vertici aziendali, la politica e i sindacati. Quando sottolineo cosa ne pensano del fatto che adesso non si parla più di chiusura “inderogabile” mi rispondono sicuri: «Questa è solo un cambiamento di forma e non di sostanza».
Mi spiegano che la campagna di boicottaggio nei confronti dell’azienda nipponica, lanciata dal comune di Bari e dalla regione Puglia, ha portato a segno un duro colpo per l’azienda e per questo si è deciso di ammorbidire i toni. È stata tolta la parola “inderogabile”, è stato chiesto “scusa”, per le modalità con cui è stata comunicata la chiusura, ma parole e scuse non bastano e non rappresentano nulla. Piuttosto c’è il sospetto che sia tutta una farsa per tenere buona la rabbia degli operai, chiedere scusa, far vedere che si apre la trattativa, dire e non dire per non far salire la tensione e contenere le reazioni.La comunicazione della chiusura, ricordiamo, è avvenuta il 4 marzo, un lunedì, attraverso la proiezione di un video sottoposto soltanto ai delegati sindacali chiamati in fabbrica. Nessuno degli operai che ha passato Pasqua e Pasquetta nell’atrio della Bridgestone di Modugno era presente.
Martedì 2 aprile incontro Alfredo Perulli, operaio della Bridgestone e sindacalista della CISL. Nemmeno lui ha visto in prima persona il famoso video, ma mi racconta della strategia usata dall’azienda. Mi spiega che lunedì 4 marzo era stato stranamente fissato il “fermo fabbrica”. Stranamente perché di solito, il “fermo fabbrica”, si dispone per il sabato o per la domenica. Quella settimana invece era stato stabilito per il lunedì. Nello stabilimento quindi non c’erano affatto operai, erano tutti a casa. Alfredo continua «La dirigenza temeva sommosse, altrimenti non si spiega questa scelta. E soprattutto non si spiega la presenza, in fabbrica, della Digos proprio quel giorno».

La dirigenza
Dopo l’annuncio della chiusura è stato tutto chiaro. Da circa tre anni è cambiata la dirigenza dello stabilimento modugnese e i nuovi vertici hanno segnato un nuovo corso. Rapporti freddi e distaccati con gli operai. Un cambiamento totale rispetto alla vecchia dirigenza. L’apice dello scontro frontale tra dirigenti e operai della Bridgestone di Modugno è stato toccato il 6 marzo, due giorni dopo il comunicato di chiusura. Quando l’amministratore delegato, Roberto Mauro, il direttore del personale, Nicola Raspone, e il capo delle relazioni industriali, Girolamo Porta, hanno partecipato, nella sede di Confindustria-Bari, al primo tavolo di trattative dando materialmente le spalle ai lavoratori. Alfredo spiega : «Hanno paura, hanno paura di essere riconosciuti, hanno paura di farsi vedere in faccia, hanno paura che i giornali e le televisioni li riprendano».

Gli operai
Gli operai che rischiano il posto sono tutti uomini, età media 45 anni. Moltissimi di loro sono entrati in fabbrica all’incirca nel 1994, quando in Italia venne introdotta la legge sul part-time. Inizialmente lavoravano solo il sabato e la domenica, poi l’accordo sindacale sul TFR rese possibile, ai lavoratori che dovevano andare in pensione, di lasciare il proprio posto di lavoro al figlio in cambio della rinuncia alla liquidazione. Gran parte dei dipendenti rinunciò al proprio TFR e alla Bridgestone avvenne un vero e proporio cambio generazionale.
Alfredo è convinto che nulla servirà a scongiurare la chiusura: «Quando si parla di interessi economici non c’è tavolo tecnico che tenga. Gli operai che verranno assunti nelle nuove aziende della Bridgestone, costruite in Ungheria e in Polonia, costano di meno. Si è consci del fatto che per i primi 5 o 7 anni la produzione in quelle aziende sarà qualitativamente inferiore rispetto a quella di Bari, ma non importa. Dopo torneranno a regime». Non è il solo, come lui la pensano anche i suoi colleghi.

Proprio sul piazzale della fabbrica, tra le bandiere delle sigle sindacali, campeggia uno striscione bianco con su le parole pronunciate dal fondatore della Bridgestone, Shojiro Ishibashi, “Un’azienda basata solo sul profitto non sarà mai florida, ma un’azienda che offre il suo contributo alla società sarà sempre redditizia”. Ancora un volta parole, senza alcun fondamento nella realtà.
L’incontro del 5 aprile a Roma
Lo sconforto cresce dopo l’incontro tenutosi a Roma, il 5 aprile. Il sindaco di Bari, Michele Emiliano, le sigle sindacali, e i rappresentanti del governo e dell’azienda si sono incontrati presso il ministero per lo Sviluppo economico. Nulla di fatto, solo ipotesi più o meno chiare e tutto è stato rimandato al 16 aprile.
«In campo c’è sia la ristrutturazione all’interno del sistema Bridgestone, nostro primo obiettivo, sia un’eventuale cessione, ma solo in seconda battuta e non stiamo parlando di cessione a titolo gratuito», ha spiegato il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio de vincenti.
Ed io ripenso alle parole di Alfredo: «Un operaio che lavora con noi è entrato alla Bridgestone dopo essere stato licenziato dalla Natuzzi. Dice che gli sembra di rivivere tutto quello che è già accaduto con la chiusura dell’altra azienda. Rimandano, aprono trattative, soltanto per non far scoppiare la rivolta. Noi per il momento facciamo in bravi, perché non vogliamo passare dalla parte dei cattivi, ma non molleremo».

( Le foto sono dell’autrice)