Una vittoria sul filo di lana. Dopo un’accesa campagna elettorale alla fine i venezuelani hanno scelto il loro presidente: sarà Nicolás Maduro, ex autista di autobus ed ex sindacalista, a guidare il paese fino al 2019. I sondaggi lo avevano dato per favorito fin da subito, ma per il delfino di Chavez si è trattato di una vittoria sul filo di lana.Circa 235.000 i voti di vantaggio sul candidato dell’opposizione, Henrique Capriles, che si è fermato al 49,07%. Una differenza percentuale davvero irrisoria, che rende difficile parlare di trionfo elettorale. Un verdetto ben lontano dalle aspettative riposte nel mito di Chavez come possibile traghettatore del suo pupillo verso un risultato plebiscitario. Il caudillo scomparso il 5 marzo scorso non ha fatto miracoli né ha potuto impedire che una larga fetta del paese affidasse il suo voto all’opposizione liberal – democratica rappresentata da Capriles. «La mia vittoria dimostra che Chavez vive e continua a vincere le sue battaglie» si è affrettato a dichiarare Maduro, parlando dal palazzo presidenziale di Miraflores. L’esercito, dal canto suo, ha promesso di rispettare il nuovo leader della rivoluzione bolivariana, ma Capriles non ci sta e ha già annunciato che chiederà il riconteggio dei voti, accusando il governo di brogli elettorali e indicando in Maduro il vero sconfitto di queste presidenziali.

Un paese fortemente diviso.  Con il 90% circa dei seggi scrutinati, in ogni caso, sarà difficile che la conta finale riservi qualche colpo di scena. La stessa Tibisay Lucena, presidente del Consiglio nazionale elettorale (Cne), ha parlato di risultato elettorale incontrovertibile. Nel giro di appena sei mesi da quel 7 ottobre scorso in cui Chavez fu riconfermato alla presidenza, quindi, il successore del leader scomparso ha perso 700.000 voti, che sono più o meno quelli guadagnati dal borguesito Capriles. Una differenza elettorale così risicata e una vittoria strappata per un pugno di voti che di fatto condannano il paese a un grande clima di incertezza. Il Venezuela è ormai profondamente diviso e in quest’ultima campagna presidenziale ad essersi contesi la guida della repubblica non sono stati solo due uomini diversi per carisma ed estrazione sociale, ma anche due visioni differenti del sistema sociale: la rivoluzione bolivariana di Chavez che punta alla costruzione di un nuovo socialismo e la democrazia liberale impersonata da Capriles, apertamente ispirata all’ex presidente brasiliano Lula. Maduro dovrà continuare nel solco della tradizione, portando avanti le riforme di Chavez ma con un vantaggio elettorale così esiguo sarà difficile trovare la legittimità necessaria per avviare una trasformazione sociale profonda. Inoltre, dettaglio non da poco, l’opposizione ha visto crescere la sua influenza e la sua credibilità, mentre il chavismo sembra sfaldarsi sotto il peso di una classe dirigente corrotta e un delfino che non ha il carisma del suo predecessore.

Un futuro incerto.  Sono dunque molto incerti gli scenari futuri che attendono il Venezuela. I 700.000 voti migrati da un fronte a un altro testimoniano il malessere di una società sempre meno disposta a tollerare la retorica di regime, la gestione poco trasparente dei fondi pubblici e le mancate promesse di un reale miglioramento delle condizioni di vita. Maduro ha ereditato non solo la guida del Venezuela, ma anche una complessa e ormai compromessa situazione economica. Il chavismo, infatti, ha puntato il dito contro l’iniziativa privata nazionalizzando il settore petrolifero, ma adesso l’inflazione ha raggiunto livelli preoccupanti e le importazioni superano ormai la produzione, rendendo scarsi alcuni beni di prima necessità. Secondo gli analisti economici la patria di Chavez è ormai al collasso e i fondi ricavati dal petrolio, di cui il Venezuela è uno dei massimi produttori, dovrebbero essere utilizzati per ricostruire il tessuto industriale, in primis le infrastrutture, razionalizzando l’assegnazione di ammortizzatori sociali.

Tensione dopo il voto. L’esito delle elezioni presidenziali è all’origine di scontri violenti tra chavisti e sostenitori di Capriles che si sono conclusi con sette morti e almeno 135 arrestati, su cui potrebbe pendere l’accusa di “associazione a delinquere”. Per Diosdado Cabello, presidente dell’Assemblea Nazionale e leader del Partito socialista unito del Venezuela (Psuv), dietro queste violenze ci sarebbe Henrique Capriles, indicato come uno dei principali responsabili della tensione vissuta dal paese in queste ore.