Alla fine l’incontro c’è stato: un’ora di colloquio tra Bersani e Berlusconi andato in scena ieri nella cornice di Montecitorio. Presenti, oltre ai due leader, anche Enrico Letta e Angelino Alfano. Le ipotesi su una possibile anticamera di un “governissimo” targato Pd – Pdl sono però state subito smentite dal vicesegretario dei democratici, che si è affrettato a precisare: «Abbiamo parlato esclusivamente di presidenza della Repubblica con l’obiettivo di arrivare ad una elezione con un largo consenso. Non abbiamo parlato di nomi. Penso ci saranno altri incontri con il Pdl». Parole, queste di Enrico Letta, che hanno trovato un immediato riscontro in un tweet affidato dallo stesso Bersani alla rete: «Noi siamo a disposizione, ma no al governissimo».

L’offerta di Berlusconi su un governo di larghe intese, quindi, sembra non aver raccolto l’appoggio sperato. Il niet deciso di Bersani era passato anche per la piazza televisiva, ieri mattina, quando alle domande dei giornalisti di Agorà su un possibile esecutivo di scopo il leader democratico aveva risposto citando le strofe di una canzone, “mascherina ti conosco”, rimarcando così l’inaffidabilità delle parole del Cavaliere. Eppure anche il presidente della Repubblica Napolitano, in occasione della commemorazione del suo compagno di partito Chiaramonte, si era lasciato andare alla rievocazione del compromesso storico del 1976, che aprì di fatto alla collaborazione del Pci con la Dc dopo decenni di netta opposizione. Perché quelle parole? Un precedente storico rivolto ai partiti di oggi, forse. Un tentativo, cioè, di rimettere in pista una coalizione come via d’uscita dal braccio di ferro tra Bersani e Berlusconi. E poi quelle parole su “certe campagne che si vorrebbero moralizzatrici e in realtà si rivelano, nel loro fanatismo, negatrici e distruttive della politica” che non possono non sembrare foriere di un messaggio ai grillini, reduci dall’occupazione simbolica della Camera.

L’impasse politica, dunque, ancora non accenna a risolversi e i tempi per dare un esecutivo all’Italia potrebbero allungarsi. L’elezione del nuovo presidente della Repubblica, che vede il 18 aprile primo giorno di incontro tra le forze politiche per dare un nome all’inquilino del Quirinale, è al momento uno dei temi più urgenti in agenda. Sembra questa, adesso, la vera partita su cui confrontarsi, l’intesa da trovare a tutti i costi ma senza scambi o ricatti. Un nome che possa dare credibilità al Paese, che sia in grado di raccogliere l’eredità di Napolitano, che sia espressione di una maggioranza condivisa e interprete, insieme, del sentimento di unità nazionale. Un compito difficile, una rosa di nomi da individuare e portare al prossimo incontro tra Berlusconi e Bersani, che si terrà a breve, una lista di papabili tra cui forse anche una donna.

Spetterà poi al nuovo inquilino del Colle, almeno questa è la visione di Bersani, riaprire le trattative per un possibile governo. E se Berlusconi spinge per il governissimo e si appella alla responsabilità nazionale, i grillini continuano nel loro rifiuto di qualsiasi compromesso, mentre Renzi parla di perdita di tempo e propone nuove elezioni. Una partita dall’esito incerto, ma dalle ripercussioni negative scontate se non si daranno presto all’Italia quella stabilità governativa e quelle riforme economiche a cui l’Europa intera guarda con attenzione.