Continua la vicenda di Amina, la blogger tunisina che mostrò sul web delle sue immagini a seno nudo, scatenando le proteste da parte del mondo musulmano e il sostegno del collettivo Femen. È di qualche giorno fa la notizia di una sua fuga, data dalla madre. Mentre le attiviste di Femen dichiarano «Era prigioniera ed è scappata». La fuga di Amina dalla casa in cui sarebbe stata rinchiusa, sedata e torturata – almeno secondo la versione di una delle fondatrici del movimento Femen, Inna Shevchenko – è solo l’ultimo evento di una storia che ha scatenato una diatriba intricatissima fra diversi attori, coinvolgendo non solo esponenti del mondo religioso, ma anche gruppi di attiviste che si battono, in varie parti del mondo, per i diritti delle donne.Gli eventi. Circa un mese fa, Amina Tyler, blogger tunisina di 19 anni e fondatrice della sezione locale di Femen, decise di inscenare una protesta postando delle foto a seno nudo su Facebook. Com’era prevedibile, il gesto provocò proteste da parte del mondo ortodosso musulmano, cosa che scatenò l’attivismo delle Femen, il gruppo ucraino ormai noto per le sue dimostrazioni in cui la maggior parte delle volte si spogliano davanti a simboli religiosi.

La campagna di sostegno al gesto di Amina da parte delle Femen era scontata: non erano invece scontate le modalità mediatiche con cui queste attiviste avrebbero portato avanti l’iniziativa. E le modalità si rivelano quando, all’inizio di aprile, viene lanciata la campagna ufficiale: un Topless Jihad Day. Inoltre, gruppi di attiviste hanno protestato nei giorni seguenti nelle piazze di molte capitali europee, urlando slogan contro l’Islam e, nel caso più eclatante, bruciando una bandiera salafita davanti alla Grande Moschea di Parigi.

La reazione. Se le modalità della protesta hanno decisamente sorpreso molti osservatori, altrettanto sorprendente e pronta è stata la reazione di gruppi di donne musulmane, che sono insorte contro gli atti delle Femen, giudicati oltraggiosi e paternalistici. All’indomani della protesta nelle piazze europee, è stata lanciata su Facebook la campagna Donne Musulmane contro Femen, che ha raccolto nel giro di pochi giorni 5 mila adesioni, dando vita ad un ampio di battito su Twitter, con l’hashtag #Muslimahpride.
Tramite una Lettera aperta alle Femen, le donne musulmane ribaltano la prospettiva sulla situazione delle donne, accusando di neocolonialismo e imperialismo culturale le attiviste occidentali. Le foto sul sito si sono rivelate subito indicative del significato profondo della reazione: “Non ho bisogno di essere liberata” e “Sono una femminista musulmana, le Femen non mi rappresentano” sono le frasi più usate nelle immagini. La critica delle donne musulmane ruota attorno al concetto di femminismo e alla sua declinazione plurale, partendo dal presupposto che le donne occidentali non possono imporre un modello di liberazione, né dei percorsi generalizzabili. La strumentalizzazione che il gruppo di attiviste ucraine fa dell’Islam è per loro intollerabile, così com’è intollerabile che siano altre donne, lontane dai contesti culturali di cui si parla, a tracciare i loro bisogni.

Le storia si ripropone. La diatriba portata alla luce dal caso non è materia nuova: una sorta di conflitto fra un femminismo così detto occidentale e femminismi locali che rivendicano una propria specificità culturale si era già creato durante il periodo post-coloniale, quando le giovani attiviste arabe cercavano di costruire degli strumenti di lotta differenti. Da un lato c’erano dei movimenti di liberazione che spargevano il seme dell’autodeteminazione delle donne, dall’altro il giovane movimento femminista arabo già subiva una spaccatura.

Già agli inizi del ‘900, del resto, vi furono importanti contatti fra le attiviste occidentali e le donne arabe e musulmane, grazie ai convegni internazionali organizzati in Europa. La corrente maggioritaria del primo femminismo arabo, di stampo laico e nazionalista, è rappresentato dall’Unione femminista egiziana: questa corrente assorbe quasi totalmente le tesi del femminismo occidentale, diventando per tutta la prima metà del secolo il modello unico di riferimento dell’emancipazione femminile per le donne nelle colonie e nelle ex colonie.
Il livello di identificazione delle femministe arabe con quelle occidentali è documentato nel gesto di una delle più importanti attiviste della prima metà del ‘900, l’egiziana Huda Sha’rawi che, di ritorno da una conferenza tenutasi a Roma nel 1923, si toglie il velo mentre scende dal treno al Cairo, insieme alla collega Saiza Nabarawi. Il gesto simbolico diventerà terreno di scontro con la seconda generazione di attiviste che, dalla metà degli anni ’60 in poi, rivendicheranno una propria specificità culturale e l’autonomia dal femminismo occidentale.

I femminismi. Nella seconda metà del secolo, infatti, una nuova coscienza si diffonde fra le donne arabe e musulmane, che le porta a mettere in discussione il modello unico di emancipazione imposto dalle donne occidentali. Il dibattito prende vigore in particolare negli anni ’70, quando il femminismo della prima ora è ormai stato inquadrato in un “femminismo di stato” e la diversità delle prospettive locali sembra essere il nuovo centro intorno al quale costruire dei percorsi di lotta di genere. La specificità culturale dei vari paesi che professano diversi tipi di credo non può passare più in secondo piano, in nome di “valori universali” immutabili e dettati dall’alto. La nuova critica che emerge negli anni ’80 si rifà anche a una riscoperta dell’elemento religioso, che darà poi vita a una particolare corrente femminista chiamata femminismo islamico: donne credenti, consapevoli del proprio percorso di genere, che si riappropriano dei testi sacri svelandone l’interpretazione misogina, che appartiene quindi all’opera dell’uomo e non a quella di Dio.

Se pur di grande importanza, questo dibattito non ha mai suscitato interesse nei paesi occidentali, che tendono a rappresentare le donne musulmane come un blocco omogeneo di persone sottomesse, schiavizzate, senza nessuna coscienza di sé e del proprio ruolo. Allo stesso tempo, anche il femminismo occidentale non ha saputo cogliere gli errori della prima metà del secolo, che hanno portato alla frammentazione dei movimenti negli anni ’70-80. Le Femen di oggi, come le attiviste degli anni cinquanta pretendono di indicare un problema e un modello risolutivo, riproponendo ancora una volta la questione del velo e la nudità come strumento unico di riappropriazione della propria libertà. Il gruppo di attiviste ucraine, fondato nel 2008 da Anna Hutsol per “scuotere le donne ucraine” s’impone su molti scenari senza considerarne la specificità e senza tessere nessun legame con i movimenti locali. Oltre alla questione Amina, anche altre manifestazioni delle attiviste ucraine, a Roma come a Parigi, sono state percepite come slegate dai contesti locali e dai bisogni specifici che le donne hanno in diverse parti d’Europa o del mondo.

Imporre un modello unico di rappresentazione e di lotta, indicando una religione intera come “colpevole”, è ancora una volta una lettura superficiale e destinata ad aumentare la conflittualità all’interno dei movimenti femministi. Ma adesso, a differenza del secolo scorso, le donne musulmane hanno le capacità e la forza per mettersi al centro dell’attenzione mediale, per esprimere le peculiarità del proprio ruolo sociale e culturale e delle proprie rivendicazioni, a partire da bisogni e categorie interpretative che solo loro possono determinare.